lunedì 4 maggio 2020

Un giorno dopo l'altro, da Tenco alla Fase 2

di FRANCESCO TRONCARELLI



E' cominciato tutto casualmente, il lockdown era appena inizato e avevo scritto un articolo, riguardava "Profondo rosso" il film di Dario Argento che celebrava i suoi 45 anni dalla uscita nelle sale. Il titolo ovviamente era riferito alla situazione che si stava delineando con l'inizio della pandemia: "Profondo rosso, quando la paura era solo un film".

Il giorno dopo ne scrissi un altro, sempre attinente l'argomento sulla bocca di tutti e che i media iniziavano giustamente a pompare per tenere non solo informata la gente ma metterla anche sul chi va la; si parlava dell'epidemia scoppiata in Cina e poi diffusa nel mondo e il pezzo, inevitabile, lo scrissi riferendomi a un brano scritto e cantato da Bruno Lauzi che quando uscì venne censurato dalla RAI per motici ideologici: "'Arrivano i cinesi', Bruno Lauzi l'aveva previsto".

Quella  chicca (la canzone ironica e frizzante sconosciuta ai più, ha colto nel segno ed è piaciuta a tutti) che ha vuto un grosso riscontro mi ha spinto a fare una considerazione, successivamente esternata sul mio profilo Facebook: vediamo di scrivere ogni giorno un articolo per accompagnare la quarantena degli amici e di chi mi segue, fino alla graduale ripresa, che poi sarebbe stata "chiamata" Fase 2.

E così è stato. Cercando di trovare spunto dall'attualità di costume (le canzoni dai balconi, Tanto pe' cantà, il Silenzio di Ninì Rosso, Fratelli d'Italia alla Radio, i brani degli artisti come Zucchero, Facchinetti ecc) a quella di cronaca (la scomparsa di Armando Francioli bucata da tutti i media e quelle di Christophe e Sergio Fantoni) ai compleanni di Battiato e Bobby Solo e tante altre curiosità, personaggi e notizie.


Insomma 57 giorni di quarantena 57 articoli, uno al giono, che non sono stati certo come le mele perchè il medico è sempre stato meglio averlo a portata di mano, ma che comunque hanno cercato di fare compagnia a chi li leggeva anche se per pochi minuti. Un modo come un altro per distrarsi dai bollettini "di guerra" delle 18 e dai talk a manetta sul Coronavirus.

E, nel mio piccolo, credo di esserci riuscito non solo per i commenti e ringraziamenti ricevuti sui social ma soprattutto dall'incredibile numero di visualizzazioni che gli articoli hanno ricevuto. Un esempio su tutti. Il ricordo di Sergio Fantoni per esempio è stato ripreso da sette gruppi Facebook sulle rispettive bacheche, condiviso 257 volte oltre le migliaia di clic.

Un successo veramente grande che ha interessato tutti gli articoli e che devo dire, sinceramente inaspettato in queste proporzioni e che ha ripagato i miei sforzi per stare sul pezzo, come si dice, un giorno dopo l'altro. A tutto però c'è una fine. E infatti ora che siamo arrivati alla famigerata Fase 2, "Big Ben ha detto stop" come avrebbe detto il grande Enzo Tortora.

Il racconto quotidiano di fatti e persone rallenta, si dilusice nel tempo secondo la "normale programmazione", quando capita insomma e c'è un riferimento a qualche notizia d'attualità e non più a prescindere. Si chiude quindi la fase dell'emergenza che ha accompagnato chi leggeva gli articoli un giorno dopo l'altro prorio con la canzone di Luigi Tenco così intitolata (che aggancio eh?).


Una canzone molto bella, con un testo che fa riflettere e una musica melodica che creano un'atmosfera struggente e crepuscolare.  La canzone venne utilizzata come sigla di apertura della seconda serie dello sceneggiato televisivo della RAI "Le inchieste del commissario Maigret" tratto dai romanzi di George Simenon.

Gli episodi furono divisi in quattro stagioni, per un totale di trentacinque puntate, andate in onda sul Programma Nazionale dal 1964 al 1972 per la regia di Mario Landi, con Gino Cervi nel ruolo di Maigret, che si calò perfettamente nei panni del celebre investigatore francese venendo a lungo identificato in quel personaggio dopo il Peppone cinematografico con Don Camillo Fernadel.

Fu Diego Fabbri a proporre la serie alla Rai e per la realizzazione venne incaricato Andrea Camilleri, all'epoca delegato di produzione e fu quest'ultimo a scegliere per la regia Mario Landi, il quale a sua volta scelse il grande Gino Cervi per il ruolo del protagonista

A lui, nel ruolo della moglie, fu affiancata Andreina Pagnani, attrice di teatro fra le migliori e primo e unico flirt conosciuto di Alberto Sordi. Girata in bianco e nero in studio con gli esterni riresi a Parigi, la serie ebbe molto successo: l'ultima stagione riuscì a incollare davanti alla televisione diciotto milioni e mezzo di telespettatori.


"Un giorno dopo l'altro" nella versione francese tradotta da Jacques Chaumelle, intitolata Le temps file ses jours abbinato alla serie venduta all'estero, fu cantato dallo stesso Tenco. Il brano era stato arrangiato dal maestro Ruggero Cini, fu inciso per la RCA Italiana nel 1966 come Lato B nel 45 giri Se sapessi come fai/Un giorno dopo l'altro.

