martedì 30 marzo 2021

Addio Geronimo Meynier, "figlio" di Totò e Fabrizi

 di FRANCESCO TRONCARELLI

Un numero, non una persona. La sua scomparsa è passata inosservata nella triste contabilità dei morti per la pandemia. Uno dei tanti andati via senza un saluto il 23 gennaio scorso, uno di quei 488 anonimi di quel giorno che hanno lasciato affetti e ricordi senza un perchè e un pensiero.

Eppure Geronimo Meynier una volta era uno dei nomi più interessanti del nostro cinema, uno dei giovani sempre presenti nelle pellicole di cassetta col suo volto da ragazzo pulito e quel sorriso che riempiva lo schermo.

Presenza ideale nei cast dei film con Totò e Fabrizi in quelle storie senza tante pretese che facevano ridere tutti e riempivano le sale, visti e rivisti poi nelle riproposizioni televisive negli anni successivi mantenendo così il loro successo nel tempo.

Geronimo poi era come se fosse rimasto sempre giovane, perchè nonostante l'accoglienza positiva delle sue interpretazioni sia per il pubblico che per la critica, si era ritirato dalle scene dopo un decennio di attività. 

Nell'immaginario collettivo perciò, era rimasto sempre quel bel ragazzo allegro e all'occorrenza scavezzacollo che piaceva a tutti e in cui molti giovani di quegli anni avviati verso il Boom economico, si rispecchiavano.  

a 14 anni in "Amici per la pelle"

Esordio bruciante in "Amici per la pelle" per la regia di Franco Rossi, a soli 14 anni con Andrea Scirè (figlio di Junio Valerio Borghese), una pellicola molto coinvolgente e dai risvolti dolci e amari sui rapporti fra adolescenti appartenenti a ceti sociali diversi.

E' paticamente un ragazzino, ma dimostra di saperci fare e di avere la stoffa per fare l'attore. E così iniziano le sue partecipazioni ai film di cassetta del periodo che lo vedono di volta in volta figlio di Vittorio De Sica ("Amore e chiacchiere" di Blasetti), rampollo di buona famiglia ("Il magistrato" di Lugi Zampa), scanzonato sciatore con Alberto Sordi ("Vacanze d'inverno" di Mastrocinque).

Prende parte anche a film corali dal successo enorme come "La cento chilometri" di Pieroni con un cast zeppo di numeri uno per il cinema popolare come Massimo Girotti, Gianni Agus, Aldo Giuffrè, Mario Carotenuto, Tiberio Murgia e Capannelle.

Ed anche a pellicole entrate nella storia del cinema come "La grande guerra" di Mario Monicelli, dove fra i tanti soldati che fanno da cornice alle vicende tragicomiche di Giovanni Busacca-Vittorio Gassman e Oreste Jacovacci-Alberto Sordi, c'è anche il suo portaordini.  

Ma è con "Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi" e "Totò truffa 62" pellicole incentrate sulla comicità di questi mostri sacri, che Meynier diventa popolarissimo ritagliandosi definitivamente i ruoli di "figlio" più serio del genitore e "giovane" in cerca di ragazze e di guai.

Geronimo e Totò
Ci sarà anche un emozionante e in techicolor (come si diceva allora per le pellicole a colori) "Romeo e Giulietta, di Riccardo Freda, coproduzione italo spagnola sulla tragedia di William Shakespeare.

Geronimo nel ruolo del rampollo della famiglia Montecchi innamorato perso della fanciulla dei Capuleti interpretata da Rosemarie Dexter, diede prova di essere anche un attore drammatico e non solo protagonisita di commedie leggere.

Ma paradossalmente, quel ruolo finalmente apprezzato dalla critica, fu il suo canto del cigno. Problemi familiari lo allontanarono dalle scene e quando avrebbe potuto riprendere, gli spazi erano tutti occupati per gli ex ragazzi del cinema degli anni Sessanta.

Per lui, appartenente a una famiglia di esuli fiumani che scegliendo la libertà e l'Italia aveva perso tutto e si era dovuta rimboccare le maniche per ricominciare a vivere, non fu un problema ma l'amarezza e la nostalgia più che comprensibili furono tante, affievolite lentamente col decorso del tempo.

Geronimo Meynier così praticamente sparisce dai radar della notorietà e rientra nel cono d'ombra della vita di tutti i giorni, per lui non ci sono le rimpatriate nei talk show del pomeriggio e nemmeno le carrambate negli show dedicati che rispolverano i protagonisti dei migliori anni.

Romeo e Giulietta

L'ex enfant prodige di Cinecittà col passare degli anni viene dimenticato da tutti, anche se spesso lo si rivede nelle tv in quei film dalle risate in bianco e nero ma ancora irresistibili, volto familiare come quello di tutti i protagonisti di una felice stagione del cinema, anche se sono pochi a ricordare il suo nome.

Sparito per chi muove le fila dello spettacolo e delle notizie, come conferma l'assenza di flash d'agenzia annuncianti la sua scomparsa. Il Covid col suo implacabile livellamento che riduce tutto a contabilità arida ha fatto il resto. 

Gli smemorati della storia cinematografica e gli addetti del copia e incolla che, meschini, hanno bucato la notizia, non sapevano che Geronimo Meynier era bravo e davanti la macchina da ripresa si sentiva come a casa.

Restano in ogni caso quei film "da quattro soldi" stroncati dalla critica saccente che però funzionano ancora adesso e che lo hanno reso immortale con la sua simpatia e quello sguardo da lenza. 

E quelle scenette con Totò, Fabrizi e De Sica che erano uno spasso per grandi e piccini, ora potrà riproporle lassù da eterno "giovane d'oggi" cone quei maestri. Ciao Geronimo...


 

 




giovedì 25 marzo 2021

Quando i Beatles "copiavano" Peppino di Capri

 di FRANCESCO TRONCARELLI

"Chiedi chi erano i Beatles", cantavano gli Stadio in un celebre brano giocato sul contrasto generazionale tra chi ha vissuto la rivoluzione musicale dei Fab four e chi per ovvi motivi d'età non l'ha potuta conoscere. 

Quella richiesta era un suggerimento per chi non c'era, in modo da godere le forti emozioni di quel passato e i ricordi che ha lasciato. 

Ora però quella domanda che ha dato vita alla canzone, dovrebbe essere riveduta e trasformata in un "Chiedi chi era Peppino di Capri".

Il ritrovamento di un documento quanto meno sorprendente, ha infatti mischiato le carte e fornito una visione diversa sullo stato dell'arte della musica nei primi anni Sessanta.

Si tratta di un articolo di giornale in cui i ragazzi di Liverpool vengono accostati ai ragazzi di Capri guidati da Giuseppe Faiella, il vero nome con cui è registrato all'anagrafe dell'Isola Azzurra l'artista napoletano.

Una considerazione che sembrerebbe incredibile data la differenza di genere e di impatto sulla musica del complesso inglese che è stato il gruppo più famoso nel mondo e l'interprete di "Champagne" che è diventato un'eccellenza italiana nel mondo.

Ma è una visione delle cose non certo peregrina, innanzitutto perchè fa capire a chi non ha vissuto quel periodo quanto fosse importante per la musica italiana Peppino di Capri, poi perchè sottintende quello che nella realtà è stato.

Ovvero che fra la band di Liverpool e quella di Capri ci sono state musicalmente parlando alcune similitudini e poi momenti in cui la vicinanza ha influenzato lo stile dei secondi. 

L'articolo recuperato e da cui nasce il tutto, è più precisamente una recensione relativa a due brani degli "Scarafaggi", Please please me e She loves you, che uscirono in Italia sul finire del 1963. 

Due pezzi che in Inghilterra scalarano subito le classifiche aumentando notevolmente la popolarita dei quattro capelloni nel loro paese, facendoli poi conoscere nel resto d'Europa. 

Ovviamente grazie alla diffusione che Radio Luxumbourg (una sorta di emittente privata internazionale ante litteram) e al fiuto dei discografici stranieri.

Del resto allora non esistevano internet nè tantomeno i social e tutto avveniva a rilento e non in tempo reale come ora. In Italia per esempio i Beatles non erano ancora sulla cresta dell'onda, anzi, e fu proprio Peppino di Capri a spingere i manager della sua casa discografica, la Carish, a pubblicarli. 

Questi dischi infatti erano sui tavoli degli uffici insieme a tanti altri della consociata Parlophone (l'etichetta dei Beatles), ma nessuno li aveva presi in considerazione. 

Peppino che già faceva serate ovunque (era stato all'Olympia di Parigi), aveva cantato alla tv inglese a Londra e li conosceva, consigliò ai suoi manager di pubblicarli.

E così, grazie alla sua dritta, i 45 giri di Paul McCartney e compagni arrivarono sul mercato italiano. L'articolo in questione si riferisce a questi due dischi appena pubblicati e li recensisce. Parla con competenza dei Beatles (per lo più sconosciuti da noi presso il grande pubblico) come fenomeno di costume.

