martedì 1 settembre 2026

Indimenticabile Mario Riva

di FRANCESCO TRONCARELLI


Era un primo di settembre come oggi, del 1960, e l’Italia si fermava per la morte di Mario Riva artista amatissimo dal pubblico e tra i padri fondatori della televisione. Il suo 'Il Musichiere' infatti era stato per anni l'avvenimento senza rivali del sabato sera sul piccolo schermo e non solo. Lo vedevono tutti, lo commentavano tutti, ne parlavano tutti.

Era un programma, compresa la sigla di chiusura 'Domenica e' sempre domenica (di Gorni Kramer, Garinei e Giovannini), ritagliato su misura del conduttore, esaltandone quella aria scanzonata e quella bonomia che lo contraddistingueva fra i tanti e che lo faceva entrare subito in sintonia con gli ospiti nazionali e internazionali di altissimo livello che vi partecipavano.

Tutti i più grandi nomi dello spettacolo di quei tempi, dalla star hollywoodiana Gary Cooper (“Mezzogiorno di fuoco”) alla diva internazionale Josephine Baker (“J’ai des amour, mon pays et Paris ”), andavano nel suo show introdotti dopo il tradizionale “Ecco a voi…”, da un avverbio rispolverato dal dimenticatoio dallo scoppiettante Mario e che diventerà d’uso comune immediatamente: “nientepopodimeno che".

Mario con Gary Cooper

Il duetto canoro tra Coppi e Bartali, acerrimi nemici sulle due ruote, ma amici nella vita, divenne, anche grazie all'abilità di Riva, un classico della televisione italiana, il debutto di Mina e Celentano avvenne lì, le gag con Manfredi hanno fatto epoca. Come i vincitori, a cominciare dal cameriere Spartaco D'Itri che con i milioni vinti in questo game show ante litteram si comprò un ristorante per proseguire con la bella e brava Piera Farfarelli poi attrice nei film con Claudio Villa.

All'epoca della morte Riva, che aveva appena 47 anni, era impegnato proprio in un'edizione speciale del programma all'Arena di Verona: quello che sembrò un banale incidente (una caduta nella buca del palcoscenico) si rivelò invece fatale, mettendo fine ad una storia professionale fatta soprattutto di una lunghissima gavetta e di un successo tardivo, ma memorabile.

A soli quaranta secondi dall'inizio della trasmissione accadde l'irreparabile. Mario in smoking, era pronto ad entrare in scena. Si trovava su un alto praticabile di legno posto sul lato sinistro del palcoscenico e dal quale, scendendo lungo un piano inclinato, avrebbe raggiunto il microfono reggendo un'accesa fiamma olimpica, visto che l'evento dell'anno, che sarebbe iniziato qualche giorno dopo, era l'Olimpiade di Roma.

Il praticabile sul quale si trovava il presentatore era unito al restante blocco del palco orchestrale da una incastellatura ricoperta di tela. Si trattava di una costruzione scenica di uso corrente con tanto di appositi cartelli di pericolo ben esposti. Ma l'Arena gremita da venticinquemila spettatori, l'emozione della diretta, l'ansia e la gioia di un nuovo trionfo, giocarono un brutto scherzo al presentatore.


Riva mise un piede su quella striscia di tela. Frazioni di secondo, un urlo, un pesante rotolare, una caduta di un paio di metri ma in grado di fare danni molto seri. Fu un attimo. Garinei balzò ad avvisare Gorni Kramer, al centro dell'orchestra e ignaro di tutto, Giovannini catapultò Miranda Martino sul palco.

I titoli di testa erano già passati, le telecamere erano sul totale dell'Arena. La Martino, cantante in gara, si improvvisò conduttrice, supportata da Tata Giacobetti del Quartetto Cetra. I cantanti erano sotto choc, Riva era stato prontamente soccorso ma non arrivavano notizie. Si offrì di condurre la serata Renato Rascel, ma gli autori si opposero perché la sua canzone era ancora in gara.

Pubblico e telespettatori vennero tenuti all'oscuro e la serata in qualche modo continuò, grazie all'abilità degli autori, alla disponibilità di Miranda Martino e al mestiere di Rascel che alla fine si aggiunse, riuscendo a far cantare a quella sterminata platea «Domenica è sempre domenica», sigla del «Musichiere».

All'ospedale civile di Verona iniziava la lunga battaglia per la vita di Mario Riva. Per una intera settimana si alternarono notizie preoccupanti e rassicuranti, cadute e riprese, arrivo di nuovi medicinali e mancate intuizioni. La cartella clinica del presentatore si presentava più critica del previsto già in partenza.


Morì il 1 settembre, epitaffio di un anno che già aveva visto la prematura scomparsa di Fausto Coppi e Fred Buscaglione tre miti che con la loro scomparsa entrarono nella leggenda. Due giorni dopo, il 3 settembre, la salma arrivò a Roma. Nella chiesa del Sacro Cuore di Maria, a piazza Euclide, c'erano duecentocinquantamila persone.