Ed ebbe un ottimo successo soprattutto all'estero (unico brano di Tenco conosciuto fuori dall'Italia), infatti oltre ad essere inserito nell'LP Tenco dello stesso anno, ebbe anche una versione in spagnolo Un día y otro día sempre sempre incisa dal cantautore della Scuola genovese e grazie alla cover in inglese di Earl Shuman, con il titolo One day is like another, incisa anche da una star come Perry Como, ebbe un lancio internazionale. 

Quando tutto diventa ripetitivo e noioso , quando si pensa sia inutile aspettarsi qualcosa di nuovo e si hanno solo rimpianti, allora davvero la vita non ha più senso. Il segreto quindi è la curiosità, lo stupore e la certezza che domani, in ogni caso, sarà un giorno migliore.

Questo il messaggio che l'introverso e e malinconico Tenco volle affidare alla canzone, un brano considerato erroneamente fra i minori della sua produzione che resta invece una gemma da riascoltare e da riscoprire.

Un giorno dopo l'altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali,
le stesse case.
Un giorno dopo l'altro
e tutto e' come prima
un passo dopo l'altro,
la stessa vita.
E gli occhi intorno cercano
quell'avvenire che avevano sognato ma i sogni sono ancora sogni
e l'avvenire e' ormai quasi passato.
Un giorno dopo l'altro
la vita se ne va
domani sarà un giorno uguale a ieri.
La nave ha già lasciato il porto
e dalla riva sembra un punto lontano
qualcuno anche questa sera
torna deluso a casa piano piano.
Un giorno dopo l'altro
la vita se ne va
e la speranza ormai e' un'abitudine.


domenica 3 maggio 2020

Indimenticabile Dalida

di FRANCESCO TRONCARELLI



“Pardonnez-moi, la vie m'est insupportable”, perdonatemi, la vita mi è insopportabile. Questo il biglietto che Dalida lasciò prima di togliersi la vita nella sua casa in rue d’Ochamp nei pressi di Montmartre a Parigi il 3 maggio del 1987, una domenica come oggi di trentatrè anni fa. Una fine tristissima che colpì profondamente la Francia intera e chi la seguiva in tutto il mondo.

Quel suicidio che metteva fine ad una vita artisticamente ricca di successi ma umanamente tormentata da momenti difficili e drammatici, lasciò sconcertato e smarrito l’esercito sterminato dei suoi fan che l’aveva sempre amata incondizionatamente. E non poteva essere altrimenti, perché Dalida era la numero uno della canzone d'oltralpe, un’artista unica e carismatica, un’interprete di razza e di rara sensibilità, un’icona della femminilità, regina dei tabloid e della “presse du coeur”, l'ultima divina di Francia.

Un’artista insomma che nel corso della sua carriera era divenuta uno dei personaggi più famosi ed apprezzati della scena internazionale e che con quel tragico epilogo peraltro già tentato in precedenza per due volte, diveniva automaticamente e suo malgrado un mito, capace di continuare a fare breccia nel pubblico nel tempo come i 20 milioni di dischi venduti da quando è scomparsa, che si aggiungono ai 150 milioni precedenti, dimostrano.

nella sua casa a Montmartre

Un donna forte sul palcoscenico ma fragile nei sentimenti, capace di emozionare e interessare ancora oggi con la sua vicenda, come ha confermato il grande successo che ha riscosso ovunque, nelle sale e nei festival cinematografici (Parigi, Atene, Quebec, Las Vegas, ecc.).
 
Il film diretto da Lisa Azuelos qualche anno fa, che ripercorre la sua esistenza dall’infanzia al Cairo, al primo concerto all’Olympia di Parigi nel ’56, dall’affermazione in Francia al tragico Sanremo in cui cantò con Tenco, dal successo in tutto il mondo fino al suo suicidio a soli 54 anni.

Un biopic che ha narrato il suo mito facendola conoscere anche a chi per questioni d'età non l'aveva potuta seguire e che è stato molto apprezzato dalla critica, con una formidabile Sveva Alviti che con un’interpretazione memorabile ha fatto rivivere la cantante di origini italiane (Jolanda Cristina Gigliotti il vero nome) insieme a Riccardo Scamarcio, che interpretava il fratello e produttore Orlando e Alessandro Borghi un Luigi Tenco introverso e molto credibile.

con Tenco a Sanremo

Figlia di un maestro di violino calabrese stabilitosi al Cairo, Jolanda giovanissima partecipa al concorso di Miss Egitto e lo vince, gira alcune pellicole e notata da un regista francese si trasferisce a Parigi dove diventa Dalida, richiamando nel suo nome d’arte quello del celebre personaggio femminile del film di De Mille, “Sansone e Dalila”.

L’incontro con Lucien Morisse direttore di Europe 1 e suo futuro marito e con Eddy Barclay, editore musicale e proprietario dell’omonima etichetta discografica, si rileverà decisivo. Incide “Bambino”, cover del celebre “Guaglione” del nostro Aurelio Fierro, ed è subito boom.