E per far capire chi siano gli interpreti dei 45 giri, fa riferimento al celebre servizio di "TV 7" con l'intervista che il giornalista Gianni Bisiach aveva fatto ai Beatles (l'unica che abbia fatto un cronista italiano), andato in onda sul Canale nazionale (Rai 1) la vigilia di Natale del 1963.

Entrando nel merito poi, la sorpresa: "Ad un primo ascolto abbiamo avuto una strana impressione: e cioè che essi non abbiano inventato nulla di nuovo, ma calchino soprattutto le orme di Peppino di Capri e i suoi Rockers soprattutto dal punto di vista dell'arrangiamento dei pezzi".


In altre parole, i Beatles s'ispiravano a Peppino e ai suoi fedeli e bravissimi boys che lo accompagnavano, ovvero Bebè Falconeri alla batteria, Pino Amenta al basso, Gabriele Varano al sax e soprattutto il chitarrista Mario Cenci, autore e arrangiatore dei grandi successi dell'artista napoletano.

Certo, l'affermazione del critico musicale fa sorridere e stupisce non poco, sembra più una battuta che un giudizio tecnico, ma se viene però inquadrata nel momento storico in cui è stata fatta e non con la conoscenza e la visione di quello che è avvenuto dopo, è sicuramente comprensibile.

Nel 1963 in Italia, i Beatles erano un gruppo come tanti che si affacciava sul mercato, il grande pubblico li ignorava e solo alcuni giovani li conoscevano. 

Nessuno, neanche i giornalisti e gli addetti ai lavori, aveva la sfera di vetro per sapere che avrebbero rivoluzionato non solo il costume ma la musica componendo capolavori assoluti che avrebbero fatto il giro del mondo e che ancora oggi regalano emozioni.

Peppino e Celentano idoli delle folle al Cantagiro

Peppino di Capri invece, al pari di Celentano, era un "numero uno", in quell'anno tra l'altro aveva piazzato ben sette dischi in classifica, un record, vinto il Cantagiro, partecipato ad alcuni Musicarelli e cantato davanti lo Scià di Persia nella sua reggia di Teheran a conferma della popolarità anche a livello internazionale.

Naturale quindi l'accostamento a lui e ai suoi brani, arrangiati da Mario Cenci con un'impronta moderna per quei tempi rispetto alla melodia tradizionale alla Claudio Villa e Nilla Pizzi imperante, a base di riff e assoli di chitarra notevoli. Come facevano appunto i Beatles.

Nessuna eresia quindi da parte del giornalista, ma una semplice osservazione, peraltro a "un primo ascolto", redatta in base alle proprie conoscenze e a fatti incontrovertibili. Beatles e Peppino di Capri legati, senza saperlo, da un comune modo di intendere la musica, moderno, al passo coi tempi e le mode che cambiavano.

Un legame per certi versi incredibile che avrà una seconda puntata speciale in occasione della tournèe italiana dei Fab Four, quando l'artista napoletano coi suoi Rockers fu scelto per fare da supporter ai loro concerti di Milano, Genova e Roma, insieme ad altri artisti (New Dada, Fausto Leali, Guidone) ma col privilegio di essere l'ultimo ad esibirsi prima di loro per una ventina di minuti.   

I Beatles con Peppino e i Rockers nei camerini dell'Adriano
Una tournè indimenticabile per Peppino e i Rockers che poterono apprezzare quel ciclone che stava per sconvolgere la musica per sempre e che avebbe poi influenzato le loro esibizioni.

Di Capri e i Rockers erano già all'avanguardia (come i Fab Four anche gli artisti napoletani facevano i coretti nelle canzoni), ma presero spunto dopo questa esperienza, per aprire i loro concerti con un assolo a tre chitarre.

Senza contare poi che durante quel tour italiano, sia Peppino, che Mario Cenci, ripresero le esibizioni dei Beatles con le loro cineprese in 8mm, realizzando così dei filmati eccezionali seppur in forma amatoriale che sono le uniche testimonianze di quell'evento.

La Rai infatti snobbò il tutto non mandando nè reporter nè cineoperatori, ritenendo che i capelloni inglesi non avessero un futuro. Sic.



La sintesi di quell'incontro di stili certamente diversi ma con qualche indiscutibile similitudine, si ebbe poi quando Peppino di Capri incise l'anno dopo un brano dei Beatles, Girl. 

La cover italiana fu affidata a Mario Cenci che ebbe così l'onore, meritatissimo, di vedere il suo nome nel disco accanto a quelli di Lennon e McCartney.

E fu una scelta azzeccata, perchè il brano originale aveva quella melodia armoniosa e accattivante sottolineata dalle chitarre che richiamava atmosfere partenopee, tanto che il pubblico generalista che seguiva Peppino l'apprezzò molto credendo fosse una sua canzone.
 
Cenci-Lennon-McCarteny

Il 45 giri peraltro uscì nel mercato italiano qualche mese prima di quello del gruppo inglese che ormai viaggiava ad alti livelli anche da noi come nel resto del mondo e perciò riuscì subito a vendere moltissimo.

Il brano inoltre venne eseguito nel film per la Tv "Totò a Napoli" episodio della serie dedicata al Principe della risata "Tutto Totò", diventando una specie di clip musicale ante litteram realizzzata dal regista della serie Daniele D'Anza.

Peppino e i suoi Rockers con le chitarre e i capelli al vento, cantano e suonano in una darsena del porto del capoluogo patenopeo, fra barche ormeggiate e in rimessaggio con le onde del mare che si infrangono sulla sulla sabbia in sottofondo. 




Fra i Beatles e Di Capri non ci saranno poi più "contatti" e quella storia iniziata con una recensione che li accumunava e proseguita con una tournè insieme e un disco in replica, finì come era inevitabile. 

Ma c'è un'altra vicenda sconosciuta ai più che ha riaperto il discorso a sorpresa. È recente e si riferisce all'incontro avvenuto a Capri tempo fa fra Yoko Ono e Peppino. 

In quella occasione la vedova di John Lennon gli ha regalato un "libro" scritto di pugno dal marito, con pensieri e disegni, un documento eccezionale. Ma questa come direbbe qualcuno, è un'altra storia. Da scoprire alla prossima puntata.  

lunedì 22 marzo 2021

Uno, nessuno, 100 Nino

 di FRANCESCO TRONCARELLI 

 

Sornione, caustico, brillante, riflessivo. Nino Mafredi era tutto questo, un attore completo e immenso che aveva affinato le sue qualità di interprete in una vita al servizio dello spettacolo e del pubblico. Oggi avrebbe compiuto cent'anni e tutta l'Italia lo festeggia nel ricordo indelebile e nostalgico per un artista davvero unico.

Era ciociaro Nino Manfredi, nato a Castro dei Volsci il 22 marzo del 1921, cent'anni fa appunto, ciociaro di nascita ma romano d'adozione, città in cui si era trasferito coi genitori e il fratello da bambino, e di cui aveva subito appreso umori e amori.

Caratteristiche che gli sarebbero tornate utili quando da grande sarebbe diventato attore dopo una laurea in Legge presa a tutti i costi e 8controvoglia, pur di fare contento il padre maresciallo della polizia tutto d’un pezzo e che non vedeva di buon occhio gli artisti.

Operazione San Gennaro con Totò
Poi papà Romeo si dovette ricredere, perché il figlio attore aveva dimostrato di saperci fare. Nino infatti era bravo, versatile e poliedrico, riuscendo a diventare nel tempo uno dei protagonisti del nostro spettacolo per quella sua meticolosità con cui entrava nelle parti che lo faceva più interprete che personaggio da attore vero qual era.

Un grande artista capace di trasformarsi in mille volti e passare con successo da un genere all'altro, rappresentando così nel cinema la gente comune alle prese con i problemi della vita ma anche personaggi storici a cui riusciva sempre a dare una certa umanità e una profondità veramente uniche.

Nino Manfredi è stato un mostro sacro del nostro spettacolo, uno dei "quattro moschettieri" della commedia all'italiana, i cosidetti “colonnelli della risata”, Sordi, Gassman, Tognazzi e lui appunto, insuperabili campioni d'incassi e mattatori delle scene.

Crimen con Gassman e Sordi

 Un attore preparato che aveva fatto l’Accademia col mitico Orazio Costa e lavorato con Strehler ma che nell'ironia misurata e pungente aveva le armi migliori. Che spesso usava più il corpo che la parola avendo studiato la lezione di Buster Keaton e Chaplin. 

E' stato la maschera nel cinema per antonomasia, un grande artista che ha interpretato decine e decine di storie dando un anima a uomini qualunque e personaggi storici con le loro debolezze e le loro virtù.