Il mondo dello spettacolo al gran completo (Aldo Fabrizi, Maurzio Arena, NinoTaranto, Gino Cervi, Alberto Sordi, Nino Manfredi) e una folla di sinceri appassionati fin dalle prime ore del mattino ad aspettare, sotto un caldo asfissiante, il feretro che arrivò solo alle due di pomeriggio, quando il termometro sfiorava i quaranta gradi. 

Mario era nato a Roma nel 1913, vero nome Mariuccio Bonavolontà, aveva alle spalle una robusta carriera di attore comico: giovanissimo negli anni '40 aveva esordito con spettacoli per i soldati italiani; nell'immediato dopoguerra era passato all'avanspettacolo e subito dopo, per tutti gli anni '50, nella rivista e nella commedia musicale.

Nel suo lavoro aveva collaborato con molti, destinati poi a rappresentare la storia dello spettacolo italiano: tra gli autori di rivista, Michele Galdieri, con il quale dette vita con Totò, Anna Magnani, Paola Borboni ad una lunga stagione di spettacoli al Teatro Valle di Roma. Poi, nel periodo napoletano, con la Compagnia di Peppino De Filippo, a fianco di Beniamino e Pupella Maggio.


Nel 1948, al teatro Colle Oppio di Roma, Riva aveva incontrato Riccardo Billi, altro giovane emergente attore comico, con il quale costituì una delle prime "coppie" comiche dell'epoca dando così il via a un modello che ha avuto grande successo: Totò e Peppino, Tognazzi e Vianello, Franco e Ciccio, Ric e Gian, Cochi e Renato, fino ai nostri giorni Greggio e Iachetti.

Billi e Riva, sotto la guida di Garinei e Giovannini, conobbero una fortunatissima stagione di commedia musicale con titoli di grande richiamo: 'La bisarca' (1950), 'Alta tensione' (1951), 'I fanatici' (1952), 'Caccia al tesoro' (1953), 'Siamo tutti dottori' (1954), 'La granduchessa e i camerieri' (1955), 'Gli italiani sono fatti così' (1956).

Insieme a loro, grandi nomi dell'epoca: Wanda Osiris, Gino Bramieri, il quartetto Cetra, due giovanissimi talenti come Nino Manfredi e Paolo Ferrari. Il tutto spesso accompagnato dalle musiche delle orchestre di Armando Trovajoli e Lelio Luttazzi.

Al cinema Riva ebbe al suo attivo oltre 40 film, sia come protagonista sia come 'guest star' assieme a Totò, Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Walter Chiari e Aldo Fabrizi. Ma fu soprattutto 'Il Musichiere' (tratto da Garinei e Giovannini dal format Usa 'Name that tune') a dargli successo: la prima trasmissione andò in onda nel dicembre 1957 per chiudersi, 90 puntate dopo, nel 1960 con la morte del conduttore.

con Albertone

90 puntate entrate nella storia dello spettacolo e del nostro costume, grazie alla sua conduzione bonaria, scanzonata e al tempo stesso professionale da grande comunicatore quale era. Il sabato sera, i cinema, al posto del film in cartellone, trasmettevano il programma diffuso dallo storico 'Studio Uno' di via Teulada a Roma.

Riva insieme a Mike Bongiorno, ebbe la capacità di comprendere subito l'enorme potenziale di comunicazione della televisione: per questo fece perno su una conduzione popolare con l'uso ravvicinato della telecamera per dialogare direttamente con il telespettatore, sull'invenzione di una casalinga immaginaria "la signora Clotilde", sul rivolgersi direttamente ai politici per situazioni di bisogno e anche sulla noncuranza per una spiccata cadenza romana. E fu ripagato dal pubblico che lo sentiva vicino e amico.

Ma Riva, l’indimenticabile Mario, è stato anche un grande laziale, tifoso appassionato e convinto, così convinto da entrare a far parte del consiglio direttivo della società guidata dal Presidente Siliato. Era un fedelissimo dell’Aquila che seguiva nelle partite all'Olimpico.

 La sua simpatia travolgente, la sua romanità, la sua bonomia, incarnavano l’essenza tipica del tifoso laziale di quel periodo, mai invadente o sopra le righe ma comunque gajardo e tosto. Spesso si ritrovava in Tribuna Tevere con il divo dei "telefoni bianchi" Robeto Vila, il povero ma bello Franco Interlenghi e la voce di Stanlio Enzo Garinei (i quattro moschettieri della Lazio) per assistere alle partite.

La Lazio di Lovati, Rozzoni e Tozzi con il lutto al braccio per Riva

E i tifosi appena lo vedevano, lo accoglievano cantando la sigla del Musichiere diventata un successo per quel ritornello semplice e senza pretese che infondeva serenità e ottimismo, fotografando un piccolo mondo antico che di lì a poco sarebbe scomparso con l’esplodere delle nuove mode e dei nuovi modi di vivere.