Da quel momento sarà tutto un susseguirsi di successi, concerti, recital, partecipazioni nei più importanti programmi televisivi e manifestazioni canore (in Italia ospite fissa alle varie “Canzonissime” oltre che al famoso Sanremo del 67 in coppia con Tenco), collezionando ben 55 dischi d’oro (uno per ogni milione di 45 giri) e sette dischi di platino (uno per ogni 10 milioni di dischi venduti).

al Cantagiro con la Caselli e Bobby Solo

Grazie alle interpretazioni di brani come “Romantica”, “La danse de Zorba”, “Mama”, “Bang bang”, “Dan dan dan”, “Paroles paroles” con Alain Delon, “Il venait d'avoir 18 ans”, “Gigi l'amoroso”, “Je suis malade”, “J'attendrai”, “Laissez moi dancer” e “Avec le temps” è entratanella storia del pop mondiale.

Una vita in prima pagina tutti i giorni e sempre sotto i riflettori quindi, tra amori tormentati, illusioni, felicità effimera e tanta solitudine, una vita consumata in fretta condizionata dal “male oscuro” che la affliggeva, la depressione e che cercava di dimenticare quando interpretava le sue canzoni divenute delle hit indimenticabili ed entrate nella memoria collettiva dei francesi e nel cuore del suo pubblico.

Quello che oggi a Parigi, dove alla Ville Lumiere è stata aperta nel Museo della Moda, una mostra con i suoi abiti più belli indossati nella quotidianità e sulle scene, la ricorderà in occasione dell'anniversario della scomparsa, con un happening nella piazza a lei dedicata a Montmarte per tributarle un omaggio carico di nostalgia. Un attestato di affetto da parte di chi è stato sempre con lei e non l’ha mai dimenticata. 

sabato 2 maggio 2020

Elvis Presley, quella storia "sempre nella sua mente"

di FRANCESCO TRONCARELLI


All'improvviso le luci della sala grande dell'Hilton di Las Vegas si spengono, tutti smettono di parlare, cala il silenzo, poi parte la musica e dieci riflettori si accendono tutti insieme per illuminare lui, Elvis Presley, The King of rock’n’roll, 1 miliardo di dischi venduti, uno degli uomini più famosi del mondo. E l'Hilton esplode in un grande applauso e grida d'entusiasmo.

Ci siamo, lo show sta per iniziare, in scaletta è prevista "Blue Suede Shoes", ma The Pelvis ferma l'orchestra, ha riconosciuto nelle prime file Priscilla la moglie da cui si è separato, la guarda fisso negli occhi e le dice "questa canzone è dedicata a te, perchè sei sempre nella mia mente" e al posto di quel travolgente rock partono le note romantiche di "Always On My Mind".

"Sempre nella mia mente", sì, anche se quella storia iniziata cinque anni prima, la mattina presto del primo maggio del 1967, alle 9, in un orario un po’ improbabile per evitare fan e l'inevitabile ressa della stampa era finita male, come nessuno avrebbe voluto, dopo liti, riappacificazioni, tradimenti di lui, sconforto di lei, baci e depressione per entranbi.

Una cerimonia di nozze che fu molto breve, durò apena 8 minuti e fu tenuta dal Giudice della Corte Suprema del Nevada nell’Hotel Aladdin. Vi parteciparono solo gli amici più stretti e le rispettive famiglie. Per il ricevimento ovviamente non si badò a spese, oltre 10 mila dollari, pietanze di ogni tipo, champagne a volontà e un trio d’archi che suonava le canzoni più melodiche di Elvis.

La luna di miele la trascorsero invece in una villa di Palm Springs, oggi diventata un museo. Dopo nove mesi nacque la loro unica figlia, Lisa Marie Presley. E da qui in poi la loro storia cominciò a precipitare, perchè secondo a quanto scritto da Priscilla nella sua autobiografia "Elvis and Me", l'icona del rock smise di voler avere rapporti con lei quando divenne madre e iniziò a frequentare altre donne.


Il matrimonio, seppur attraversato da alti e bassi, fu felice. Del resto, essere sposati con una superstar  di quel livello non doveva essere facile. Sempre sotto i riflettori, concerti, dischi, serate, la stampa in agguato. Priscilla dal canto suo doveva sempre mantenere quell’aura di mistero nella relazione, recitare spesso anche un ruolo non suo, presentandosi all'esterno sempre in tiro, elegante e mai senza trucco.

In una intervista ha anche spiegato che spesso era tenuta a conformare i suoi gusti con quelli di Elvis, per vivere il tipo di vita che voleva lui, finendo in questo modo col perdere la sua personalità. Nonostante il grande legame che li univa, la coppia finì col divorziare nel 1973, quando Elvis era già molto dipendente da farmaci e sostanze stupefacenti.

Solo, prigioniero del suo mito e braccato dai media, Elvis si rifugia così nella musica, la sua ragione di vita e per la quale aveva conquisato il mondo ed è in questi momenti che arriva "la" canzone che lo appassionerà dedicata alla sua grande storia d'amore "Always On My Mind".

L'avevano composta Wayne Carson e Johnny Christopher, il primo musicista country, l'altro autore affermato di musiche e testi, ed era stata poi arrangiata da Mark James anche lui autore di tante canzoni in voga tra gli anni ’60 e ’70 che le impresse un respiro di grande musicalità.

La canzone, però, non venne subito proposta a degli interpreti, né venne incisa, ma anzi finì in un cassetto dimenticata per oltre un anno perché il produttore di James la riteneva incompleta e ripetitiva.

Quando nell'ambiente si iniziò a spargere la voce della situazione difficile che Presley stava vivendo, i due pensarono che quel brano, con quel testo così particolare avrebbe potuto trovare in lui l'interprete ideale.


