martedì 25 giugno 2019

Michael Jackson, dieci anni di solitudine

di FRANCESCO TRONCARELLI



Un artista tra i più acclamati, ma non c'è nessuno che abbia voglia di ricordarlo degnamente. Potrebbe sembrare strano, non è mai successo in circostanze simili, ma è proprio così. Dieci anni fa il mondo del pop perdeva il suo re ma sono pochi, fra chi tira le fila dei media, che hanno voglia di celebrarlo. Il 25 giugno del 2009, il cuore cinquantenne di Michael Jackson artista conosciuto e applaudito in tutto il mondo, cedeva per una overdose dell'anestetico Propofol. Una morte giunta inaspettata mentre stava preparando "This Is It", lo show che avrebbe dovuto mettere in scena a Londra e che rappresentava il suo ritorno sulle scene. Nonostante l'importanza di Jackson nella storia della musica del '900, il decennale della sua scomparsa viene però celebrato in tono minore. E tutti sappiamo perchè.

Nessun concerto di commemorazione, nessun grande evento, nemmeno una raccolta celebrativa di successi come si usa solitamente. Il modo in cui la figura del Michael Jackson uomo è stata messa in discussione, soprattutto in epoca di Metoo, consiglia di non esporsi troppo. Persino il suo amico, mentore e produttore Quincy Jones ha trasformato un concerto in programma nella capitale inglese per celebrarlo in un generico omaggio alle musiche da film degli anni 80.


E nonostante le recenti palate di fango gettate dal documentario "Leaving Neverland" siano state rimosse nel giro di poche settimane, tra credibilità delle testimonianze degli ex bambini accusatori smontata e scarso interesse mostrato dal pubblico, gli schizzi delle nuove accuse di molestie sono rimasti a sporcare questo anniversario.

Una ricorrenza che avrebbe meritato altro tipo di celebrazione perché, al di là di dubbi sulla condotta morale nel privato di Jackson, resta il lascito artistico di una delle stelle più luminose che il mondo del pop abbia visto brillare nel secolo scorso. Una lucentezza che non si limita ai numeri da capogiro dei suoi album più famosi, di cui "Thriller", tutt'ora album più venduto di sempre (un record, considerando i livelli attuali di vendita dei cd, destinato a rimanere imbattuto) è solo il vertice assoluto di un insieme discografico che comprende lavori multiplatino come "Off The Wall", "Bad", "Dangerous" e "HiStory".


Jacko e Sophia Loren

Jackson ha vinto centinaia di premi che fanno di lui l'artista più premiato nella storia della musica. Tra questi figurano 40 certificazioni nel Guinness dei primati, 15 Grammy Awards su 38 nomination (inclusi due Grammy alla carriera), 40 Billboard Awards, 26 American Music Awards, 16 World Music Awards e 14 singoli al numero uno negli Stati Uniti durante la sua carriera da solista, più di ogni altro artista maschile con un totale complessivo di oltre un miliardo di copie tra album e singoli, vendute. 

Ma l'importanza di Jacko va oltre il suo essere fenomeno commerciale senza pari. Perché quel successo era il frutto di uno strarodinario talento. Espresso come interprete, autore e ballerino, performer assoluto e di razza, dimostrato senza ombra di dubbio nel corso di una carriera che ha visto tutte le fasi possibili dello spettacolo affrontate e vinte con talento. Gli inizi da bimbo prodigio (alle prese con un padre-padrone a fare da manager dispotico) insieme ai fratelli, le difficoltà del passaggio alla vita adulta, il successo straordinario fino ad arrivare sul tetto del mondo.

Tipica incarnazione del sogno americano, perchè nato e cresciuto in una famiglia proletaria afroamericana da cui ha spiccato il volo per diventare l'uomo più famoso del pianeta. Dall'America all'Asia, dall'Europa all'Africa lo conoscevano tutti. Fino alla caduta. Prima accennata, con i primi passi falsi quando ha voluto liberarsi della presenza tanto importante quanto ingombrante, di Quincy Jones. E poi clamorosamente rovinosa, soprattutto a livello di immagine, con le accuse infamanti di pedofilia, i processi, le assoluzioni giudiziarie mai sufficienti a togliere dalla testa di molti il dubbio.