“Domenica è sempre domenica/ si sveglia la città con le campane/ al primo din don del Gianicolo/ Sant’Angelo risponde din don dan/ Domenica è sempre domenica/ e ognuno appena si risveglierà/ felice sarà e spenderà, sti quattro sordi de’ felicità”.

Era un grande Mario Riva, un personaggio unico nel suo genere, un artista che dalla gavetta aveva scalato tutti i gradini del successo per conquistare l'Italia con la sua bravura e bonomia, il primo divo della Televisione in bianco e nero e di una lunga stagione di fenomeni.

Moriva sessantacinque anni fa tra la commozione di una nazione intera che lo amava e titoli a otto colonne dei giornali che offuscavano l'inizio delle Olimpiadi a Roma. Oggi, nell'anniversario della sua scomparsa, i media si sono dimenticati di lui mentre i giochi olimpici romani che nel 1960 di questi tempi lanciarono Livio Berruti, Nino Benvenuti, Abebe Bikila e Cassius Clay futuro Muhammad Alì, si sono presi giustamente la loro rivincita venendo rievocati sui siti e le varie tv.

Strano paese il nostro, che dimentica tutto e tutti e che non ha memoria del suo passato ma ancora più 'strana"e incredibile la preparazione degli addetti ai lavori che spesso e volentieri non hanno le basi per fare questo mestiere. Indimeticabile Mario, polvere di stelle di un'Italia che fu, quando la felicità era fatta di piccole cose e domenica era sempre domenica.


domenica 30 agosto 2026

La Lazio vince ancora. Le Pagelliadi

 di FRANCESCO TRONCARELLI

8 a Fra Tesi da Fidene - E due. La Lazio vince ancora. Dopo il Bologna è il Genoa a cadere sotto gli assalti delle truppe di Vito Catozzo Ringhiuso. Un solo gol come nella prima partita, ma sarebbero stati di più, se le cose fossero andate nel verso giusto e la fortuna ci avesse messo il suo zampino. In compenso lo zampino, un bel piattone di sinistro, ce lo ha messo ancora una volta l'ex Inter che con noi, a casa sua, è rinato. E meno male, perché vincere fa morale oltre che punti. Avanti Lazio avanti laziali.

7 e mezzo a senti che musica coi Tavares - È partito dal binario morto ma ha preso subito velocità seminando scompiglio nelle retrovie rossoblu, fornendo un assist al bacio e cogliendo un palo. Che musica.

6 e mezzo a Rovella per chi non si accontenta - mezz'ora di grande calcio per il Geometra del centrocampo promosso ingegnere. Ha detto tempi e ritmi, poi l'infortunio che lo ha fatto uscire sul più bello. Peccato. Forza ragazzo! 

6 e mezzo a Liz Taylor - l'aria di Roma lo rigenera come la zia quando girava a Cinecittà. Palleggia e galleggia in mezzo le linee rossoblu. Ormai è fondamentale. Come Stefano De Martino per la Rai.

6+ e mezzo a che Dio ce la Mandas buona - È uscito alla distanza. Un paio di parate nel finale che hanno assicurato la vittoria conquistata col gol del bimbo de Roma.

6+ a Prostamol - il sellerone che fa il piacione con quel capoccione e poi spazza via ogni pallone. 

6+ a Bella Janez (Sandokan, Rai 1) - dice che fa un lavoro oscuro. Talmente oscuro che non lo sa nemmeno lui. Però funziona. Come Pierluigi Diaco che nonostante lo vede nessuno ma fa comunque i numeri.

6 a Lisasken dagli occhi blu - senza le trecce lo stesso non sei tu. Ma è scritto che l'Achille Lauro biancoceleste tornerà a farci sognare.

6 a Doekhi condizionatori con pompa di calore - uno così, rigido e al tempo stesso flessibile lo trovi solo da Clima system 2000 con 24 comode rate. Noi lo abbiamo preso a parametro zero.

6 a Quando c'era lui - il nipotissimo cresce e prende coscienza dei suoi mezzi. Riuscirà a fare arrivare treni in orario? Ai posteri.

6 a Pina Monti consorte di Mario ex premier - ha preso il 9, un numero importante nella storia della Lazio. Mo' facce Tarzan! 

5 e mezzo a Benigno Zaccagnini - L'arciere non fa più centro. Spara a salve come il cannone del Gianicolo. Boom e tutti a ridere. Mah.

5 da Pedro a Pedraza - è un attimo. Ma lunghissimo. Sic.

5- - a Dio perdona pure Dia e Rosanna Cancellieri - In due non ne fanno uno buono. La coppia che scoppia. Lui è peggio di me. Attenti a quei due. In due sul divano. Il bue che dice cornuto all'asino. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Se son rose fioriranno. Ma se so rape? Sipario.

giovedì 27 agosto 2026

C'era una volta il calcio d'agosto

 di FRANCESCO TRONCARELLI

C'erano una volta le amichevoli di precampionato. Feste per i tifosi in un clima vacanziero con 35 gradi all'ombra della pineta. Momento atteso con trepidazione perché era l'anteprima del calcio vero.