E fu così. A Elvis la canzone arrivò dalla sua gardia del corpo, Red West, un ex attore amico dei due compositori, e lui rimase folgorato. In solo tre sessioni di studio, il singolo venne inciso e mixato. Risultato, formidabile. Da brividi al primo ascolto. Venne inserito così nell'album Separate ways, facendo da traino allo stesso.

Elvis e Priscilla si erano conosciuti nel 1959 in Germania. All’epoca Elvis, ventiquattrenne, era soldato nell’esercito statunitense e svolgeva il servizio di leva a Frienberg. Priscilla era invece figlia adottiva del capitano Joseph Beaulieu, trasferitosi dal Texas alla base militare di Weisbaden.

Avevano dieci anni di differenza, lei era una ragazzina e lui un nome già conosciuto. Aveva quattordici anni Priscilla quando venne invitata ad una festa a casa di Elvis da un amico in comune, in quell’occasione si conobbero, poi rimasero in contatto e nel giro di qualche anno iniziò tra i due quella love story entrata di riflesso nella storia del rock.

Il divorzio contribuì alla crisi depressiva in cui piombò poi The King e dalla quale non riuscì più a venirne fuori. Il re del rock’n’roll morì nel 1977 a Graceland, la sua tenuta a Menphis (la seconda residenza più famosa e visitata negli Stati Uniti dopo la Casa Bianca). Aveva quarantadue anni. Anche se non erano ormai più sposati, Priscilla gli restò accanto nei suoi ultimi giorni.

Maybe I didn’t treat you – Forse non ti ho trattata
Quite as good as I should have – Abbastanza bene come avrei dovuto
Maybe I didn’t love you – Forse non ti ho amata
Quite as often as I could have – Così spesso come avrei potuto
Little things I should have said and done – Piccole cose che avrei dovuto dire e fare
I just never took the time – Non ho mai colto il momento giusto

You were always on my mind – Eri sempre nella mia mente
You were always on my mind – Eri sempre nella mia mente
You were always on my mind – Eri sempre nella mia mente


venerdì 1 maggio 2020

"Amico" da Don Backy a Billie Joe Armstrong

di FRANCESCO TRONCARELLI


Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano, diceva Venditti. Ma mica solo certi amori, pure certe canzoni. Giri che neanche t'immagini. Dopo quell'"In ginocchio da te" di Morandi capitato nella colonna sonora di "Parasite", il film coreano in lizza per gli Oscar 2020, adesso è la volta di un brano di Don Backy cantato da Billie Joe Armstrong, il frontman dei Green Day.

Incredibile ma vero. L'artista aveva annunciato un regalo per i fan italiani, pubblicando sui social la foto dell’esibizione del trio californiano al Lucca Summer Fest 2017, dove si poteva vedere chiaramente Armstrong con una bandiera tricolore.

“Un’edizione speciale del No Fun Monday sta per arrivare!”, aveva poi aggiunto Billie Joe mercoledì, che da qualche settimana pubblica ogni lunedì una cover di qualche pezzo storico per rendere meno pesante questo periodo di quarantena.


E così ieri ha pubblicato un altro post, dove annuncia il “regalo” e si scusa in anticipo per la pronuncia. “Questa canzone è originariamente di Don Backy. Si chiama “Amico” con un ‘twist power pop’. Godetevela. Ps: vi prego, perdonate il mio italiano”, scrive il leader della band statunitense.

In realtà Billie Joe fa un figurone anche in italiano, per la gioia dei fan che si sono riversati su Instagram e Twitter per ringraziare il cantante. Del resto nelle vene di Armstrong scorre sangue italiano. Non a caso recentemente Billie Joe ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Viggiano (Potenza), paese dal quale emigrarono i suoi antenati (i Marsicano) verso Berkeley, in California, nel 1869.

Torna così improvvisamente d'attualità "Amico", la canzone del cantante toscano incisa quando era al Clan, il suo terzo disco per l'etichetta del Ragazzo della via Gluck. Il pezzo venne pubblicato nel maggio del 1963 ed era in uno dei famosi "Disco Tris" perchè conteneva tre canzoni invece delle consuete due.


Come usava in quegli anni, il brano era una cover di una canzone firmato da Burt Bacarach "Keep away from other girls", cantato da Helen Shapiro, e in italiano il ritornello scritto a quattro mani da Mogol e il Don del Clan faceva: "Canta ancora insieme a me, ridi ancora insieme a me, in fondo sai, che questi guai, un giorno certo tu li scorderai”.

All'interno della copertina a libretto, erano pubblicati i titoli dei brani incisi sul lato b) del disco, con le foto di Totò e Macario e dello stesso Don Backy che divisero la partecipazione al famosissimo film Il Monaco di Monza  di Sergio Corbucci e dal quale sono tratti i titoli che facevano parte della colonna sonora della pellicola ovvero "La carità" e "Dimmi cosa c'è".

"Amico" invece era il brano per l'estate che il Clan lanciava insieme al "Tangaccio" di Celentano. Già, il Molleggiato e il suo luogotenenete, Adriano e Aldo Caponi, in arte Don Backy, gli inseparabili dei bei tempi, quando erano pappa e ciccia, il braccio e la mente o la mente e il braccio a seconda delle situazioni.