Jackson, Clinton con la figlia e Diana Ross

Michael ha vissuto tutto ai massimi livelli in maniera quasi parossistica. Trionfi immensi e momenti bui. In un alternanza di situazioni che hanno creato allarme fra i fan e instabilità psicofisica su sè stesso. Con i riflettori dei media puntati 24 ore su 24 su di lui a lasciare ferite indelebili che ne hanno fatto un uomo tanto fragile e timido almeno tanto quanto era determinato e deciso l'artista. Un personaggio unico e controverso, molto amato e idolatrato finchè in vita sino ad essere detestato e rimosso poi da morto.Passato dal mondo delle fiabe a quello dell'horror.

Persino la sua scomparsa è stata una sorta di tragedia consumatasi sotto gli occhi del mondo. Prima con quel ritorno annunciato in pompa magna e diventato una cosa più grande di lui (le date dello show dovevano essere 10 e furono portate a 50 a sua insaputa per far fronte al gran numero di richieste). Impegno al quale non volle in ogni caso sottrarsi, a costo di bruciare le ultime energie di un fisico fortemente debilitato. E poi con un dottore messo alle sue costole per accudirlo che finirà per ucciderlo, con una dose sbagliata di anestetico chirurgico che Jacko usava per dormire, perché i normali tranquillanti non bastavano più.

Dieci anni dopo la sua scomparsa, resta la fedeltà di chi lo ha seguito senza tentennamenti e continua a farlo senza porsi dubbi e questioni. A cominciare dai milioni di fan sparsi per il mondo, per proseguire con quegli artisi che si sentono di difenderlo come hanno fatto recentemente Madonna e Diana Ross. Ma ci sono anche quelli che tolgono targhe dalle scuole, emittenti che si rifiutano di trasmettere la sua musica, mostre dedicate a lui che vengono annullate. Per non parlare dei grandi network americani che preferiscono evitare di programmare speciali per ricordarlo in occasione di questo decennale. Resta comunque la sua musica che quando anche l'ultimo polverone di accuse si sarà depositato, sarà ancora là a brillare intatta per continuare a suscitare emozioni.


venerdì 21 giugno 2019

Freddie Mercury, spunta l'inedito

di FRANCESCO TRONCARELLI 



Emozioni, brividi, euforia, ma anche stupore per un regalo arrivato all'improvviso e a sorpresa. Già chi se lo aspettava di rivedere Freddie Mercury e soprattutto riascoltare la sua voce magica, unica e inconfondibile in una esibizione particolare, accompagnata da un solo pianoforte, che riesce ad entrarti dentro e scuoterti l'anima.

Per la prima volta in assoluto, dopo oltre trent'anni, viene pubblicata una versione fino a ora inedita di 'Time', registrata nel 1986 dal frontman dei Queen per il concept album del famoso musical omonimo. Il brano è il frutto del lungo lavoro di Dave Clark, musicista, compositore e produttore e amico di lunga data di Freddie che insieme ai Beatles col suo gruppo Dave Clark Five aveva contribuito a metà degli anni 60 al successo internazionale della British Invasion.  

Dopo il boom mondiale del film "Bohemian Rapsody" che ha fatto incetta di Oscar a cominciare con quello a Rami Malek quale miglior attore protagonista, arriva ora questa performance inedita che ha immediatamente sbancato il web e animato i social, riscuotendo un successo e un clamore enormi in poche ore. E non poteva essere diversamente perchè tanta è l'attenzione nei confronti di questo grande artista nonostante sia scomparso da molto tempo.

Per la pubblicazione del brano, Clark ha scelto di utilizzare il titolo completo della canzone 'Time Waits For No One' e l’uscita del pezzo è corredata anche da un video. La Universal Music Group (UMG)/UMe ovviamente ha annunciato subito la pubblicazione di "Time Waits For No One" che è schizzato in alto nelle piattaforme digitali.