Nella sua lunga carriera infatti, Nino, diminutivo di Saturnino come era stato registrato nel comune ciociaro, ha fatto di tutto, l’attore drammatico, ma anche il brillante sui palcoscenici del varietà insieme alla Wandissima. Ha inciso dischi, arrivando ai primi posti in Hit parade con “Tanto pe’ cantà” del grande Petrolini.

il 45 giri prrimo in classifica

E’ stato doppiatore (da Robert Mitchum a Gerard Philipe, da Renato Salvatori a Mastroianni), conduttore televisivo (Canzonissima con Delia Scala e Paolo Panelli), protagonista di musical trionfali, attore televisivo (“Linda e il brigadiere”), testimonial pubblicitario (Più lo mandi giù, più ti tira su).

Situazioni e impegni diversi fra loro che accettava con lo stesso impegno, con la stessa pignoleria e partecipazione totalizzante che lo faceva un orologiaio del mestiere secondo una celebre definizione di Dino Risi.   

Ha fatto Rugantino, Geppetto, Girolimoni. Ha fatto veramente di tutto insomma e bene. E’ stato un vero e proprio gigante dello spettacolo, più interprete nella meticolosità e studio con cui entrava nelle parti, che personaggio.

C'eravamo tanto amti, con Gassman e Satta Flores

Oltre cento i film che ha interpretato, tra cui spiccano il Piede amaro ne "L'audace colpo dei soliti ignoti" (1959), "L'impiegato" di Gianni Puccini (1960) il primo film di rilievo nella sua carriera, "Anni ruggenti" (1962) di Zampa, "Il padre di famiglia" di Nanni Loy (1966), “Operazione San Gennaro” di Risi (1966), “Riusciranno i nostri eroi…” di Ettore Scola (1968), “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi (1968), "Vedo nudo" sempre di Risi (1969).

Ancora "Lo chiameremo Andrea" di De Sica (1972), “Pane e cioccolata” di Brusati (1973), il meraviglioso “C’eravamo tanto amati” di Scola (1974), “Brutti e sporchi e cattivi” sempre di Scola (1976), "Il giocattolo" di Montaldo (1979), “Caffè Express” di Nanny Loy (1980) "Nudo di donna" (1981), avviato in co-regia con Lattuada e terminato in proprio.

Protagonista superlativo della trilogia di Luigi Magni che ha dipinto la Roma che fu ai tempi del Papa Re con i bellissimi ”Nell’anno del Signore”, “In nome del papa re” e  “In nome del popolo sovrano”, in cui Manfredi, ciociaro doc, è stato romano autentico come Pasquino, Cardinal Colombo e Ciceruacchio.

Nell'anno del Signore con la Cardinale

Ed è stato anche regista. Di un film che ha fatto epoca per il tema, il successo e i riconoscimenti, "Per grazia ricevuta, una pellicola che raccontava la difficile emancipazione da un'educazione religiosa opprimente.

Uscita esattamente 50 anni fa (anniversario nell'anniversario), con un Nino in grande forma, gli valse la Palma d'Oro a Cannes come opera prima, Il David di Donatello e due Nastri d'Argento per Soggetto e Sceneggiatura. 

La colonna sonora era firmata da Guido De Angelis, suo arrangiatore per "Tanto pe cantà e aveva nel "W Sant'Eusebio" e "Me pizzica me mozzica" firmate da Guido con Maurizio De Angelis, le canzoni che Manfredi interpretava.  

I film che ha interpretato sono entrati nella storia del Cinema e ci rimandano ad un attore completo, che nella sua carriera è passato senza soluzione di continuità dalla commedia al dramma, dalla poesia alla barzelletta, dalla favola alla tragedia, dai contenuti alti a quelli più popolari. 

Ha stupito, emozionato, fatto ridere e commosso, dall'irresistibile "barista di Ceccano" (Fusse ca fusse la volta bona) all'intenso e drammatico Riccardo II di Shakespeare, ha lasciato sempre una traccia indelebile della sua bravura e della sua arte.

Aveva mille qualità, ma anche tante debolezze e fragilità come un uomo qualsiasi e del suo tempo. Un impasto complicato di ingredienti che hanno plasmato l'attore, il marito, il padre. Era un po' come il pane casareccio della sua terra, compatto e saporito fuori, ma con tanti buchi nascosti al suo interno.

Era Nino Manfredi che oggi avrebbe compiuto cento anni.

domenica 21 marzo 2021

Lazio, basta Marusic. Le Pagelliadi

 di FRANCESCO TRONCARELLI


8 e mezzo al Sonnambulo dal volto umano
- Per continuare a sperare in un aggancio alla zona Champions, la Lazio aveva un solo risutato, il 2 fisso al Dacia Arena. E nonostante la solita "stretta" finale, la Prima squadra della capitale è riuscita a portare a termine l'obiettivo prefesissato con un eurogol di Marusic. Sì, proprio lui, che dopo le ultime prestazioni ha perso la radice "So" del soprannome che lo contraddistingueva (vedi Pagelliadi precedenti) per restare con la desinenza del cognome. Tre punti d'oro per la classifica e soprattutto per aumentare l'autostima di un gruppo che scricchiola per le asssenze ingiustificate di alcuni e le clamorose nullità che ne fanno parte. Ma tant'è, la corsa continua. 

7+ a Totò Riina - E' tornato l'omo de panza, omo de sostanza, omo de paranza. Quattro gli interventi con cui ha salvato la vittoria: al 36° sul Molino bianconero, a fine primo tempo su Vigo Larsen, al 92° sul loro Pereira e al 94° su Nestoroski all'ultima corsa. E scusate se è poco. 

7 a Lupo Alberto - Una cosa va detta. Appena è uscito per una cervellotica sostituzione, la luce s'è spenta e l'Aquila ha volato nel buio rischiando di finire nella trappola di John Gotti, il Padrino dei friulani. Aperta parentesi: se questo è il candifato a sostituire Inzaghino, lasciam perdere e come si diceva una volta a Roma, Peppa pe' Peppa, me tengo Peppa mia.

6 e mezzo al Sergente - Partita perlopiù fisica. Da lottatore. Meno tacchi e più legnate, a volte servono anche queste. Avete presente Sgarbi quando parte in quarta col capra e tutti si nascondono?

6 e mezzo a Innamoradu - E sono 401, come il jeans storico della Lewis: Anche lui con l'ennesima battaglia con l'Aquila sul petto è diventato un classico. Battiamo le mani ai veri laziali. 

6+ a Patric del Grande fratello - Tutti lo aspettavano al varco e invece niente. Non ha combinato casini. Incredibile ma vero. Nè più nè meno come Gascoigne a l'Isola dei famosi che sembra un'educanda.

6 ad Antonio Elia Acerbis - Normale amministrazione, ma anche la solita svista che ha favorito il loro palo. Come Giucas Casella ai Soliti ignoti che scambiando lucciole per lanterne ha perso tutto.

6 al Ciro d'Italia - Che ti succede bomber? Dall'oroscopo di Branko la Luna consiglia: "iniziate a segnare dal fornaio, poi vedrete che segnerete anche altrove". Co' sta crisi che c'è del resto, avoja a segnà.

6- - a Lazzari alzati e cammina - Il Forrest Gump de noantri è diventato un altro. Come Umberto Tozzi che col capello sale e pepe e gli occhialoni sembra Briatore. 

5 e mezzo a Lucas 2.0 - C'era una volta, ora si è Biglizzato. E puntuale il mister lo Leiva dal campo.  

5 e mezzo a Correa l'anno 1900 - Ecco un caso in cui la Dad non ha funzionato. E' rimasto lo scolaretto di sempre. Così come è, può partecipare sicuramente al prossimo Zecchino d'oro col "Ballo del qua qua".  E Cristina D'Avena muta.

5 e mezzo a quando escalante el sol, A Ke Pro eSostiene Pereira - In tre non ne hanno fatto uno buono. Come Aldo, Giovanni e Giacomo che non a caso si sono sciolti.

4 a sono un pirata non sono un signore - Imbarazzante come Alba Parietti quando balla, insignificante come Bugo al festival di Sanremo, impacciato come un Gigi Marzullo qualsiasi, Nina Murici schierato dal primo minuto, ha comunque dato il meglio di sè, leggi il nulla cosmico. Non ha stoppato una palla, non ha tirato in porta, non ha intimorito gli avversari. Un trionfo. Capocchiano al confronto era Pelè, Vignaroli Maradona. E' proprio vero, non ci sono più le pippe al sugo di una volta, solo seghe internazionali.

3 a Musacchio che abbacchio! - Un ingresso da brividi. Puntava al rigore ma j'ha detto male. Probabilmente si rifarà la prossima volta. I suoi 5 minuti sono stati in ogni caso memorabili. Da film dell'orrore, roba che neanche Dario Argento che in questo campo sa il fatto suo, sarebbe stato capace. Dice, ma tu ce l'hai con lui. E no, è lui che ce l'ha con noi. Sipario.    