Don Backy era arrivato per ultimo nel Clan, ma era entrato subito in sintonia con Celentano e poi aveva una marcia in più rispetto agli altri. E ben presto se ne resero conto tutti. La stessa stampa specializzata lo ribadiva.

Nel numero del 2 maggio del 1963 di Sorrisi e Canzoni che dedicava ai due la copertina, il servizio fotografico realizzato alla Pista d'oro dei go kart sulla Tiburtina era corredato da queste didascalie:

"Adriano Celentano e il suo luogotenente, da poco arruolato nel Clan, Don Backy, hanno scritto il soggetto di un film le cui riprese dovrebbero avvenire a settembre e il cui titolo sarà probabilmente, Super rapina a Milano".

Ancora: "Sul fronte musicale i due sono attesi dalla televisione tedesca ospiti di un importante show dove presenteranno rispettivamente, Il tangaccio e Amico, per ripartire subito dopo per la Francia dove parteciperanno allo show televisivo Musicorama".


Celentano il boss e subito dopo Don Backy quindi. Poi a seguire tutti gli altri. I Ribelli, Gino Santercole, Ricky Gianco, Pilade e Detto Mariano. Il Clan era nato come imitazione del Rat Pack guidato da Frank Sinatra coi suoi fidi Dean Martin, Sammy Davis e Peter Lawford, con cui si esibiva nei casino di Las Vegas e girava film.

Un'imitazione casareccia, ma che aveva nell'amicizia il patto che cementava il gruppo, sempre però sotto la guida del boss Celentano. E Don Backy, artista di razza e persona sensibile, credeva veramente in quel rapporto, non solo scrivendo per il capo brani come "Pregherò" (un successo clamoroso) e "Sabato triste" ed altri, ma anche seguendolo ciecamente e consigliandolo per le scelte.

Come un amico insomma. E infatti proprio su quel disco che che parlava di amicizia, Don Backy scrisse una dedica a Celentano. Sul retro della copertina infatti è stampato: "Dedico questa canzone al mio amico Adriano". Firmato Don Backy.



Un messaggio di stima e di affetto verso un compagno di vita e di avventure musicali che la dice tutta su quale fosse il rapporto fra i due e soprattutto sull'attaccamento di Don Backy verso il capo. Una cosa che non aveva fatto mai nessuno fra quelli del Clan, ma anche al di fuori, in quegli anni quando l'Italia adava a 45 giri.

Poi sapete tutti come è andata a finire. Diritti non pagati, canzoni sfilate a Sanremo e affidate ad altri, rottura su tutti i fronti e cause a non finire in tribunale. Una bella amicizia probabilmete a senso unico e miseramente infranta per un pugno di dollari (si fa per dire, una cinquantina di milioni di vecchie lire quando una casa costava 6 milioni).

Dal maggio 1963 al maggio 2020 l'"Amico" frizzante e orecchiabile è sempre quello, ma è sicuro che quando Billie Joe canta "ridi ancora insieme a me, in fondo sai, che questi guai, un giorno certo tu li scorderai” non può sapere che quei guai che hanno messo la parola fine a un bel rapporto, non se li scorderà più nessuno dei due.


giovedì 30 aprile 2020

Tanta voglia di Pooh

di FRANCESCO TRONCARELLI
 


«... mi dispiace di svegliarti
 forse un uomo non sarò
 ma ad un tratto so che devo lasciarti
 fra un minuto me ne andrò ...»


Nella prestigiosa carriera della band più amata del nostro pop, c'è una data fondamentale. Importante e decisiva per la loro sorte. Perchè quella della svolta definitiva e dell'inizio di un successo inarrestabile durato per decenni.

La band, anzi il complesso come allora venivano chiamati i gruppi che suovano le chitarre sulla scia del successo mondiale dei Beatles era quello dei Pooh, la data quella del 30 aprile del 1971. Un 30 aprile come oggi.

Quel giorno negli scaffali dei negozi dei dischi di tutta Italia arrivava il loro nuovo singolo, un 45 giri che li avrebbe lanciati per sempre. Quel pezzo era "Tanta voglia di lei", brano che nel giro di pochi mesi riporterà nuovamente i Pooh nelle classifiche, da cui mancavano dal lontano 1968, dopo il discreto successo di "In silenzio/Piccola Katy".

Questo singolo pubblicato dalla CBS che crede molto in loro, porterà i quattro ragazzi per la prima volta a raggiungere i vertici dell'Hit Parade, la trasmissione che ogni venerdì per la voce di Lelio Luttazzi annunciava i dieci pezzi più venduti della settimana e ci resta per 10 punate. Un successone insomma grazie al quale tutti scoprono i Pooh.


Lato B del disco d'oro è "Tutto alle tre", questo come il pezzo principale è stato scritto per quanto riguarda i testi da Valerio Negrini, batterista fondatore del complesso e l'unico degli originari componenti e da Roby Facchinetti per le musiche.

Decisivi per il successo del disco, gli arrangiamenti, curati da Gianfranco Monaldi, il maestro e compositore di tante colonne sonore per il Cinema che aveva trionfato qualche anno prima all'Eurofestival insieme alla Cinquetti col suo "Non ho l'età" come direttore d'orchestra.