Il campionato iniziava a fine settembre a volte anche a ottobre, agosto perciò era solo mare, vacanza, bikini sgambati per le ragazze, Port Cross col gancio per i giovanotti e 500 in fuga per le consolari alla ricerca della spiaggia migliore perche il calcio era solo chiacchiere sotto l'ombrellone.

E partite sulla sabbia col Supersantos quando caliente el sol e la gente se ne andava, fra squadre improvvisate, ovvero scapoli contro ammogliati, Belsito sud contro Belsito nord e i bagnini muti in attesa della fine. 

Anni felici, in bianco e nero ma che facevano sognare a colori anche se non c'era nulla di particolare, non  esisteva neanche il telefonino croce e delizia di questi anni frenetici ma solo il telefono a gettone per chiamare casa dal campeggio.

il telefono a gettoni

L'esatto contrario di oggi in cui c'è tutto e pure il calcio con il torneo iniziato subito dopo ferragosto, una disgrazia che costringe i tifosi a togliere i piedi a mollo e correre allo stadio, parcheggiare a chilometri di distanza e sudare poi in tribuna senza la bottiglietta d'acqua stoppata all'ingresso dagli steward.

Nella calda estate del 70 invece, a fine agosto, nello stadio della Stella Polare di Ostia, si assisteva in tranquillità alla partita perchè la Lazio incontrava i dilettanti del Fregene. Portavi l'acqua fresca che sgorgava dalla fontanella sul lungomare  e, volendo, pure qualche fiasco di vino.

Una rimpatriata in biancoceleste per grandi e piccini con la paletta e il secchiello appresso, che suscitava euforia e tanta allegria e no incavolature come succede adesso per i risultati che non arrivano e le cappellate che lorsignori combinano in campo.

il trampolino del Kursaal simbolo di Ostia

I tifosi arrivavano dagli stabilimenti vicini, Plinius, Nuova Pineta, Pinetina, Kursaal, Mediterraneo e Marechiaro, lasciavano le sdraio e i pattini (i lettini e pedalò non esistevano), le bocce, le piastrelle e le biglie di plastica con le immagini dei ciclisti per giocare sulla sabbia al Giro d'Italia e si piazzavano sulle tribune.

C'era una volta Giorgio Chinaglia non ancora grido di battaglia ma già Long John, goleador irresistibile e idolo della gente, c'erano una volta il piede sinistro di Dio Arrigo Dolso, Peppiniello Massa e il capitano senza macchia e senza paura Ferruccio Mazzola.

Come prendevano palla, la gente applaudiva, come driblavano un avversario, i bambini strillavano e i nonni col cappello di carta in testa per ripararsi dal sole implacabile, esultavano felici. 

le biglie coi ciclisti

Tra entusiasmo alle stelle e abbronzature da muratore in canotta, l'incontro finì 13 a 0, segnarono un po' tutti, Chinaglia fu portato in trionfo a Wilson offrirono il cocomero a Dolso lo baciarono tutte. 

I selfie non esistevano ma qualcuno previdente e in anticipo sui tempi c'era sempre, pronto a scattare foto ricordo col beniamino di turno con la Polaroid, immagini che il tempo ha sbiadito inesorabilmente.

C'erano una volta le amichevoli precampionato, la maglia all'inglese della Umbro e le abbronzature da muratore con la canotta, c'era una volta un calcio a misura d'uomo e non di sponsor e una felicità fatta di niente. Ma non se ne rendeva conto nessuno...

Tutto esaurito allo Stella Polare

Per la cronaca e soprattutto per curiosità ecco il tabellino dell'amichevole:

FREGENE: Portoghese (26’ Rossi e 46’ Moriggi), Pagani (46’ Levroni), Zoppi (46’ Federici), Cesarini, Loreti, Ruffon, Manzia (46’ Lollini), Pizzichini, Ciolli, Cerioli (46’ Miotto), Soddu.

LAZIO: Di Vincenzo, Wilson (63’ Nanni), Facco (46’ Legnaro), Governato (66’ Andreuzza), Polentes, Marchesi (70’ Fortunato), Massa, Mazzola, Chinaglia, Manservisi (59’ Morrone), Dolso. All. Lorenzo

Marcatori: 1’ Massa, 7’ Mazzola, 8’ Chinaglia, 18’ Manservisi, 29’ Massa, 30’ Chinaglia, 44’ Mazzola, 49’ Chinaglia, 56’ Dolso, 60’ Mazzola, 61’ Massa, 80’ Dolso, 81’ Massa


lunedì 24 agosto 2026

Lazio, buona la prima. Le Pagelliadi

 di FRANCESCO TRONCARELLI


8+ a Fra Tesi da Fidene - Dite la verità, avreste scommesso su una vittoria della Lazio a Bologna con tutte le polemiche e le difficoltà incontrate dalla aquadra nel precampionato?  E invece non sollla vittoria è arrivata ma c'è da dire che i tre punti conquistati al Dall'Ara sono più che meritati. Partenza subito autoritaria, ritorno dei rossoblu controllati bene, poi coi cambi di Vito Catozzo Ringhiuso l'exploit dell'ultimo arrivato che non solo ha segnato un bel gol ma ne ha poi salvato uno sulla linea. Grande!  Buona la prima, e ci voleva proprio

7 e mezzo a che Dio ce la Mandas buona - La ripresa è sua, uno, due, tre interventi. fondamentali. E ha il lato B che lo assiste.