La canzone viene proposta in una veste estremamente intima, in cui l’inconfondibile voce di Mercury è accompagnata dal solo pianoforte come dicevamo, ottenendo così un'atmosfera veramente speciale, libera da orpelli e suoni che di solito accompagnavano le sue performance, ma proprio per questo avvolgente e coinvolgente.

Mercury con Dave Clark e Cliff Richard

Il musical "Time" debuttò con grandissimo successo al Dominion Theatre di Londra nell'aprile del 1986, attirando oltre 1 milione di spettatori durante i suoi due anni di messa in scena. Il cast comprendeva, tra gli altri, Sir Laurence Olivier, il più grande attore britannico di sempre e Cliff Richard la prima popstar d'oltremanica.

Per il concept album dello spettacolo, Dave aveva in mente una canzone per Freddie ("In My Defense"). Mercury registrò il brano agli Abbey Road Studios di Londra (quelli dove erano di casa i Fab Four) nell'ottobre del 1985. Al piano c’era Mike Moran, già membro della band di Dave Clark. Dopo quell’incontro, Mike e Freddie strinsero un legame che, negli anni successivi, li portò a collaborare nella scrittura di “Barcelona”.

Clark ricorda ancora quelle sessioni di registrazione: "Andavamo alla grande, forse perché entrambi avevamo un obiettivo comune, creare qualcosa di speciale". Nel gennaio del 1986 Freddie Mercury e Dave Clark tornarono agli Abbey Road Studios per registrare un altro brano, “Time”, che Dave aveva scritto con John Christie.

"Quando ci siamo incontrati per la prima volta lui mi ha detto 'Beh, come posso fare questa canzone?' e io gli ho risposto che volevo un incrocio tra Edith Piaf, Jennifer Holliday e Shirley Bassey", ha raccontato Dave Clark in un'intervista. "Ho tutti i loro vestiti, quindi gli ho risposto che l'avrei potuta fare perfettamente", ha replicato ironicamente Mercury.

Il video della canzone fu girato proprio al Dominion Theatre, poco prima della messa in scena del musical. Il videoclip che oggi viene pubblicato è stato realizzato con le riprese originali, rimaste negli archivi per decenni.

Clark è riuscito a isolare la traccia vocale registrata da Freddie lavorando minuziosamente sulle 96 incisioni originarie, e Mike Moran ha suonato una nuova traccia al pianoforte. Il risultato è stato letteralmente incredibile.

Nel brano che possiamo ascoltare adesso sembra infatti di rivivere la magia delle session “piano e voce” agli Abbey Road Studios. Questo 'Time Waits For No One' è un omaggio alla forza musicale di Freddie Mercury, alla sua professionalità, alla sua musica, al suo modo di essere artista a tutto tondo. Bravo, molto bravo, bravissimo. Eccolo.


martedì 18 giugno 2019

C'era una volta il Festivalbar

di FRANCESCO TRONCARELLI
  


Era un appuntamento fisso dell'estate. Un modo di sentirsi partecipi e protagonisti di un evento. Generazioni di adolescenti sono cresciute con lui. Finite le scuole, in vacanza o ancora in città, senza cellulari e quindi senza wathsapp, senza internet e quindi senza youtube e i social, ma con tanta fantasia e passione per la musica, i ragazzi lo seguivano sui settimanali specializzati e incollati davanti al televisore.

C'era una volta il Festivalbar, una manifestazione musicale fra le più amate in assoluto dal pubblico, che ha accompagnato una stagione irripetibile del nostro costume e della Tv, tutti i grandi artisti ci sono passati e tutti quanti lo hanno visto e applaudito tifando per chi si esibiva in una passerella senza soluzione di continuità e tanta buona musica.

A idearlo nel 1964 Vittorio Salvetti, ragioniere di Padova con passione per lo spettacolo e una grande carisma, come una gara fra le canzoni dell'estate che veniva misurata con le preferenze del pubblico  tramite gli ascolti rilevati dai jukebox disseminati nei bar di tutta Italia, da cui il nome della kermesse. Il meccanismo era semplice, ad ogni apparecchio era applicato un "contatore" che rilevava quante volte un brano veniva scelto e di conseguenza suonato.