Soprattutto "Tanta voglia di lei" che è impreziosita da un'introduzione strumentale, affidata ad una sontuosa orchestra di 22 archi e suggerita appunto da Monaldi ai Pooh, ma è tutta l'atmosfera che si respira dall'ascolto del brano, derivata dai suoni dell'orchestra al posto degli abituali accompagnamenti e assoli delle chitarre elettriche, che dà al brano una intensità da grande pezzo.

Così come per gli arrangiamenti orchestrali, il nuovo produttore del complesso Giancarlo Lucariello decide di affidare alla voce di un giovane Dodi Battaglia l'interpretazione della canzone, una scelta motivata dal suo intendimento di non voler lasciare al solo Riccardo Fogli il ruolo in pratica di frontman del gruppo.

La genesi della canzone è molto tormentata. Dopo aver scritto la melodia nella sua casa di Bergamo, Roby Facchinetti affida il brano a Negrini, considerato il poeta del gruppo. Ne nascono testi che non soddisfano il produttore Lucariello e vengono scartati man mano i titoli più improbabili come "Meno male", "Tutto il tempo che vorrai" e "La mia croce è lei".

I Pooh con Valerio Negrini nel 1971
La casa discografica decide allora di affidare le liriche al paroliere Daniele Pace (Nessuno mi può giudicare, Viso d'angelo, La Tramontana, Io per lei), che ne esce con un testo che si rifà a My Sweet Lord, pubblicata l'anno prima dall'ex Beatle George Harrison.

Dodi Battaglia si ritrova ogni volta a dover cantare la canzone su un testo diverso, finché Negrini non porta la versione definitiva del brano, intitolato "Nel mondo tanta voglia di lei", quindi successivamente accorciato in "Tanta voglia di lei".

Questa, che racconta la storia di un tradimento con la "strana amica di una sera" con ritorno a casa da pentito del protagonista, sarà la versione definitiva di una delle canzoni più popolari e rappresentative del complesso con cui tra l'altro arriverà secondo al Festivalbar vinto da Demis Roussos con "We shall dance".

Sarà il brano più gettonato nelle balere e discoteche al momento dei lenti, nella estate di fuoco 1971, anche a dispetto delle numerose donne che lo hanno ballato strette strette al proprio uomo, probabilmente senza nemmeno rendersi conto del senso della canzone che invece fu contestata dalle femministe.

Venne piuttosto privilegiata, come spesso accade quando un pezzo diventa popolare, la melodia accattivante e coinvolgente del brano rispetto al significato del testo e il "mi dispiace devo andare il mio posto è là" vinse ogni contestazione. E fu trionfo. 


mercoledì 29 aprile 2020

Ma il cielo è sempre più blu: 50 artisti per la CRI

di FRANCESCO TRONCARELLI



Il mondo della musica per la Croce Rossa. 50 artisti "riuniti" per cantare un brano simbolo di queste giornate di quarantena e fra i più conosciuti da sempre del nostro pop. Un evento nell'evento a fin di bene.

E' stata registrata ‘a distanza’ una versione corale de “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano, che è stato, fin dai primi giorni di distanziamento sociale, la scelta popolare per poter far sentire che l'Italia c’è.

L'elenco dei partecipanti è ovviamente lungo e i nomi sono tutti conosciuti. Alessandra Amoroso, Annalisa, Arisa, Baby K, Claudio Baglioni, Benji & Fede, Loredana Bertè, Boomdabash, Carl Brave, Michele Bravi, Bugo, Luca Carboni, Simone Cristicchi, Gigi D'Alessio.

Ancora, Cristina D'Avena, Fred De Palma, Diodato, Dolcenera, Elodie, Emma, Fedez, Giusy Ferreri, Fabri Fibra, Fiorello, Francesco Gabbani, Irene Grandi, Il Volo, Izi, Paolo Jannacci, J-Ax, Emis Killa, Levante, Lo Stato Sociale, Fiorella Mannoia.

E poi Marracash, Marco Masini, Ermal Meta, Gianni Morandi, Fabrizio Moro, Nek, Noemi, Rita Pavone, Piero Pelù, Max Pezzali, Pinguini Tattici Nucleari, Pupo, Raf, Eros Ramazzotti, Francesco Renga, Samuel, Francesco Sarcina, Saturnino, Umberto Tozzi, Ornella Vanoni... e Alessandro Gaetano.



L’idea è di Franco Zanetti, che da Rockol ha lanciato la proposta, subito accolta Takagi & Ketra e Dardust, che ci hanno coinvolti e uniti nell'impresa di produrre un brano corale senza precedenti, mixato da Pinaxa.

Il brano sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali venerdì 8 maggio 2020, e sarà possibile ascoltarlo per la prima volta durante l’evento di lancio giovedì 7 maggio alle 18.00 su www.amazon.it/italianallstars4life.

Amazon e le principali associazioni industriali del settore musicale come AFI, FIMI e PMI promuovono questa iniziativa con la donazione alla Croce Rossa Italiana, sostenendo “Il Tempo della Gentilezza", progetto della CRI a supporto delle persone con maggiori vulnerabilità sociali e sanitarie durante l’emergenza Covid-19.

In attesa di ascoltare questa versione così particolare, ripassiamo qualche notizia sul brano inciso dal cantautore calabrese 45 anni fa. Un pezzo che gli aprì le porte del successo dopo qualche flop iniziale e soprattutto molta diffidenza da parte dell'ambiente e dai saccenti della critica.