Appunti di gioco

di Roberto Taglieri

 

Domenica, 21 marzo 2021

Tre punti sudatissimi per la Lazio. Al Friuli-Dacia Arena l’incontro valido per la 28 sima giornata se lo aggiudicano i biancazzurri di misura, grazie ad una rete siglata nel primo tempo da Marusic, dopo una partita complicata e soffertissima. Dopo l’uscita di scena dalla Champions a Monaco, Inzaghi prova a ridare compattezza ai suoi per cercare la scalata al quarto posto: formazione tipo per la Lazio dove non ci sarà Correa dal primo minuto, sostituito da Muriqi. Gotti invece senza Deloufeu, Jajalo e Pussetto, recupera Ouwejan e Samir, ma li spedisce in panchina. Nel suo 3511 in difesa ci sono Becao, Bonifazi che rientra e Nuytinck mentre dietro a Llorente c’è come sempre Pereyra. Apre le danze all’ 11’ tiro di Luis Alberto, Musso respinge ed a Immobile non riesce il tap in sotto porta. La Lazio resta stabilmente nella meta campo avversaria, ma in contropiede al 18’ l’Udinese è pericolosa;  Patric in tuffo spazza in angolo un potenziale rischio. Al 20’ il colpo di testa di Immobile non trova la porta, poi Luis Alberto tira senza passare ai suoi compagni liberi e l’azione si perde. L’Udinese chiude bene in difesa ogni spazio, la squadra biancazzurra invece colleziona solo calci d’angolo. Su calcio piazzato Llorente al 36’ colpisce bene di testa ma Reina blocca; sul capovolgimento di fronte la Lazio finalmente sblocca. Da un velo di Luis Alberto la palla finisce a Marusic che si aggiusta bene il pallone in area e col destro riesce a metterla all’incrocio dei pali siglando lo 0-1. A parte un tiro centrale di Immobile non succede nulla ma sull’ultimo pallone giocabile del primo tempo Reina fa un miracolo su Stryger Larsen, che liberissimo dalla sinistra calcia ma trova i guanti dell’estremo laziale che salva la sua porta. Nella ripresa l’Udinese prende campo ed inizia a pressare di più: De Paul sfortunato dai 18 metri colpisce il palo con un diagonale al 49’. La Lazio ha grandi difficoltà con il cambio di passo avversario; De Paul al 65’ ci riprova ma dalla lunghissima distanza e anche ora Reina c’è. La risposta di Marusic un attimo dopo ed anche Musso è reattivo. Via Muriqi e Leiva, entrano Escalante e Akpa Akpro, Immobile colpisce il palo al 68’ dopo una ribattuta del portiere sul suo primo tiro, poi Musso respinge a fatica direttamente da un perfido calcio d’angolo di Luis Alberto che subito dopo è sostituito da Pereira. Anche Immobile esce per Correa ma intanto l’Udinese si fa sempre più pericolosa, la Lazio soffre anche dal punto di vista fisico la pressione dei padroni di casa, che costruiscono bene il gioco ma poi non riescono a finalizzare. Nel finale appena entrato Musacchio con un brutto fallo causa una punizione dal limite che De Paul spara sulla barriera e poi sul suo cross il nuovo entrato Okaka non riesce a deviare in porta da distanza ravvicinatissima. L’assedio finale bianconero nei minuti di recupero fa soffrire i laziali, un tiro di Nestorovski finisce di pochissimo fuori ed alla fine i biancocelesti hanno la meglio. Un buon primo tempo, una ripresa invece da dimenticare per la Lazio, che vince faticando oltre misura. Contavano i tre punti e quelli sono arrivati, quindi bene così per la truppa biancoceleste, che ha anche tempo di recuperare grazie allo stop del Campionato. Non si vede però grande miglioramento nel gioco e nella condizione: Inzaghi dovrà lavorare molto per la gara di Pasqua contro lo Spezia, che in queste condizioni per la Lazio potrebbe diventare un’altra sfida difficilissima.

 

UDINESE LAZIO 0–1      37’ Marusic

UDINESE: Musso, Becao (75’ Forestieri), Bonifazi, Nuytinck, Molina, De Paul, Makengo (46’ Nestorovski), Walace, Stryger Larsen, Pereyra, Llorente (62’ Okaka). All. Gotti

LAZIO: Reina, Patric (86’ Musacchio), Acerbi, Radu, Lazzari, Leiva (65’ Escalante), Milinkovic, Luis Alberto (74’ Pereira), Marusic, Muriqi (65’ Akpa Akpro), Immobile (74’ Correa). All Inzaghi 

Arbitro Maresca


 

lunedì 15 marzo 2021

Gringo, lo spaghetti western di Carosello

di FRANCESCO TRONCARELLI


Laggiù nel Montana tra mandrie e cow-boys
c’è sempre qualcuno di troppo tra noi
Black Jack va dicendo che troverà il modo
di farmi sembrare un bel colabrodo
per’ se a provarci un bel dì lo costringo
vedremo chi cola, parola di Gringo … Gringoooo

Fu inevitabile che gli Spaghetti western facessero capolino anche nella pubblicità. La fortunata saga cinematografica tutta italiana che ebbe un successo clamoroso nelle sale e in Sergio Leone uno dei capostipiti più famosi, arrivò negli anni del Boom anche nelle reclame dei prodotti con esiti straordinari.

La Trilogia del dollaro (Per un pungno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il bruto e il cattivo) del grande regista romano diede il via a decine e decine di film di quel genere, e suggerì automaticamente  ai creativi sempre pronti a fiutare le nuove tendenze, lo spunto per uno dei Caroselli più riusciti e seguiti dal pubblico, quello della Carne Montana.

Un mix di animazione e fotografia in cui in due minuti e mezzo si raccontavano gli scontri tra il cowboy buono Gringo e il suo rivale il perfido Black Jack per salvare la bella Dolly, che fece subito centro e piacque a tutti.

Roberto Tobino, alias Gringo per Carosello

Storie divertenti, il cui testo in dodecasillabi con rima baciata e forzata (le parole venivano storpiate per fare rima con Gringo: flamenco in flamingo, tengo con tingo ecc.) era di Alfredo Danti, volto e annunciatore storico della Domenica Sportiva in bianco e nero.

La serie andò in onda con i suoi protagonisti divenuti dei beniamini del pubblico dal 1966 al 1976 ed era stata ideata per il mitico programma che tutte le sere intratteneva gli italiani prima dell'inizio degli spettacoli con le pubblicità dei prodotti. 

Era uno spot di grande livello che riusciva a coniugare l’intelligenza ed il buon gusto senza impiegare risorse economiche eccessive, raggiungendo comunque un grande risultato mediatico e ovviamente commerciale per il prodotto.

In undici anni di programmazione, sono stati cinquanta i Caroselli girati dalla Gamma Film di Roberto e Gino Gavioli su un’idea di Livio Mazzotti di questa parodia del Far West affidata ad una grafica incisiva, in cui la musica, con quel ritmo trascinante, aveva un ruolo fondamentale.

Con quelle filastrocche e tormentoni facili da memorizzare ("sarà mezzogiorno, mezzogiorno di cuoco" riferimento ironico al celebre film con Gary Cooper "Mezzogiorno di fuoco") e l'animazione a scatti, gli ingredienti tipici per farne un Carosello tra i più riusciti c'erano tutti e non a caso anche a distanza di decenni, quegli episodi sono rimasti impressi nella memoria dei telespettatori.

Cappellone in testa, poncho sulle spalle e sigaro in bocca, il Gringo che scimmiotta Clint Eastwood nei video era Roberto Tobino, un attore che bazzicava gli studi della produzione in cerca di scritture. Era lui il testimonial della carne in scatola Montana. 

Celentano versione Ringo con i fedelissimi
 
Fondamentale poi il ruolo della musica. Il coro che accompagna le storie "Gringoo … Gringoooo" era chiaramente ispirato alle note quasi rap di "Ringo", canzone lanciata da Adriano Celentano nello show televisivo "Adriano Clan 2" del 1965 ideato da Castellano e Pipolo. 

Il brano era il lato B del 45 giri "La Festa" inciso dal Molleggiato in quell'anno ed era a sua volta una cover di un successo internazionale di Lorne Green, attore conosciuto in tutto il mondo per aver interpretato il ruolo di Papà Cartwright nella famosa serie televisiva "Bonanza" e nel suo paese come "The Voice of Canada" per i bollettini che annunciava durante la Seconda guerra mondiale.

La canzone era dedicata a un celebre fuorilegge del Far West, Johnny Ringo, ed ebbe un successo strepitoso in tutto il mondo. Castellano e Pipolo ebbero l'intuizione giusta nel farla interpretare a Celentano con un testo riadattato.

il mitico Lorne Green di Bonanza

Quel brano così particolare che Celentano interpretò con una performance più da attore che da cantante, ebbe un buon riscontro anche da noi sulla scia di quel West de noantri che imperversava nei fumetti (Tex, Pecos Bill) in televisione (Rin tin tin) e nel Cinema.