Salvetti e "Casco d'oro" Caterina Caselli

Alla fine della stagione più calda dell'anno la somma di tutte le "gettonature" decretava il vincitore, in una vera e propria festa della musica, delle canzoni e degli artisti. A partire dal 1967 divenne una serata televisiva trasmessa sul quello che era il Secondo canale della Rai e così fino al 1982. Considerato il crescente riscontro, la "finale" già nel 1975 fu portata da Asiago - dove si era svolta sino allora, con le eccezioni delle edizioni 1965 (che ebbe luogo a Milano), 1966 e 1967 (che ebbero luogo a Salice Terme) a Verona, nell'Arena, che per la prima volta aprì i suoi battenti alla musica leggera proprio con questa manifestazione.

Con il passaggio alle reti Fininvest nell'83 dapprima su Canale 5 con alla conduzione una coppia lanciatissima e molto affiatata composta da Claudio Cecchetto e Marina Perzy, poi su Italia 1 a partire dal 1989, la kermesse cambia regolamento e format, adattandosi alle logiche degli ascolti televisivi e divenendo uno spettacolo itinerante, ripreso settimanalmente da una diversa piazza d'Italia.

Alcune location (come l'arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro) diventeranno storiche, ospitando lo spettacolo per molti anni consecutivi, e nel 1997 una puntata è stata girata addirittura nell'Arena di Pola, in Croazia. Anche il meccanismo di voto cambia: le "gettonature" assumono un ruolo sempre meno rilevante, data anche la progressiva scomparsa dei juke-box dai bar delle località di villeggiatura italiani. Il vincitore sarà stabilito perciò in base al numero di passaggi radiofonici e televisivi ottenuti e dai risultati di vendita.


Salvetti e Alan Sorrenti

La popolarità di cui ha sempre goduto e lo spazio televisivo guadagnato (sempre maggiore) contribuì a rendere la creatura di Vittorio Salvetti un appuntamento imperdibile dell'estate. Non di rado, infatti, è proprio dal suo palco che furono lanciati la maggior parte dei cosiddetti tormentoni estivi, e molti artisti emergenti trovarono l'adeguato spazio grazie anche all'introduzione, di un premio speciale (detto premio Rivelazione) per i nuovi talenti.

Il Festivalbar ha portato fortuna anche a molti dei suoi presentatori. Proprio negli anni Ottanta, ad esempio, ha segnato il debutto in prima serata di un giovanissimo Gerry Scotti, ex speaker di Radio Deejay, mentre nel decennio successivo ha costituito un importante trampolino di lancio per Fiorello (che in questa occasione strinse un solido e proficuo sodalizio artistico con Alessia Marcuzzi) e Amadeus, entrambi inizialmente deejay e presentatori di programmi musicali ma consacrati in seguito come intrattenitori e showmen a tutto tondo.

Ed è appunto negli anni Novanta che il Festivalbar effettua alcuni aggiustamenti di rotta. Inizia infatti tradizionalmente a fine maggio con un gala di apertura registrato in un'unica serata ma trasmesso in due parti, per proseguire per tutto giugno e luglio con due-tre appuntamenti dalle varie piazze italiane che vengono poi trasmessi successivamente e suddivisi per distribuire in più puntate le esibizioni, rigorosamente in playback.

Festivalbar 93, Federica Panicucci, Amadeus, Fiorello, Jovanotti e Salvetti

Dopo una pausa ad agosto, a settembre andava in onda il gala finale, e in questo contesto assume importanza anche il programma satellite Anteprima Festivalbar, la cui produzione è stata avviata a partire dall'edizione del 1987: un montaggio (mandato in onda come striscia quotidiana in vari orari oppure con un unico appuntamento settimanale spesso in seconda serata o in tarda mattinata) di varie riprese nei backstage o durante le prove, interviste agli artisti e approfondimenti sulla località ospitante.