Rino aveva lasciato la sua Crotone per raggiungere la capitale, sperando insieme ai genitori di trovare lavoro. Aspirante Geometra con scarsa attitudine verso i banchi di scuola, coltivò da subito i suoi interessi verso il teatro e quell'ambiente.

Impara a suonare la chitarra e compone le sue prime canzoni, ma il suo modo scanzonato e ironico di proporre i pezzi che ha scritto viene considerato da subito "troppo originale e poco in linea" con lo stile del periodo piuttosto serioso e di stampo ideologico. Viene però lo stesso notato da alcuni discografici con Vincenzo Micocci in testa, suscitando in loro una certa curiosità.



Ma lui ha la testa dura, nonostante la delusione per  la prima grande batosta legata al suo disco d'esordio, l'istinto creativo non l'abbandona. Tra le mura della sua stanza del seminterrato che abita coi genitori portinai del palazzo, si rimette a comporre e nasce "Ma il cielo è sempre più blu". E' un brano di rottura rispetto a quello che si sente in giro.

Il testo si basa su parallelismi che esprimono le contraddizioni della società, economiche, sociali e così via ma nonostante tutte queste disuguaglianze il cielo è lo stesso per tutti. La canzone piace alla casa discografica, la It e si fa il disco.

Il brano che nel formato originale durava 8 minuti e 23 secondi, nella prima versione fu diviso in due parti (una per lato). Esce nella primavera del 75, ma viene subito censurato e Rino deve modificare due frasi che la radio non può trasmettere: "Chi tira la bomba/chi nasconde la mano" e "chi canta Baglioni/chi rompe i coglioni".

Come il flash di un fotografo, il cantante sa cogliere con dissacrante ironia i mille volti dell'esistenza umana e quel modo di cantare luoghi comuni e verità indicibli mescolando fonetica calabrese a inflessione romanesca spacca, il pubblico resta abbagliato e compra il suo disco.
Finalmente la strada non è più in salita, è successo pieno con tanto di consacrazione a Hit parade, ma l'arte di Rino verrà apprezzata e capita appieno solo dopo la sua tragica e prematura scomparsa. Per quei tempi era troppo avanti. Come questa canzone. Eccola.



martedì 28 aprile 2020

C'era una volta la 3ª C

di FRANCESCO TRONCARELLI


Il flash d'agenzia sulla scomparsa di Claudio Risi, figlio d'arte e regista anche lui, insieme al dispiacere per la sua prematura dipartita, di riflesso come spesso accade in questi casi, ha fatto tornare alla mente uno delle serie televisive più amate dal pubblico, che il figlio del grande Dino Risi aveva diretto e sceneggiato insieme ai fratelli Vanzina.

Sì, avete capito, proprio quella, la più amata di tutte quelle realizzate da Mediaset, la mitica "I ragazzi della 3 C" che andò in onda su Italia 1 per tre stagioni dal 1987 all'89 per un totale di 33 episodi e che poi è stata replicata più volte negli anni successivi, sempre con indici di gradimento altissimi.

Le vicende, spesso goliardiche, di questa classe di studenti conquistarono il pubblico giovanile, che non si perdeva neanche una puntata facendone propri tutti i tormentoni e quello più adulto che riviveva con nostalgia in quelle scene, momenti legati alla propria esperienza scolastica.

Dal pluri-ripetente Lazzaretti, al paffuto Bruno Sacchi, dalla sofisticata Sharon Zampetti, figlia di un industriale di salumi, alla fascinosa e misteriosa Benedetta, ragazza dark appassionata di occultismo e cinema coreano, per continuare con le due secchione Elias e Tisini, il belloccio Massimo e gli eterni fidanzatini Daniele e Rossella, tutti i personaggi della serie che scimmiottava le storie di Fonzie e compagni, non a caso fu definita "la risposta italiana ad 'Happy days'", divennero popolarissimi.

Sebbene gli attori appaiano un po' avanti con l'età per interpretare dei liceali (la più giovane ha 20 anni) e la serie abbia avuto vita relativamente breve rispetto ai canoni odierni, il telefilm divenne presto cult e i tormentoni e le battute ripetute dai personaggi hanno segnato la memoria collettiva di una generazione. A distanza di 31 anni dall'ultima puntata, la domanda sorge spontanea: che fine hanno fatto i protagonisti?



Fabio Ferrari, figlio del grande attore Paolo, era Enrico Lazzaretti, conosciuto da tutti come "Chicco", fiero pluriripetente e battutista della classe. Ha 24 anni e nessuna intenzione di lasciare i banchi di scuola. Indimenticabile la puntata in cui partecipa al quiz "Superstrike" e, pur di non riconoscere la sconfitta della Roma nella finale con il Liverpool del 1984, dichiara che la partita non è stata mai giocata e in nome della "fede" perde 240 milioni di lire. Dopo la serie, Ferrari che in realtà è un acceso tifoso della Lazio, ha recitato in altre serie di successo come "College" e successivamente ha lavorato con registi come Pupi Avati, Ettore Scola e Giovanni Soldati. Negli ultimi tempi si è dedicato molto al teatro, ha compito 60 anni e la sua ultima apparizione al cinema è nella pellicola "Il viaggio", girata nel 2017 da Alfredo Arciero.