7 a Dio perdona pure Dia - ma azzecca un assist di tacco che lo riscatta dal nulla cosmico.

6+ a Prostamol - Un veterano. Sa come vanno le cose e si batte oltre i suoi limiti. Da apprezzare.

6+ a Quando c'era lui - esordio fortunato per il nipotissimo. Menà ha menato poi lo zampino nel gol con la rimessa. 

6 a Lisasken dagli occhi blu - senza le trecce lo stesso non sei tu, ma le finte a rientrare sono ancora bone.

6 a Rovella per chi non si accontenta - Geometra di centrocampo, deve dimostrare che anche senza i bonus edilizi sa il fatto suo

6- a Liz Taylor - Non ancora al top, più al Totip.

5 emezzo a Pighin-Sanguin-Noslin e senti che musica coi Tavares - buttati nella mischia nel finale per fare ammuina, come la Real Marina di Franceschiello che non aveva cannoni ma si agitava sulla tolda della nave per confondere i nemici.

5 e mezzo a Benigno Zaccagnini - Ha le polveri bagnate da un anno. Spara a salve come il cannone del Gianicolo.

5 da Pedro a Pedraza - è un attimo.

5 a Doekhi condizionatori con pompa di calore - Lento, impacciato ricorda il miglior Tare, un frigorifero che cammina.

5 a Tele Bashiru sul canale 44 del digitale terrestre - È partito in quarta è finito in folle. Come Vittorio Sgarbi.

5- - a Rosanna Cancellieri - Lui e il pallone due nemici, sono agli antipodi come Vannacci e Luxuria lo sanno tutti ma questo passa il convento e questo scempio tocca subì. Ma verrà il giorno come ammoniva Fra Cristoforo nei Promessi sposi, che sto scappato da casa torni a zappare nei campi. Sipario.

mercoledì 19 agosto 2026

Ricordando Roby Ferrante

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Fu un grande Sanremo quello del 64 presentato da Mike Bongiorno e l'attrice Giuliana Loiodice, un'edizione rimasta nella storia della nostra musica leggera per gli artisti esordienti che divennero subito popolarissimi e le canzoni che presentarono.

Nomi come Gigliola Cinquetti, Bobby Solo, Robertino e Bruno Filippini, brani come "Non ho l'età", "Una lacrima sul viso", "Un bacio piccolissimo" e "Sabato sera",  canzoni che hanno fatto il giro del mondo e ancora oggi sono ricordate.

E tra questi debuttanti sul palco del festival c'era anche un ragazzo romano, "scuderia" RCA, un talento al pianoforte e una carica umana da vendere, si chiamava Roby Ferrante. 

Era in gara col brano "Ogni volta", motivo trascinante arrangiato da Ennio Morricone che aveva composto sul testo di Carlo Rossi, il paroliere di fiducia dei successi estivi di Edoardo Vianello.

Lo cantava in coppia con Paul Anka, esordiente di lusso anche lui nella manifestazione sanremese che nel Bel paese aveva trovato la seconda patria canora.

Si chiamava Roby Ferrante, si chiamava,  perchè purtroppo ci lasciava esattamente 60 anni fa in un drammatico incidente stradale che nella dinamica ricorda maledettamente la scena finale del film "Il sorpasso" con Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant.

Roby era all'apice del successo, lo conoscevano tutti, di lui scrivevano le riviste specializzate come Ciao Amici e Sorrisi e Canzoni e i suoi 45 giri vendevano bene.

Con "Ogni volta" aveva sfondato regalando una rinascita (e altri brani scritti da lui) all'amico Paul Anka e componendo pezzi di successo per altri artisti, come lo splendido "Alla mia età" per Rita Pavone e il coinvolgente "La forza del destino" per Neil Sedaka.

Abitava a via Goffredo Mameli nel cuore di Trastevere ed era benvoluto da tutti, quando entrava da Sacchetti a San Cosimato per gustarsi una granita di caffe con panna, era festa grande. Battute, pacche sulle spalle, sorrisi delle ragazze.

Del resto Roberto Di Napoli (questo il vero nome con cui era stato registrato all'anagrafe di Roma il 19 dicembre del 42) era uno di loro che ce l'aveva fatta ed era peraltro il figlio di Gennaro il sarto del rione.