Queste ultime informazioni vengono poi riprese nella tradizionale cartolina, ovvero una sorta di mini-spot con la voce di Vittorio Salvetti che introduce il luogo che ospita la tappa, in onda durante la puntata vera e propria. Con la scomparsa dle patron nel 98 la produzione della kermesse passa nelle mani del figlio Andrea già co-conduttore di alcune edizioni e il tutto va avanti sino al 2007 per l'ultima edizione. Poi "l'arma da guerra" per diffondere canzoni e regalare divertimento si ferma per mancanza di fondi per l'organizzazione, in effetti sempre più complessa, chiudendo così un'epoca che ha lasciato il segno nella storia della televisione e del nostro pop.

Una stagione irripetibile che ha lanciato nomi e brani che hanno attraversato decenni conquistandosi il loro posto al sole. Basta scorrere l’albo d’oro del Festivalbar, per rendersi conto del fiuto di Salvetti:  Bobby Solo ("Credi in me"), Petula Clark ("Ciao ciao"), "Caterina Caselli ("Perdono"), Rocky Roberts ("Stasera mi butto"), Lucio Battisti ("prigioniero del mondo", "Acqua azzurra acqua chiara", "Fiori rosa fiori di pesco"), Demis Roussos ("We shall dance"), Mia Martini ("Piccolo uomo", "Minuetto"), Claudio Baglioni ("E tu"), Gloria Gaynor ("Reach out i'll be there"), Gianni Bella ("Non si può morire dentro"), Umberto Tozzi ("Ti amo")



 Alunni del Sole ("Liù"), Alan Sorrenti ("Tu sei l'unica donna per me"), Miguel Bosè ("Olympic games"), Loredana Bertè ("Non sono una signora"), Giuni Russo ("Un'estate al mare"), Vasco Rossi ("Bollicine", "Io no", "Ti prendo e ti porto via"), Gianna Nannini ("Fotoromanza"), Righeira ("L'estate sta finendo"), Tracy Spencer ("Run to me"), Eros Ramazzotti ("Più bella cosa non c'è"), Pino Daniele ("Che male c'è"), Scialpi e  Scarlet ("Pregherei"), Zucchero ("Spirito divino"), Raf ("Ti pretendo"), Jovanotti ("Un raggio di sole"), Francesco Baccini e i Ladri di Biciclette ("Sotto questo sole"), Gino Paoli ("Quattro amici"). Luca Carboni ("Mare mare"), 883 ("Tieni il tempo"), Lunapop ("Qualcosa di grande"), Negramaro ("Parlami d'amore") .


Una lista interminabile di brani e artisti che tutti conoscono e che spesso e volentieri avevano ricevuto una spinta decisiva per affermarsi da parte del patron della gara canora. Salvetti infatti che aveva alle sue spalle una lunga gavetta da organizzatore di eventi inziata da giovanissimo nel mitico Bar Pedrocchi di Padova (gare per voci nuove, tra cui un certo Silvio Berlusconi alias Silvio Gori arrivato penultimo) ad inizio anni ’60 fa l’impresario ed è membro del Clan Celentano.

Sarà lui a lanciare Lucio Battisti venuto da Poggio Bustone a Milano per cercare fortuna, sarà lui a dargli i consigli giusti per cominciare a fare musica sul serio, diventandone così amico negli anni fino a portarlo ai trionfi proprio del Festivalbar con tre vittorie.

Vittorie limpide, ottenute attraverso le gettonature dei juke-box, che proprio in quel periodo vivevano un momento di boom. Con questo sistema il simpatico e solare Salvetti scavalcava il classico meccanismo delle giurie, realizzando la prima “giuria popolare” applicata alle competizioni canore.

Per Salvetti ascoltare canzoni e mettere insieme un cast per le sue manifestazioni, non era un mestiere, ma era soprattutto un divertimento perchè l'ambiente lo conosceva a menadito e tutti lo rispettavano per la sue capacità manageriali. Passava intere giornate a ricevere, ad ascoltare e soprattutto a parlare con i suoi interlucutori che proponevano pezzi e nuovi talenti. E a tutti trovava un posto e offriva un'opportunità.