Alfredo Danti che era il creativo di punta dello studio Gamma (suoi i vari Caio Gregorio, er guardiano der pretorio, per i tessuti Rhodiatoce, Mammut, Babbut e Figliut per la Pirelli e il "marinaio di lungo sorso" Trinchetto per la Recoaro ), la prese così a riferimento per la musica e le strofe recitate del Carosello della Montana.

Ovviamente non potendo citare il Ringo celentanesco, chiamò il suo protagonista Gringo, in omaggio al personaggio del pistolero jmodificò di conseguenza da "Ringoo...Ringooo" in "Gringoo....Gringoooo".  E fu un boom.

venerdì 12 marzo 2021

Lazio, il graffio del Pantera. Le Pagelliadi

 di FRANCESCO TRONCARELLI


9 al Panter One - Contro il Crotone ultimo in classifica, la Lazio doveva fare una passeggiata. E l'ha fatta, ma nel senso sbagliato di quello auspicato metaforicamente alla vigilia. Perchè invece di giocare in scioltezza data la differenza qualitativa con gli avversari ha camminato in campo senza un minimo di inventiva, passeggiando appunto, venendo così spesso e volentieri sopraffatta dalla grinta e velocità degli avversari. E' stata una sofferenza insomma che ha avuto il lieto fine grazie al bomber ecuadoriano (tenuto inspiegabilmente all'angolo da tempo), sempre più salvatore della patria biancoceleste. Tre punti in "zona Caicedo" che permettono di respirare e serrare i ranghi. E fare autocritica: volemo ricomincià a giocà o stamo a scherzà? Ai posteri.

7 e mezzo a Lupo Alberto - Ancora una volta il Mago ha tirato fuori dal cilindro numeri da varietà internazionale. Nonostante alcune pause, ha sempre l'invenzione giusta per illuminare il gioco e il pubblico che assiste. Silvan di questo passo chiuderà bottega. 

7 al Sergente - Siamo militari, oltre le marce c'è di pù (Sabrina Salerno e Jo Squillo, Sanremo). Oltre a segnare un gran gol, l'Esorciccio è stato uno dei pochi a guadagnarsi la pagnotta con una performance inappuntabile, tipo quella di Orietta Berti al festival, dal primo all'ultimo minuto. E j'ha detto pure male, perchè avrebbe potuto chiudere la partita prima dell'assalto finale, con due tocchi d'artista che ahinoi non hanno gonfiato la rete. Gonfieranno però il portafoglio di Lotito che a fine stagione, batterà lo scontrino. Sic.

7 a Innamoradu - C'è lo zampino del più romano dei romeni nei primi due gol. Una partita la sua come da tempo non si vedeva. Gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme invecchiano, ma il "vecchio scarpone" biancoceleste se li incarta tutti quanti. Daje. 

6 e mezzo a quando escalante el sol - aquí en la playa, siento tu cuerpo vibrar cerca de mí, es tu palpitar, es tu cara, es tu pelo, son tus besos, me estremezco, oh, oh, oh, cuando calienta el sol....

6 a veni, vidi, Lulic al 71° - è entrato un minuto prima del suo, al 70°, ma ha portato bene comunque. 

6 a Correa l'anno 1900 - della serie vorrei ma non posso. Tipo Riccardo Rossi che crede di esssere spiritoso ma non fa ridere nessuno, manco quelli del palazzo suo.

6- - ad Antonio Elia Acerbis - S'è fatto uccellare da Samy come un Oscar Lopez qualsiasi. E questo non va bene. Nè più nè meno del film di totti senza la scena migliore, quella che guardava la Nord in festa il 26 maggio.

6 - - a Totò Riina - S'è riscattato dal gol preso ancora una volta sul suo palo (dopo essersi buttato mezz'ora dal tiro peraltro), uscendo alla disperata su Luciano Rispoli di Tappeto volante e salvando la Lazio dal naufragio casalingo. Rimane comunque omo de panza de poca sostanza e de paranza quanno je pare.

5 e mezzo al Ciro d'Italia -Nomen omen, Immobile.

5 e mezzo a Patric del Grand Fratello - La performance del Caciara da quando è con noi. Non ha causato danni evidenti. Solo quello di giocare con un uomo in meno, ma a sta sventura siamo abituati. 

5 e mezzo a chi lo Leiva più - Lo leva Inzaghi.

5 a Sostiene Pereira - Come un fim di Muccino. Inutile.

5 a Somarusic - Il sonnambulo dal volto umano questa volta si è confermato nel suo numero storico,la pennica. Dall'oroscopo di Branko la Luna consiglia: sta per arrivare la primavera, è tempo di essere pronti ai cambiamenti. Una flebo di caffeina farà di voi un altro. Come Vincenzo Mollica senza occhiali che sembra la sora Lella. Provare per credere.

4 e mezzo all'abate Faria - aveva davanti Messias e l'ha fatto camminare sull'acqua come il suo illustre predecessore, non pago di questo, gli ha dato una randellata come neanche Aldo Maccione dei Brutos ammollava al povero Gianni ("Nonostante gli schiaffi che ti sei preso hai sempre una buona cera", Carosello Cera Grey, ricordate?) regalando ai calabresi un rigore grosso come la casa di Berlusconi ad Arcore. E' proprio vero, c'è tanto da fares.

4- a sono un pirata non sono un signore - La domanda sorge spontanea per dirla alla Lubrano dei tempi d'oro: ma Nina Murici ce serve o nun ce serve. Perchè si ce serve, mettemolo ad arare i campi de Formello almeno se guadagna pane e formaggio e fa qualcosa de socialmente utile. Ma si nun ce serve, lasciamolo alla prima fermata della Roma-Viterbo appena è for de porta e nun se ne parli più. E' talmente inutile infatti che manco "Chi la visto" se ne occuperebbe. Sipario.



Appunti di gioco

di Roberto Taglieri

 

Venerdi, 12 marzo 2021

Tre punti soffertissimi per la Lazio. Nello strano anticipo del venerdi pomeriggio per la 27sima giornata di Campionato all’Olimpico contro il Crotone i biancocelesti si aggiudicano l’incontro in extremis: Milinkovic, Simy, Luis Alberto e poi ancora Simy nel secondo tempo sono i marcatori, prima della rete di Caicedo che nel finale decide la partita per il 3-2 definitivo. Inzaghi oggi non fa turnover, pur se in vista dell’ultima formalità in Champions prevista per mercoledi prossimo; in difesa ritroviamo Radu  mentre in mezzo al campo a sinistra c’è Fares. Il neo allenatore Cosmi, già vittorioso contro il Toro, cerca conferme anche contro i biancazzurri; senza Marrone e Cigarini per l’occasione in difesa c’è Golemic ed in avanti giocherà Simy con Ounas subito dietro di lui. Prende subito possesso del centrocampo la squadra biancoceleste, che non imprime però un grande ritmo, col Crotone sempre ben coperto. Al 9’ Immobile si defila troppo e non riesce ad imprimere forza al suo tiro, deviato in angolo da Cordaz. Risponde al 10’ il mancino rasoterra di Messias che non inquadra la porta. Al 14’ Milinkovic sblocca: il cross di Radu trova pronto il centrocampista laziale che di piatto col destro da posizione defilata piazza in gol la rete dell’1-0. Il Crotone non perde smalto e continua a fare buon giro palla, la Lazio cerca di chiudere la partita ma subisce ingenuamente una rete a difesa schierata da parte di Simy, che alla mezz’ora si libera di Acerbi e piazza una puntata all’angolino lontano con Reina che non accenna nemmeno a muoversi. Al 37’ Cordaz blocca il tiro dai 20 metri di Luis Alberto, che ci riprova un minuto dopo di destro e stavolta centra il bersaglio grosso, mettendo nel sacco il 2-1 per la Lazio. Nella ripresa il Crotone arriva subito al pareggio; in contropiede Simy serve Messias, su cui arriva Fares che lo atterra in area. Rapuano decreta il rigore che Simy trasforma per il momentaneo 2-2. Al 56’ Cordaz respinge il tiro di Luis Alberto deviato da Simy; la Lazio non riesce ad alzare il ritmo, gli ospiti fanno densità raddoppiando su ogni palla, arroccati sempre più nella loro metà campo. Nel Crotone entrano Rispoli e Benali, Inzaghi risponde con Escalante e Lulic. Sciupa una grossa occasione Milinkovic al 75’ di testa spedendo fuori da ottima posizione; Caicedo e Muriqi intanto sostituiscono Correa ed Immobile. Un miracolo consente alla Lazio di non andare sotto con Reina che salva su Rispoli lanciato a rete al 77’. Poco dopo Cordaz salva a sua volta sull’esterno destro di Milinkovic quasi sotto porta ed all’85’ su un tiro rimpallato la sfera arriva a Caicedo, che senza aspettare il rimbalzo colpisce bene e mette in gol il prezioso 3-2 che di fatto firma la vittoria per i suoi. Che sofferenza per la Lazio! Una partita difficilissima che la squadra biancazzurra si è complicata con le sue stesse mani con un atteggiamento troppo dimesso. Fortunatamente la zampata di Caicedo ha messo tutto a posto, ma il risultato positivo non può nascondere la confusione tattica e tutti i problemi emersi da questa partita. A parte i tre punti d’oro sembra che la Lazio abbia staccato la spina: se non dovesse mutare l’approccio alle gare l’Europa allora diventerà un puro miraggio.