Fabrizio Bracconeri era il bambacione Bruno Sacchi, ingenuo ragazzo della periferia che, nonostante l'impegno sui libri, riesce a racimolare solo brutti voti (indimenticabile il tormentone del professore d'italiano "Sacchi...3". Imbranato e esageratamente coccolato dai genitori, Bruno ispira simpatia ed è certamente uno dei personaggi più amati della serie. Al cinema Bracconeri aveva debuttato nel 1983 in "Acqua e Sapone" di Carlo Verdone, per diventare poi volto storico di "Forum" accanto a Rita Dalla Chiesa. Oggi ha 55 anni e dopo aver preso parte ai "Cesaroni", ha tentato la carriera politica candidandosi nel 2014 alle elezioni europee per Fratelli d’Italia.




Renato Cestiè era Massimo Conti, studente che ama lo sport ed è considerato il bello della classe. Molto legato a Chicco, si dimostra sempre una persona di cuore. Bambino prodigio ha lavorato in tanti fim tra cui il thriller/horror "Reazione a catena" nel 1971 di Mario Bava, Si può fare amigo, Cuore, Il venditore di palloncini, L'ultima neve di primavera, Zanna bianca. Negli anni Novanta si è ritirato dalle scene. Oggi ha 56 anni e gestisce una palestra a Roma.
Sharon Gusberti era Sharon Zampetti, considerata la più bella della classe, ma anche la più snob. Figlia del mitico Commendator Camillo Zampetti e scortata da due guardie del corpo ogni giorno quando va a scuola, Sharon è corteggiata sia da Chicco che da Massimo. Dopo l’esordio al cinema nel 1986 con "Yuppies" di Carlo Vanzina, l'attrice ha recitato, per lo stesso regista e nello stesso anno, in "Via Montenapoleone". Oggi ha 55 anni e si è ritirata dalla scene alla fine della serie tv.
 

Giacomo Rosselli interpretava Daniele Rutelli, classico adolescente mai cresciuto (si succhia ancora il pollice), dorme spesso in classe, è perennemente in ritardo e sempre in conflitto con Rossella, la sua fidanzata da quando è in prima elementare. L'attore ha recitato in alcuni film degli anni Ottanta come "Vacanze in America" e "Amarsi un po". Oggi ha 57 anni e si dedica al teatro.


L'attrice Claudia Vegliante è nella serie Rossella Schnell, la storica fidanzata di Daniele, spesso di cattivo umore a causa dei ritardi e delle mancanze del partner. Tuttavia il loro rapporto resta solido e nell'ultima puntata Rossella rivela di essere incinta. Nel corso della carriera l'attrice è stata anche cantante e ballerina specializzata in tip-tap, ha partecipato ad alcune trasmissioni tv dell’epoca ("Tilt", "A come Alice"). Dopo i "Ragazzi della 3 C", ha recitato nel 1995 nella serie tv "Caro maestro". Oggi ha 52 anni ed nel corso del tempo ha lavorato anche come assistente alla regia e coreografa.



Nicoletta Elmi era Benedetta Valentini, la dark del gruppo, appassionata di film horror, tarocchi e meditazione, specializzata in letteratura e cinema orientale. Veste sempre di nero e la sua espressione più classica è "Che angoscia!". L'attrice ha iniziato la sua carriera giovanissima, a soli 5 anni, poi ha recitato in film famosi come “Profondo rosso” di Dario Argento ed è apparsa in tante altre pellicole tra cui "Morte a Venezia" di Luchino Visconti. Nicoletta ha lasciato "I ragazzi della III C" alla fine della seconda stagione e si è ritirata dalle scene. Oggi ha 55 anni e lavora come logopedista.


Franceca Ventura era Tisini. Classe 1956, è un’attrice che può vantare svariate esperienze artistiche. Per esempio ha lavorato in teatro accanto a nomi del calibro di Vittorio Gassmann o Franco Branciaroli e al cinema con Peter Greenaay, Alberto Sordi, Carlo Verdone e molti altri. Ha raggiunto la notorietà interpretando il personaggio dell’immancabile (e insopportabile) secchiona Tisini ne “I Ragazzi della Terza C”. Qualche anno fa si è data alla scrittura e ha pubblicato un romanzo giallo, esperienza poi bissata. Attualmente è direttore artistico e curatrice di una rassegna artistica e culturale in Toscana.



Stefania Dadda alias Elias è un’attrice bresciana classe 1964 che, pur avendo preso parte a molti progetti artistici, resta nel cuore e nell’immaginario popolare solo la Elias di Terza C. Insieme a Tisini, con la quale condivideva anche le battute e gli scherzi perpetrati dai compagni, era una delle secchione della classe. Stefania Dadda è anche regista e ha realizzato progetti e documentari per l’emittente Rai Sat oltre a continuare a recitare soprattutto in teatro.



Guido Nicheli era il mitico Commendator Camillo Zampetti, il papà di Sharon, imprenditore di salumi, interista sfegatato. L'attore, detto anche Dogui, ha recitato in numerosi e celebri film cult degli anni Ottanta e Novanta, sempre nei panni del commendatore brianzolo amante della bella vita tra cui "Sapore di mare" e "Vacanze di Natale". Il suo ultimo film è "Vita Smeralda", girato nel 2006 da Gerry Cala. E' morto l'anno dopo a 73 anni per un ictus fulminante.



Quella calda estate del 66

Riderà, Strangers in the night, Io ho in mente te: una Hit parade piena di successi. Da Little Tony all’Equipe 84, da Morandi a Sinatra. Q...