Affabile, bonario, signore d’altri tempi, riusciva a coinvolgere anche i divi internazionali nel suo Festivalbar, ecco così Barry White, Julio Iglesias, Donna Summer, Suzy Quatro, Grace Jones, Sheyla, Gloria Gaynor per citarne alcuni che impreziosivano le sue serate.

Salvetti e Vasco

Nell’agosto 1998, in occasione della XXXV edizione, Vittorio Salvetti ormai già ammalato, consegnò i premi a Vasco Rossi, Nek, Pino Daniele e Renato Zero, intrattenne gli ospiti e fece gli onori di casa come solo lui era capace di fare, con tanta classe e qualche battuta di riempimento. Due mesi dopo, il 19 ottobre 1998 moriva nella sua Padova che l'aveva visto debuttare in quel mondo che tanto amava. Un mese prima se ne era andato anche Lucio Battisti, a chiusura di un ciclo umano e professsionale speciale che li aveva visti protagonisti insieme.


Ma anche un segno dei tempi che stavano cambiando, con l'arrivo dei rigidi dati di ascolto e dei dirigenti televisivi mossi solo dallo stipendio più che dall'amore per quel tipo di lavoro, un segnale della fine dei grandi personaggi carismatici e anche un po' romantici che partecipavano con passione e totale coinvolgimento alla propria attività. Artigiani come lui ed Ezio Radaelli per il Cantagiro. Ma questa è un'altra storia che merita di essere raccontata.

martedì 4 giugno 2019

Lina Wertmuller, 90 anni da Oscar

di FRANCESCO TRONCARELLI



Era scritto che prima o poi avrebbe vinto l'Oscar. Sì, perchè la grande Lina Wertmuller è stata la prima donna regista nella storia del cinema candidata alla prestigiosa statuetta nel 1977, per il film "Pasqualino Settebellezzze" con Giancarlo Giannini, che all'epoca ebbe un successo internazionale.

E se lo merita tuto questo premio Lina, uno dei personaggi dello spettacolo italiano più intelligenti, completo e dotato di una grande cultura coniugata ad una simpatia tutta romana, città dove è nata alla vigilia del Ferragosto del 1928 e da cui ha assimilato quel gusto del bello che ogni angolo della Città Eterna racconta e quella tipica ironia bonaria ma anche caustica profusa poi nei suoi celebri film.

Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, questo il suo vero nome, figlia di un avvocato lucano di lontane e nobili origini svizzere proveniente da Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza e della romana Maria Santamaria-Maurizio, era amica d'infanzia di Flora Carabella, futura moglie di Marcello Mastroianni, con cui ha instaurato una lunghissima amicizia, che si rivelerà poi fondamentale per avvicinarla al mondo dello spettacolo.

A diciassette anni si iscrive infatti all'Accademia Teatrale diretta da Pietro Sharoff, da cui apprende le basi del mestiere in seguito è animatrice e regista degli spettacoli dei burattini di Maria Signorelli, un nome di questo genere trdisionale di spettacolo.

E' la volta poi delle collaborazioni con alcuni fra i grandi del Teatro, tra i quali Guido Salvini, Giorgio De Lullo e la premiata ditta Garinei e Giovannini. L'approdo alla televisone è automatico: eccola in veste di autrice e regista alla prima edizione di Canzonissima quella con Walter Chiari, Tognazzi e Gianni Agus, e a Il giornalino di Gian Burrasca, la famosissima serie televisiva-musical, con una scatenata Rita Pavone protagonista maschile che ha fatto la storia della Tv con tanto di tormentone discografico "W la pappa col pomodoro".


 Il Giornalino di Gian Burrasca successo Tv

Incomincia in questo periodo una lungo sodalizio artistico con Enrico Job, apprezzato scenografo teatrale, con il quale si è sposata portando avanti così un sodalizio umano e artistico unico nel suo genere e in questo ambiente.