 

 

    

LAZIO CROTONE 3–2    14’ Milinkovic 30’ Simy 38’ Luis Alberto 50’ Simy (rig) 84’ Caicedo

LAZIO: Reina, Patric, Acerbi, Radu (83’ Pereira), Marusic, Leiva (70’ Escalante), Milinkovic, Luis Alberto, Fares (70’Lulic), Correa (75’ Caicedo), Immobile (75’ Muriqi). All Inzaghi

CROTONE: Cordaz, Magallan (46’ Djidji), Golemic, Luperto, Pereira (70’ Benali), Messias, Petriccione (88’ Di Carmine) Molina, Reca (65’ Rispoli), Ounas, Simy.All. Cosmi

Arbitro Rapuano


Liza Minnelli, 75 anni da raccontare

 di FRANCESCO TRONCARELLI


Bambina prodigio (a tre anni sulle scene), figlia d’arte (Judy Garland e Vincent Minnelli), attrice e cantante da Oscar, acclamata protagonista dello showbiz americano e mondiale, Liza Minnelli compie 75 anni e li festeggia virtualmente per ovvi motivi legati alla pandemia.

Alle otto di sera, ora di New York, la piattaforma Stellar si illuminerà per un grande spettacolo in suo onore ideato dal produttore Daniel Nardicio, con incasso devoluto in beneficenza. Molti i grandi personaggi che hanno garantito la loro partecipazione e che rappresentano le tre carriere della diva, ovvero musica, teatro e cinema.

Ci saranno Joel Grey, Lily Tomlin, Catherine Zeta-Jones, Chita Rivera, Joan Collins, Harry Connick Jr, Ute Lemper, Billy Stritch, Sandra Bernhard, Mario Cantone, Tony Hale, Coco Peru, Sharon Stone, Whoopi Goldberg, Nancy Sinatra, John Cameron Mitchell e Andrea Martin. 

"Sono entusiasta di poter fare questo per Liza, per i suoi amici e i fan - ha annunciato trionfante il produttore Nardicio che ha organizzato la festa- . Sarà una serata per dire tutti insieme in totale sicurezza e rispetto delle norme: 'ti amiamo Liza'".

Ci saranno anche i due milioni di followers che le stanno scrivendo sulla sua pagina ufficiale di Facebook. Tutti uniti nell’augurarle un buon compleanno e soprattutto per farle sentire il loro affetto che in certi momenti, vale più di ogni riconoscimento.

Sì perché la Minnelli ha vinto tutto quello che c’era da vincere nella sua carriera, Emmy, Grammy, Oscar e Tony Award, ed è quindi uno dei pochissimi artisti che hanno fatto il cosidetto Grande Slam nello Spettacolo.

con la madre, la grande Judy Garland

L’EGOT secondo l’acronimo dei quattro premi ideato dall’attore Philip Michael Thomas, ma la vittoria più importante, quella sulla dipendenza da droga e alcool, stenta sempre a vincerla definitivamente.

La sua vita tra un successo è l’altro è stata molto burrascosa, quasi a ricalco di quella della madre, l’indimenticata star hollywoodiana interprete di “Over the raimbow”. 

Quattro matrimoni, gravidanze non portate a termine e ricoveri per disintossicarsi si sono alternati ad applaudite apparizioni televisive (Ti presento i miei e Sex and the City) e conduzioni di show, film di risonanza internazionale ed apprezzati recital sold out, nei locali più prestigiosi.

Una sorta di montagne russe con alti e bassi che hanno caratterizzato e per certi versi condizionato la sua attività artistica, dopo i trionfi degli anni Settanta quando Liza era la numero uno al mondo.

Nel 1972 infatti aveva ottenuto il suo primo riconoscimento nell’ambito televisivo, vincendo un Emmy per il suo programma “Liza with a Z”.

con Joel Grey in Cabaret
L’interpretazione poi sul grande schermo di Sally Bowles nel musical “Cabaret” di Bob Fosse, in cui lanciò canzoni come “Cabaret” e “Money, Money, Money” fu il colpo d’ala di una carriera fulminante che la portò direttamente all’ Oscar come miglior attrice protagonista.

Quattro anni dopo bissava il successo al cinema, nei panni di una cantante di jazz innamorata di un musicista scorbutico (interpretato da Robert De Niro) in “New York, New York” di Martin Scorsese, in cui legò indissolubilmente la sua voce alla canzone che dà il titolo al film diventata uno degli standard americani più conosciuti e simbolo della città che “non dorme mai”. 

La stella di Liza insomma era al top, anche se nel privato le cose non andavano di pari passo. E così è stato anche nei decenni successivi, quando i suoi concerti venivano presi d’assalto dai fan e lei diventa un’icona pop e del mondo gay.

Nonostante la vita sregolata e l’abuso di alcolici che hanno minato la sua salute è sempre risucita a piazzare hit, brani di grande successo come per esempio "Losing my mind" e “Love pains”. L’ultimo album però è del 2010, s’intitola “Confessions”, mentre l'ultimo disco è del 2013 e si intitola "A Love Letter from the Times" e l'ha inciso con Christian Borle

Ecco perché la vicinanza e soprattutto la positività che si sta convogliando su di lei nel giorno del suo compleanno, sarà senz'altro d'aiuto a vincere il premio più importante che manca all’appello. 

New York New York con Robert De Niro
Quello cioè di tornare ad essere se stessa, l’entertainer apprezzata ovunque da tutti, l’irresistibile talento dalla voce grintosa e la presenza scenica eccezionale che ha entusiasmato il pubblico che è in attesa di tornarla ad applaudire. 

L'abbiamo vista per l'ultima volta in Italia al Summer Festival di Lucca nel 2014, mentre in tv è apparsa un anno fa nella popolare serie "The Great British Sewing Bee". Ma nell'immaginario collettivo è sempre l'ingenua Francine che si lascia sedurre dal genio del sassofonista Jimmy Doyle

Una crisalide che diventerà farfalla solo allontanandosi da lui per esplodere diva e cantante sulle note di quell'inno a New York che al di là del film diventerà il suo cavallo di battaglia internazionale.

Liza Minnelli, con i suoi 75 anni ancora tutti da vivere, è una donna d'oggi, ma il suo carisma e la sua icona appartengono a un altro tempo, quello della Hollywood che  purtroppo non c'è più ma che tutti continuano ad amare e sognare con nostalgia. 

Un anno fa di questi tempi, uscendo da una clinica di Malibù in California dopo la “rehab, il ricovero per la disintossicazione e riabilitazione, ai giornalisti che le chiedevano notizie della sua salute ha detto: «Non è mai troppo tardi per ricominciare a vivere». Appunto. E allora buon compleanno Liza, la vita ricomincia a 75 anni e c'è ancora tanto da raccontare.

domenica 7 marzo 2021

Lazio, buio presto. Le Pagelliadi

 di FRANCESCO TRONCARELLI

 

6+ a Correa l'anno 1900 - La Lazio con la Juve è durata venti minuti. Poi è crollata un colpo dopo l'altro sino a finire a non capirci più niente. Era partita benissimo, brillante, pugnace, manovriera, poi...poi si è cominciata a sciogliere come neve al sole. E il buio è calato presto nonostante i riflettori accesi. Una conferma definitiva che a questa squadra mancano gli attributi, la tigna, la fame di vincere e la comunanza d'intenti. Alla vigilia Inzaghi aveva detto che questa era la partita decisiva. Le utime parole famose. Purtroppo il giocattolo si è rotto, perchè sono troppe le occasioni che si sono perse per strada, adesso ci vorrebbe un miracolo per ricompattare lo spogliatoio. Ma sembra che i santi siano occupati per motivi più seri. Amen.

6 all'abate Farias - E pensare che è sempre stato il più scarso. Tipo Aiello, che invece di cantare raglia. Eppure sto giro la pagnotta se l'è guadagnata. Incredibile ma vero, come Orietta Berti miracolata da Amadeus. Per il resto della trupa c'è molto da Fares.

5 e mezzo a Lupo Alberto - E' il testimonial della debacle. Finchè j'ha retto la pompa ha illuminato il gioco, non appena ha iniziato a sbandare è crollato come Sansone, co' tutti i piagnistei. Un tracrollo biblico, come la Vanoni a Sanremo. La sua foto seduto a terra che apre le nostre  considerazioni è l'immagine emblematica di questa Lazio in caduta libera.