Ma quel magic moment finì sulla "Firenze mare" il 19 agosto del 66, quando uscendo di strada con la sua Mercedes pagoda nei pressi di Altopascio rimase incastrato nelle lamiere dell'auto mentre gli amici che erano con lui Lucio Falco e Rino Barillari venivano sbalzati fuori salvandosi.

I sogni muoiono all'alba scriveva Indro Montanelli come quelli di Roby che aveva chiesto a Charles Aznavour, dopo il concerto alla Bussola a cui aveva assistito, di incidere un suo brano.

Quella canzone però non venne mai alla luce come tanti altri progetti, e al suo nome da quel giorno vennero accostati solo tristezza e rimpianto da parte di chi lo aveva applaudito e conosciuto.

Avrebbe potuto vincere Sanremo come i colleghi Cinquetti e Bobby Solo, avrebbe potuto azzeccare il brano dal successo internazionale come l'amico Dino con "Gli occhi miei" rilanciato da Tom Jones. Chissà.

In tealtà se non fosse stato per "Techetechetè" nella versione firmata da Michele Bovi, che spesso lo riproponeva nei filmati d'epoca, molti leggendo il suo nome avrebbero chiesto parafrasando il Don Abbondio dei Promessi sposi alle prese con Carneade, "Roby Ferrante, chi era costui?".

Il tempo inesorabilmente ha cancellato nella memoria collettiva la sua breve ma intensa avventura canora, ma non per tutti. Stamani, 60 anni dopo quel tragico "The end", un mazzo di fiori freschi era sulla sua tomba al Verano, al riquadro 120, vicino a quella di Rino Gaetano.

Stesso incredibile destino ma due storie e carriere completamente diverse. Oggi ricordiamo quella di Ferrante, il ragazzo di Trastevere che ce l'aveva fatta.







 





domenica 9 agosto 2026

Peppino di Capri e di Ischia

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Spiaggia di Poseidon, vigilia di ferragosto 1975, la quiete sonnacchiosa della controra che avvolge i bagnanti e i clienti delle terme è interrotta all'improvviso dal rumore del motore di una barca che si sta avvicinando alla riva.

Rocco, lo storico bagnino dello stabilimento, mette le mani ai lati della bocca stile Tarzan e grida "fuori dalle boe, tornate fuori dalle boe" per invitare l'equipaggio ad allontanarsi, ma dalla barca rispondono "simmo pe' Peppino di Capri", "allora trasite!" il lasciapassare di Rocco.

E così parte l'annuncio dal megafono dello scafo: "Questa sera al Castello d'Aragona, Peppino di Capri in concerto, tutti tutti tutti al Castello d'Aragona per Peppino di Capri, canterà Champagne, Roberta, Luna capreseeee".

Peppino e i New Rockers al Castello

Peppino a Ischia una lunga storia di musica e successi. Fu qui che iniziò la sua meravigliosa carriera trovando tra i clienti del Rangio Fellone dove si esibiva i discografici milanesi della Carish che lo misero sotto contratto insieme ai suoi Rockers, facendolo diventare un numero uno.

Anni ruggenti anche per l'Isola verde, che grazie agli investimenti di Angelo Rizzoli stava scoprendo il turismo vacanziero e termale mentre appunto Peppino gorgheggiava alla Paul Anka "Let me cry" del suo fido chitarrista Mario Cenci e una certa Baby Gate non ancora Mina gli rispondeva dal Moresco col sincopato "Be bop a lula"

Qualcuno sostiene che Giuseppe Faiella in arte si sarebbe dovuto chiamare Peppino di Ischia, per le opportunità colte nei night del Porto e di Lacco Ameno (che bella la foto di Tommaso Monti che apre questo articolo con Peppino sorridente dal balcone del Regina Isabella) che lo resero entertainer di razza.

alla Galleria di Mazzella

Se così fosse stato però, probabilmente la sua vicenda umana e artistica sarebbe stata un'altra. Meglio di Capri, la sua Capri, non disdegnando però Ischia, con i piccoli e grandi piaceri del viverci seppur come ospite di lusso e benvoluto da tutti.

Le pannocchie arrostite dall'ambulante di corso Vittoria Colonna per esempio, oppure l'apertivo in piazzetta al Calise tra sorrisi e gli autografi ai fan, e che dire dei quadri di Mario Mazzella, stupende e iconiche "marine" esposte anche a Parigi, da appendere poi nel salone della villa caprese.

E poi quelle serate al Castello, sotto le stelle e 'ngoppa o mare, con l'amico di una vita Bebè Falconieri a dettare con la batteria i tempi delle esibizioni mentre Gianfranco Raffaldi col suo organo Hammond creava la giusta atmosfera. 

Peppino sbarca a Ischia

La Napoli bene ingioiellata con le dame e con le camicie bianche di lino e i pantaloni a zampa d'elefante dei cavalieri, era tutta lì per lui, come lo era al Negombo o all'esclusivo  Pignatiello, per ascoltarlo, applaudirlo e sognare con le sue canzoni e il suo carisma da re del night.