Gli esordi al Cinema sono importanti, addiritura come aiuto regista e attrice di Federico Fellini nelle pellicole La dolce vita (1960) e 8½ (1962) e da quel momento non si ferma più. La prima regia arriva nel 1963 con I basilischi, amara e grottesca narrazione della vita di alcuni poveri amici del sud (il film fu girato in gran parte tra la Basilicata, a Palazzo San Gervasio, e la Puglia, a Minervino Murge), che le valse la Vela d'argento al Locarno Festival. Poi i fortunati film con la Pavone "Rita la zanzara" che ebbero un successo clamoroso (con Totò, Giannini, i Rokes) e addirittura sotto lo pseudonimo Nathan Witch, un western all'italiana, Il mio corpo per un poker con Elsa Martinelli.

Nella seconda metà degli anni settanta poi, nasce la sua collaborazione con l'attore Giancarlo Giannini, che è presente nei suoi grandi successi e che darà all'attore una enorme popoalrità: Mimì metallurgico ferito nell'onore (1972), Film d'amore e d'anarchia - Ovvero "Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza..." (1973), Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974), Pasqualino Settebellezze (1976), La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia (1978) e Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici (1978).

Giancarlo Giannini in Pasqualino Settebellezze

Per Pasqualino Settebellezze, che ebbe successo anche negli Stati Uniti, la Wertmüller come detto venne candidata a tre Premi Oscar nella cerimonia del 1977 (tra cui quello per la miglior regia), riconoscimento che ora le è stato assegnato finalmente alla Carriera.

Una carriera prestigiosa che l'ha vista cimentarsi anche in regie teatrali e liriche di qualità e pellicole dal grande successo al botteghino come tra le altre, la Carmen di Georges Bizet, che inaugurò la stagione lirica 1986-87 del Teatro di San Carlo di Napoli, ripresa in diretta su Rai 1 o la Bohème che ha diretto all'Opera di Atene.

Si ricordano ancora fra i suoi successi premiati dal pubblico nelle sale, Io speriamo che me la cavo con Paolo Villaggio e Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica, con Tullio Solenghi e Veronica Pivetti nuovi Giannini-Melato impegnati in una satira politica aggiornata ai tempi attuali.

Adesso a coronamento di una vita nelllo spetttacolo e nel cinema, l'Academy of Motion Picture Arts & Sciences ha annunciato con un tweet che tra gli Oscar alla carriera assegnati quest'anno c'è anche la statuetta per lei. I quattro premiati - oltre alla Wertmuller ci sono David Lynch, Wes Studi e Geena Davis - saranno presentati il 27 ottobre agli 11/i Annual Governors Awards dell'Academy.

E così quella frase un po' desiderio della figlia Maria "Un Oscar alla carriera non ci starebbe male", espresso a Cannes solo pochi giorni fa, è stato incredibilmente ascoltato. Forse glielo aveva promesso Leonardo DiCaprio presente alla kermesse per il suo film Once Upon a Time in Hollywood, che ha voluto stringerle le mano e farsi fotografare con lei (in una immagine divenuta già 'storica' scattata da Pietro Coccia, il fotografo scomparso ieri e che il mondo del cinema italiano sta piangendo), a testimonianza della grande rilevanza che la regista romana ha presso i suoi connazionali e nel Cinema internazionale.

Giancarlo Giannini, la Wertmuller e Leonardo DiCaprio a Cannes


«Sono molto felice e grata per la decisione di assegnarmi questo premio — ha commentato la regista —. Non me l’aspettavo affatto, sono sorpresa. Per questo è tanto più gradito, mi fa tanto più piacere. Certo gli americani, grazie a Dio, mi hanno sempre voluto bene».

Verissimo. Adottarono Pasqualino «Seven Beauties». «Merito di un critico cattivissimo, John Simon del New York Magazine, che già aveva apprezzato Storia d’amore e d’anarchia — ha raccontato Lina in una recente intervista —. Venne a Roma per incontrami e scrisse un articolo molto bello. Poi alla prima di New York mi chiesero di fare un discorso ma parlavo male l’inglese. Avevo una bella cintura fatta con un calamaio, chiesi come si dicesse cintura. “Do you like my belt?” esordii. Venne giù la sala».