5 e mezzo ad Antonio Elia Acerbis - Puoi essere anche il ministro della difesa, ma se i sottoposti vanno per farfalle, non sei nemmeno l'uscere del ministero.

5 e mezzo a Luca 2.0  - lo ha Leivato dalla mischia ed è finito tutto. In malora. Vorrà dire qualcosa? 

5 al Sergente - E' partito in quarta è finito in folle. Come Bugo. 

5 a Somarusic - All'inizio s'è involato, poi si è involuto, alla fine si è involtino. Senza sugo.

5 - -  a veni,vidi Lulic al 71° - grazie di tutto, è stato un piacere. Buone pensione.

5 - - - al Ciro d'Italia- Ei fu siccome Immobile.

4 e mezzo a quando escalante el sol - è entrato lui ed è successo di tutto. Come con Achille Lauro al festival. Un pianto, come Lauro appunto. Altro che grande performer, il nulla cosmico. Come l'argentino.

4 e mezzo a Toto Riina - Omo de panza omo de sostanza omo de paranza. J'è rimasta solo la panza. Come a Pannofino.

4 a Nina Murici e al Panterone - in due non ne hanno fatto uno buono. Avete presente Ficara e Picone?

3 a Patric del Grande fratello e l'incredibile Hud - Attenti a quei due. Dio li fa e poi li accoppia. Una poltrona per due. Lui è peggio di me. Mamma ho perso l'aereo. Mamma ho riperso l'aereo. Mamma mia che seghe. Con loro in campo i tre punti sono assicurati. Per gli avversari. Anghingò sto tapiro a chi lo do. Fanno a gara fra loro a chi è più scarso. Random al confronto che è arrivato ultimo (fra gli ultimi perchè erano uno peggio dell'altro) a Sanremo, in confronto è Frank Sinatra. Quando appenderanno gli scarpini al chiodo avranno un futuro radioso nel cinema, i nuovi interpreti di "Oggi le comiche", risate a crepapelle coi lisci, le frescacce e cappellate che combinano. Quando smetteranno di giocare a calcio sarà festa grande, la gente tornerà in piazza sfidando coprifuoco e divieti per gridare la propria gioia. Sarà il ritorno alla normaltà, a un calcio giocato da chi sa giocare. La domanda allora sorge spontanea, quanto manca? In attesa della risposta ci hanno pensato a inquadrare il dramma che il popolo laziale sta vivendo con il grido disperato che hanno lanciato per far capire chi sono: "Sono fuori di testaaaa". Sipario.


Appunti di gioco

di Roberto Taglieri

 

Sabato, 6 marzo 2021

 

A Torino per la Lazio è notte fonda. Allo Stadium nell’anticipo serale della 26sima giornata i bianconeri in rimonta hanno la meglio sulla squadra biancoceleste. La Lazio si illude col gol in apertura di Correa, ma poi viene raggiunta da Rabiot e soccombe nella ripresa grazie ad una doppietta di Morata, che fissa il risultato sul 3-1. Dopo la doppia sconfitta in coppa ed in campionato, la Lazio prova a ripartire; Inzaghi però ha tuttora gravi problemi in difesa, vista l’assenza di Radu e quindi opta per arretrare Fares a destra e piazzare Acerbi dall’altro lato con Hoedt centrale. Pirlo recupera De Light ma è senza Bentancur, positivo al Covid, quindi fa giocare dal primo minuto Bernardeschi e Ramsey a centrocampo; a sorpresa poi Ronaldo si accomoda in panchina. Grande pressione laziale all’inizio della gara, prima Fares si accentra e prova a piazzare il destro che finisce fuori, poi Correa fa altrettanto ma è murato dalla difesa. Al 9’ la punizione di Milinkovic dal limite finisce fuori di pochissimo ed ora la Lazio fa la partita ed è padrona del campo. Al 15’ su errore sanguinoso di Kulusevski sulla trequarti Correa conquista palla e giunto in area supera bene Demiral e col destro chiude sul primo palo e batte Szczesny per il meritato vantaggio biancazzurro. Al 22’ il tiro di Luis Alberto è forte ma centrale e il portiere bianconero para a terra. La Juve prova a riversarsi verso l’area laziale nel tentativo di pareggiare, al 25’ i padroni di casa reclamano per un fallo di mano in area di Hoedt ma Massa lascia correre tra proteste ripetute. Il primo tiro in porta della Juventus lo fa Ramsey alla mezz’ora mandando sul fondo, poi Danilo al 38’ di testa spedisce di poco fuori ed al 40’ Rabiot da posizione angolatissima trova una rete difficilissima che ristabilisce la parità. Nella circostanza Reina ha grosse colpe, praticamente fermo sul tiro vincente del centrocampista francese, ma la Juve da un po’ stava dominando il gioco e stava schiacciando i biancazzurri. Poco prima della fine del tempo Fares riprova il tiraccio dai 18 metri ma anche stavolta come all’inizio non trova lo specchio. Nella ripresa riparte bene la Juve; è Chiesa ad avere subito una grande chance, con Reina che devia bene in angolo. Al 52’ Milinkovic di testa riceve da Luis Alberto e colpisce la traversa; intanto entrano Escalante e Patric e tolgono il disturbo Leiva e Lulic. E’ il momento più buio della Lazio, che in tre minuti si ritrova sotto di due gol. I biancazzurri tutti avanti non si preoccupano di coprire; Morata trova praterie e dopo aver eluso Hoedt col sinistro riesce a battere Reina.  Poco dopo Milinkovic ingenuamente attera Ramsey in area e Massa concede il rigore. Batte Morata che spiazza Reina, sigla la sua personale doppietta e porta la Juve sul 3-1. La Juve controlla, al 66’ è insidiosa con Chiesa su cui c’è ancora Reina, la Lazio invece sembra sulle gambe. Qualche giocata la tenta Luis Alberto, al 79’ il tiro a girare di Correa va fuori, al 91’ Fares manda out e con questa occasione si chiudono le opportunità della Lazio ed anche la gara. La Lazio gioca 20 minuti perfetti; tutto il resto è da dimenticare. Questa sconfitta è figlia di lacune tattiche, evidenti sulla seconda rete juventina, ma anche di gravi errori dei singoli, come la papera di Reina e l’ingenuità di Milinkovic in occasione del rigore. Vengono alla luce la scarsa qualità di alcuni, cui si somma anche la scadente condizione atletica di altri calciatori laziali. E’ un altro grave passo falso per gli uomini di Inzaghi, che pur se dovranno recuperare la gara col Torino restano bloccati a quota 44 punti in settima posizione. Per la Lazio in questa fase delicata della stagione certezze ed autostima cercasi.  

 

JUVENTUS LAZIO 3–1      15’ Correa  40’ Rabiot  57’ Morata  60’ Morata (r)

JUVENTUS:  Szczesny, Cuadrado (69 Arthur), Danilo, Demiral, Sandro, Chiesa (82’ Bonucci), Rabiot, Ramsey (69’ Mc Kennie), Berrnardeschi, Kulusevski (92’ Di Pardo), Morata (69’ Ronaldo).  All: Pirlo

LAZIO: Reina, Fares, Hoedt, Acerbi, Marusic (82’ Pereira), Leiva (55’ Escalante), Milinkovic, Luis Alberto (82’ Caicedo), Lulic (55’ Patric), Correa, Immobile (82’ Muriqi).  All: Inzaghi

Arbitro Massa 

venerdì 5 marzo 2021

Battisti forever

di FRANCESCO TRONCARELLI 

Per un incredibile segno del destino, due dei più grandi artisti del nostro 900 sono nati a distanza di un giorno nello stesso mese dello stesso anno, il 1943. Ieri Lucio Dalla, oggi 5 marzo Lucio Battisti. Anche il nome li accomuna in questo strano inseguirsi nel giro di ventiquattro ore.

Due personaggi così diversi fra loro, estroverso il primo, riservato l'altro, ma anche così simili per la comune scelta di affrontare un mestiere difficile come quello dell'artista con rigore e passione, tecnica e dedizione.

Carriere analoghe, fatte di tanta gavetta, di primi dischi lanciati sul mercato, di sodalizi fecondi con colleghi virtuosi, sino alla definitiva consacrazione come miti del pop ed autori di talento. 

E riavvolgendo il nastro delle loro carriere, oggi che festeggiamo il ragazzo col foulard e il capello afro partito da Poggio Bustone alla conquista del Bel paese canoro, ricordiamo uno dei suoi brani composti con l'inseparabile Mogol che usciva esattamente 50 anni fa.

Un brano che inseguiva sulla via del successo, come per la data di nascita, anche la hit di Dalla "4 marzo 1943" che era stata presentata pochi giorni prima al disco di Battisti, al festival di Sanremo del 1971.  