Ischia naturale approdo per chi cercava i bagni ai Maronti o a Citara ma anche punto di riferimento per chi la sera voleva uscire per ballare e con chi se non con Peppino, habitueès del by night isolano con più date nella stagione estiva, tutte ovviamente sold out.

A Ischia poi Peppino incontrava un suo grande amico, Fred Bongusto, con cui condivideva la passione per il mestiere, tournè, canzoni sussurate con eleganza e carisma. 

attenti a quei due

Peppino cantava "Roberta" e Fred rispondeva con "Frida, t'aggio voluto bene", Peppino lanciava "Nessuno al mondo" e Fred replicava "Doce, doce doce erano e vase...".

Fred aveva una casa a Sant'Angelo e spesso il "dopo teatro" trovava rifugio da lui, per una spaghettata e un Biancolella bianco e ghiacciato, col pianoforte e la chitarra sempre pronti, serate memorabili per la gioia di chi c'era.

Cittadino onorario dell'Isola verde, il caprese Giuseppe Faiella è stato omaggiato secondo una leggenda metropolitana suggestiva e comunque alimentata dal personale imbarcato, dell'intitolazione della motonave ammiraglia che trasporta auto e passeggeri da Pozzuoli a Ischia col nome di "Don Peppino".

"Così dicono" rispondeva l'artista con quel sorriso solare e sornione che lo contraddistingueva alla richiesta di conferme a questa voce. Grandissimo. Sì perchè Don Peppino cittadino illustre del Golfo, nato a Capri e che a Ischia aveva la residenza affettiva da sempre era veramente un grandissimo, artista e signore.










venerdì 31 luglio 2026

Stefania Rotolo, indimenticabile

di FRANCESCO TRONCARELLI

La notizia arrivò come un fulmine a ciel sereno, nessuno sapeva della malattia che l'aveva aggredita, nè nulla era filtrato dalla clinica dove era ricoverata e dove si stava consumando con dignità e nella riservatezza.

Era il 31 luglio di quarantacinque anni fa, e l'Italia si stava imbarcando nelle ferie, tra caldo africano in arrivo,  l'anticiclone delle Azzorre che faceva le bizze mentre il capo del Governo Spadolini si apprestava a  pronunciare un discorso sull'economia del Paese alla Camera. 

Fu Renato Zero a farsi portavoce dei familiari e comunicare che "Stefania non c'era più, aveva finito di soffrire ed era volata in cielo".  Lui la conosceva bene, erano stati insieme nei Collettoni di Rita Pavone e le era rimasto amico col passare degli anni.

Da quella esperienza poi la Rotolo era decollata, diventando una showgirl della nuova generazione fra le più brave, sicuramente moderna e innovativa e uno dei personaggi dello spettacolo più amati dai giovani per le sue conduzioni al passo coi tempi e il suo modo di ballare travolgente.

A indirizzarla al ballo era stata la madre, una danzatrice austriaca giunta in Italia per entrare nel corpo di ballo delle famose Bluebelles, che si esibiva negli show di Erminio Macario. A 17 anni era in tv con Renato Zero e la Bertè ed altri teen agers che sapevano ballare, per partecipare allo spettacolo di Pel di carota.

Stefania Rotolo e la figlia Federica

Qualche anno dopo fu notata da Franco Estil al Piper che le propose di unirsi alla sua compagnia di danza per un tour in Messico. La permanenza in America latina avrebbe dovuto limitarsi a qualche mese ma non fu così.

Innamoratasi del sassofonista brasiliano Tyrone Harris da cui ha avuto la figlia Federica, la Rotolo decise di seguirlo e di convivere con lui a Rio de Janeiro. Nella metropoli carioca ebbe modo di perfezionare le sue doti di ballerina presso la nota escola de samba di João Gilberto. 

Tornata in Italia Stefania fu ingaggiata come attrazione nel Cantagiro poi prese parte come ballerina, alla commedia musicale Felicibumta di Garinei e Giovannini con Gino Bramieri. 

Il suo nome girava nell'ambiente insomma ed era molto richiesto, tanto da esssere chiamata nel 74 a far parte del cast del film La mafia mi fa un baffo di Riccardo Garrone con Renato Cecilia. Il suo debutto televisivo avvenne di lì a poco, duettando niente meno con Charles Aznavour in un suo recital.

Stefania si era intanto legata sentimentalmente a Marcello Mancini, giornalista e autore televisivo, al quale era stata affidata da parte della Rai, l'ideazione di un nuovo programma mirato ai gusti di un pubblico giovane, praticamente ignorato dai palinsesti. Una trasmissione innovativa dove lei avrebbe recitato un ruolo importante.

In quella tv in bianco e nero che stava per diventare a colori, Rotolo con la sua grinta e la sua simpatia, dà così il meglio di sè alla conduzione di alcuni programmi destinati ad un target giovanile destinati a segnare il costume e fare tendenza. 

