di FRANCESCO TRONCARELLI
Fu un grande Sanremo quello del 64 presentato da Mike Bongiorno e l'attrice Giuliana Loiodice, un'edizione rimasta nella storia della nostra musica leggera per gli artisti esordienti che divennero subito popolarissimi e le canzoni che presentarono.
Nomi come Gigliola Cinquetti, Bobby Solo, Robertino e Bruno Filippini, brani come "Non ho l'età", "Una lacrima sul viso", "Un bacio piccolissimo" e "Sabato sera", canzoni che hanno fatto il giro del mondo e ancora oggi sono ricordate.
E tra questi debuttanti sul palco del festival c'era anche un ragazzo romano, "scuderia" RCA, un talento al pianoforte e una carica umana da vendere, si chiamava Roby Ferrante.
Era in gara col brano "Ogni volta", motivo trascinante arrangiato da Ennio Morricone che aveva composto sul testo di Carlo Rossi, il paroliere di fiducia dei successi estivi di Edoardo Vianello.
Lo cantava in coppia con Paul Anka, esordiente di lusso anche lui nella manifestazione sanremese che nel Bel paese aveva trovato la seconda patria canora.
Si chiamava Roby Ferrante, si chiamava, perchè purtroppo ci lasciava esattamente 60 anni fa in un drammatico incidente stradale che nella dinamica ricorda maledettamente la scena finale del film "Il sorpasso" con Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant.
Roby era all'apice del successo, lo conoscevano tutti, di lui scrivevano le riviste specializzate come Ciao Amici e Sorrisi e Canzoni e i suoi 45 giri vendevano bene.
Con "Ogni volta" aveva sfondato regalando una rinascita (e altri brani scritti da lui) all'amico Paul Anka e componendo pezzi di successo per altri artisti, come lo splendido "Alla mia età" per Rita Pavone e il coinvolgente "La forza del destino" per Neil Sedaka.
Abitava a via Goffredo Mameli nel cuore di Trastevere ed era benvoluto da tutti, quando entrava da Sacchetti a San Cosimato per gustarsi una granita di caffe con panna, era festa grande. Battute, pacche sulle spalle, sorrisi delle ragazze.
Del resto Roberto Di Napoli (questo il vero nome con cui era stato registrato all'anagrafe di Roma il 19 dicembre del 42) era uno di loro che ce l'aveva fatta ed era peraltro il figlio di Gennaro il sarto del rione.
Ma quel magic moment finì sulla "Firenze mare" il 19 agosto del 66, quando uscendo di strada con la sua Mercedes pagoda nei pressi di Altopascio rimase incastrato nelle lamiere dell'auto mentre gli amici che erano con lui Lucio Falco e Rino Barillari venivano sbalzati fuori salvandosi.
I sogni muoiono all'alba scriveva Indro Montanelli come quelli di Roby che aveva chiesto a Charles Aznavour, dopo il concerto alla Bussola a cui aveva assistito, di incidere un suo brano.
Quella canzone però non venne mai alla luce come tanti altri progetti, e al suo nome da quel giorno vennero accostati solo tristezza e rimpianto da parte di chi lo aveva applaudito e conosciuto.
Avrebbe potuto vincere Sanremo come i colleghi Cinquetti e Bobby Solo, avrebbe potuto azzeccare il brano dal successo internazionale come l'amico Dino con "Gli occhi miei" rilanciato da Tom Jones. Chissà.
In tealtà se non fosse stato per "Techetechetè" nella versione firmata da Michele Bovi, che spesso lo riproponeva nei filmati d'epoca, molti leggendo il suo nome avrebbero chiesto parafrasando il Don Abbondio dei Promessi sposi alle prese con Carneade, "Roby Ferrante, chi era costui?".
Il tempo inesorabilmente ha cancellato nella memoria collettiva la sua breve ma intensa avventura canora, ma non per tutti. Stamani, 60 anni dopo quel tragico "The end", un mazzo di fiori freschi era sulla sua tomba al Verano, al riquadro 120, vicino a quella di Rino Gaetano.
Stesso incredibile destino ma due storie e carriere completamente diverse. Oggi ricordiamo quella di Ferrante, il ragazzo di Trastevere che ce l'aveva fatta.
