Il 45 giri di Pensieri e parole

Ci riferiamo a "Pensieri e parole, quello che venne considerato al primo ascolto uno dei pezzi più "difficili" firmati dalla coppia d'oro della musica leggera degli anni Settanta. Una brano avvolto da una melodia struggente e un testo che fotografava la vita di chi ascoltava.

Un pezzo che i discografici non volevano pubblicare innanzitutto perchè troppo lungo, poi per quel testo così ostico e non convinti in paticolare di quella doppia esecuzione di Lucio, ma che invece aveva propro in quella trovata il suo punto di forza.

La peculiarità di "Pensieri e parole" infatti sta nell'intreccio di due melodie distinte, le quali sono prima cantate separatamente per poi fondersi successivamente nella seconda strofa. Lo stesso ritornello prevede un impasto vocale nella seconda metà dello stesso che ti colpisce dentro. 

Le due voci suggeriscono, dal titolo della canzone, l'accavallarsi dei pensieri e delle parole durante un confronto tra due innamorati in un momento cruciale della loro relazione, mescolando momenti di vita che molti in quegli anni avevano vissuto.

"Che ne sai di un viaggio in Inghilterra, che ne sai di una amore israelita, di due occhi sbarrati che mi han detto bugiardo è finita? E nuove notti e nuovi giorni, cara non odiarmi se puoi...".

Alberto Lupo e Battisti

La canzone venne presentata da Battisti durante la trasmissione televisiva Teatro 10, varietà del sabato sera e una delle più seguite di quel periodo. Introdotto dal padrone di casa Alberto Lupo, attore eccellente e cerimoniere di quel programma, Lucio come sempre, appare come un non personaggio.

L'esatto opposto dei miti gonfiati e di plastica attuali pompati da una critica inutile, ma ovviamente quando inizia a cantare, abbandona subito questa "veste". In quel momento infatti fa venire fuori tutta la sua classe, il carisma e la presenza scenica, bucando il video come non pochi.

La ripresa geniale del regista Antonello Falqui poi, con i due Battisti, in primo piano e sullo sfondo che si alternano nel cantato, è il tocco del maestro che dà a quella performance un impatto incredibile sul pubblico.

Per realizzare il 45 giri che scalerà subito dopo quell'apparizione televisiva le classifiche, Lucio che suona la chitarra acusitica si avvalse dei suoi abituali collaboratori con cui condivideva session e sale d'incisione.

Ci sono infatti Damiano Dattoli (autore poi di tanti successi come "Io vagabondo" per i Nomadi e "Un corpo e un anima" per Wess e Dori Ghezzi) al basso, i tre PFM Franz Di Cioccio alla batteria, Fulvio Premoli alle tastiere e Franco Mussida alla chitarra, l'inseprabile Alberto Radius (Formula 3) e Dario Baldan Bembo all'organo Hammond.

Il risultato sono 3 minuti e 15 secondi di emozioni pure, di grande musica, di un'atmosfera intensa e avvolgente. Eccoli tutti da riassaporare col filmato originale dell'epoca nel giorno del suo compleanno. Auguri Lucio.

 


giovedì 4 marzo 2021

4 marzo 1943, auguri Lucio

di FRANCESCO TRONCARELLI 



 

Dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare, così inzia una delle canzoni più celebri e amate di Lucio Dalla, "4 marzo 1943”, intitolata col giorno della sua nascita e che oggi nella ricorrenza del suo compleanno, verrà trasemssa in tutte le Radio italiane.

Un modo significativo per rendere omaggio a questo grande cantautore che avrebbe compiuto 80 anni e sicuramente particolare per ricordare uno dei brani più significativi del nostro pop, presentato a Sanremo esattamente 52 anni fa.

Quando Sanremo era tutta un'altra cosa rispetto all'attuale, frequentato da artisti con l' A maiuscola e fior di autori e non da improbabili cantastorie e personaggi da cartoon.

"4 marzo 1943" e un brano rimasto impresso nella memoria collettiva di un Paese in cerca di emozioni e compagnia, e che nelle canzoni di Dalla mai banali e sempre puntuali, trovava risposte ai suoi sogni ai suoi dubbi e alle sue certezze.

Venne presentata da Lucio insieme alla Equipe84 al Festival di Sanremo del 1971 e si è classificò al terzo posto, alle spalle dei vincitori Nicola di Bari e Nada con "Il cuore è uno zingaro" e dopo "Che sarà" interpretata da Josè Felciano e i debuttanti Ricchi e Poveri.

Inizialmente il titolo del brano doveva essere “Gesubambino” ma la censura costrinse Lucio Dalla e Paola Pallottino, la scrittrice e poetessa pupilla di Aldo Palazzeschi coautrice del brano, a cambiare sia il titolo che gran parte della canzone. 

Proprio la Pallottino ha spiegato più volte il significato della canzone e il momneto che ha portato alla creazione di “4 marzo 1943”. L'incontro tra i due fu casuale, alcuni amici comuni le consigliarono di proporre al cantante alcuni suoi testi, nati dall'amore per i francofoni Brel e Brassens.

Così cominciò la loro avventura che caratterizzò un pezzo della prima parte della carriera di Dalla, culminata proprio in quella "4 marzo 1943" che gli resterà cucita addosso a causa (o grazie) a quel titolo che riprendeva la sua data di nascita. 

"Gesubambino" "voleva essere un ideale risarcimento a Lucio per essere stato orfano dall’età di 7 anni. Una canzone sull’assenza del padre, ma poi è diventata una canzone sull’assenza della madre. Lucio rimase folgorato da quei versi, che musicò con una melodia avvolgente e intrisa di malinconia e la presentò ai dicografici della sua etichetta, la RCA.

Si decise di portarla a Sanremo, ma la Commissione esamintarice la respinse ritenendo blasfemo quel richiamo a Gesù. Convinti del pezzo, Dalla e la Pallottino a malincuore virarono in un più accettabile ed insolito richiamo a una data precisa e così il brano passò al vaglio dei "tecnici".

Lucio e Paola Pallottino

Uno dei passaggi del testo più controversi della canzone era quello che diceva: "E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino" che però diventò, come noto: "E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino", un cambiamento che accontentò tutti.

La canzone ha dunque tre versioni, quella originale, quella censurata e quella che fu presentata nel tour di "Banana Repubblic" assieme a Francesco De Gregori. E proprio quest'ultimo ha voluto rendere nuovamente omaggio alla canzone, riproponendola nel suo ultimo album live "Sotto il vulcano", mantenendosi, però, fedele alla versione censurata.

"Preferisco questa, più dolce e connessa al senso di maternità che esprime la canzone -ha ricordato il Principe-. L’ho fatta solo quella sera, eravamo vicini alla casa di Lucio sull’Etna e me lo sono immaginato giovane, circondato da un’aura come in quel Festival di Sanremo del 1971. È stata una sensazione di gioia, non di dolore o rimpianto".

Nella versione più nota, la canzone è introdotta dal violino di Renzo Fontanella, che faceva parte del primo gruppo del cantante, ed è una delle caratteristiche di un brano che risultò, da subito, amatissimo anche all'estero, soprattutto nei paesi in lingua spagnola, grazie alle versioni di Maria Betania e Chico Buarque de Hollanda, ma a rifarla, quasi subito, fu anche Dalida.

 


All'epoca a conquistare il primo posto della Hit parade di Lelio Luttazi fu la versione proprosta dalla Nuova Equipe 84, che era composta da Dario Baldan Bembo alle tastiere, Franz Di Cioccio alla batteria, Victor Sogliani al basso e voce e al frontman e voce storica del gruppo Maurizio Vandelli.

Poi Lucio se la riprese con tutti gli interessi nel tempo, portandola al trionfo perenne e rendendola un brano senza tempo che a distanza di anni regala emozioni e sempre nuove passioni. 

E non potrebbe essere diversamente, perchè Dalla era un numero uno, un poeta, un musicista vero, un artista dal talento immenso che in un mondo dello spettacolo come questo che predilige l'immagine alla sostanza, manca terribilmente.

Auguri Lucio ovunque tu sia.

Il testo di “4 marzo 1943”:

Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare

parlava un’altra lingua, però sapeva amare

e quel giorno lui prese a mia madre, sopra un bel prato

l’ora più dolce, prima d’essere ammazzato.

Così lei restò sola nella stanza, la stanza sul porto

con l’unico vestito, ogni giorno più corto

e benchè non sapesse il nome e neppure il paese

mi aspettò come un dono d’amore, fino dal primo mese.

Compiva sedici anni, quel giorno la mia mamma

le strofe di taverna, le cantò a ninna nanna

e stringendomi al petto che sapeva, sapeva di mare

giocava a far la donna, col bambino da fasciare.

E forse fu per gioco, e forse per amore

che mi volle chiamare, come Nostro Signore

della sua breve vita il ricordo, il ricordo più grosso

è tutto in questo nome, che io mi porto addosso

e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino

per la gente del porto io sono, Gesù Bambino

e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino

per la gente del porto io sono, Gesù Bambino.


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