Sammy Barbot e la "ragazza uragano" a Piccolo Slam

Il primo di questi è Piccolo Slam, in onda sulla Rete Uno (l'attuale Rai 1) nel 1977, programma dedicato alle novità discografiche. Stefania Rotolo è affiancata da Sammy Barbot, ballerino, cantante e dj di origine caraibica. 

Il varietà-contenitore musicale preserale era ambientato in uno studio televisivo che riproduceva la pista di una discoteca, in cui i ragazzi ballavano a ritmo della disco music, fenomeno musicale che esplose in tutto il mondo proprio in quegli anni.

I due formano una coppia perfetta in questo format che era la fotografia di una generazione, Stefania e Sammy bucano lo schermo e fanno impazzire la meglio gioventù delle discoteche che li aspetta davanti al piccolo schermo per vivere una serata diversa. 

Un successo enorme, le dodici puntate inizialmente previste vengono raddoppiate e ne viene garantita una seconda stagione. Gli artisti fanno la fila per andarci e presentare i loro nuovi brani, mentre la pista ribolle con le coreografie di Franco Miseria.

La sigla della seconda edizione dal titolo Go!!!, un pezzo frizzante come la Rotolo, vincerà il Telegatto come Migliore Sigla Tv, e il Premio Popolarità di Radio Monte Carlo. Per il pubblico che la applaude e la segue con interesse è la "Ragazza uragano", quella che con la sua verve e i suoi balletti travolge tutti.

Rotolo in azione con Truciolo

Viene poi ingaggiata in autunno da Enzo Trapani per il suo varietà Non stop, fucina di nuovi talenti comici come Verdone e la Smorfia guidata da Troisi; anche qui, come da consuetudine, interpreta la sigla, Spaccotutto e sarà un altro successo. 

Nel 1979 conduce un'altra trasmissione serale assieme al comico Gianfranco D'Angelo, Tilt, diretta dal regista Valerio Lazarov. Lo show, che si rivolge ad una fascia d'ascolto varia e trasversale, oltre alle usuali atmosfere dance per i giovani presenta effetti speciali nelle riprese all'avanguardia.

C'è anche uno spazio dedicato ai bambini, detto Baby music, dove Stefania balla sulle note delle sigle dei cartoni animati più in voga del periodo, in coppia con Enzo Paolo Turchi ed una giovanissima Claudia Vegliante.

Tra i brani originali lanciati nella trasmissione ha un notevole successo Marameo. La sigla finale del programma, Cocktail d'amore (composta da Cristiano Malgioglio, Corrado Castellari, Marcello Mancini.

Il brano eseguito e arrangiato dal maestro Paolo Ormi al piano, Achille Oliva al basso, Giancarlo De Matteis chitarra, Marco Pirisi batteria, diventerà la maggiore hit discografica della showgirl, ricevendo finalmente anche il plauso della critica. 

Stefania Rotolo al top

Stefania ora è all'apice del successo e della notorietà, la Rai realizza lo special Chroma-Key folies (dove sono replicati i migliori balletti di Stefania eseguiti all'interno di Tilt) che rappresenterà l'Italia al Festival Internazionale della Televisione di Montreux in Svizzera.

Mike Bongiorno la vuole a Canale 5 per la presentazione del Mundialito di Calcio, affidandole la sigla ufficiale dell'evento sportivo che propone un inedito balletto della protagonista registrato negli studi televisivi della neonata rete televisiva milanese. 

Gli anni 80 si annunciano come gli anni suoi, quelli della definitiva consacrazione che già la stampa popolare e i settimanali specializzati le hanno tributato, ma purtroppo non sarà così. 

Nonostante l'intervento chirurgico a cui si sottopone e un'illusoria ripresa, il tumore uterino che minava la sua salute si riaffaccia e se la porta via. Lei così solare e piena di vita, muore a soli 30 lasciando increduli i milioni di ragazzi che stavano crescendo con lei e tanti sogni nel cassetto per il loro domani.

«E adesso tu / sei di scena nel blu! / Quanto cielo ballerai... / Ora hai tutto l’immenso / per non smettere mai!/ E guardo su, Sei la stella che chiama di più”, canterà Renato Zero in "Ciao Stefania", il brano che le dedicherà dopo quella triste giornata del 31 luglio dell'81. 

In un mondo dello spettacolo pieno di dilettanti allo sbaraglio come l'attuale, si sente terribilmente la mancanza di una showgirl di razza come la dolce e scatenata Stefania Rotolo. Quella irresistibile Peter Pan del palcoscenico che regalava gioia ed entusiasmo al pubblico che ancora oggi la ricorda con affetto e nostalgia. Indimenticabile.

Indimenticabile Mario Riva

di FRANCESCO TRONCARELLI Era un primo di settembre come oggi, del 1960, e l’Italia si fermava per la morte di Mario Riva artista ...