Quell’anno fu John G. Avildsen, con Rocky a strappare (a lei, Ingmar Bergman, Sydney Lumet e Alan Pakula) la statuetta, mentre il suo attore prediletto Giancarlo Giannini si trovò candidato insieme al Robert De Niro di Taxi driver.

«L’Oscar a Lina? Strameritato», ha commentato Giannini. Un lungo sodalizio il loro (nove film insieme, tre con Mariangela Melato), una lunga e profonda amicizia. «È stata la regista che mi ha costruito, non avrei fatto la carriera che ho fatto senza di lei, la adoro, è la verità, la apprezzo per il suo talento, il suo carattere e la sua professionalità. È stata aiuto di Fellini, parla con gli attori come nessuno, è un’artista completa. A Cannes nei giorni scorsi era felice e io per lei. Oggi ancora di più».

E già ce l'immaginiamo su palco del Dolby Theatre di Hollywood, frangetta bianca come i suoi mitici occhialoni, il sorriso e lo sguardo curioso di chi ha visto il mondo e l'ha narrato in tutti i suoi risvolti, stringere fra le mani la statuetta dorata che ogni artista sogna. E ci sarà per lei una standing ovation, quella che è iniziata già ora in tutto il mondo.

giovedì 30 maggio 2019

Mino Reitano, il quinto Beatles

di FRANCESCO TRONCARELLI

Una leggenda metropolitana per tanti, una barzelletta per certa stampa che snobisticamente lo aveva sempre considerato un parente povero della nostra musica leggera. E invece era tutto vero. Quel racconto di Mino Reitano sugli inizi della sua carriera quando aveva diviso il palco di un locale con i mitici Beatles, era pura verità, altro che storie.

Una foto spuntata a sorpresa dall'archivio di Gegè Reitano, fratello di Mino e custode della sua  memoria artistica insieme alla moglie Patrizia e alle figlie del cantante scomparso dieci anni fa, rende giustizia una volta per tutte a una vicenda umana e professionale unica.

Una storia fatta di tanta gavetta, di musica vissuta con passione e di molteplici incontri, come quello avvenuto in Germania nel 1962 con il complesso inglese più amato nel mondo, a quei tempi emigrante del rock come il ragazzo di Calabria, primo incontro di una lunga serie che negli anni l'avrebbe poi visto duettare con Frank Sinatra e ricevere l'applauso di Azanvour.

Per lui tutto era cominciato proprio con i Fab Four, con loro Mino Reitano, partito da Fiumara in provincia di Reggio Calabria a 16 anni con una valigia di cartone, aveva fatto amicizia ad Amburgo dove si esibivano insieme nello Star Club, locale del quartiere a luci rosse della città tedesca rinomata per il porto e relativo grande movimento generato dal commercio e dal classico "marinai, donne e guai".

Lui era lì come Benjamin and His Brothers — cioè Mino con i fratelli Antonio, Gegè, Franco e Domenico —, mentre i ragazzi di Liverpool non ancora famosi nel mondo e non ancora baronetti della Regina, erano presenti come Silver nome che di lì a poco avrebbero cambiato in Beatles.

«Ero un capellone e cantavo con i futuri Beatles senza nemmeno saperlo. Noi e i Silver eravamo gli ospiti fissi del locale, si stava sul palco dalle 10 di sera alle 5 di mattina suonando anche tre volte al giorno per un’ora ciascuno. Poi si andava tutti assieme a mangiare würstel e spaghetti. Era un rapporto di simpatia reciproca e pacche sulle spalle. Le ragazzine già impazzivano e si strappavano i capelli per la lro musica travolgente e assordante» aveva raccontato Reitano, suscitando spesso in chi lo ascoltava sorrisetti di scherno.


E aveva detto anche altro, ossia che John Lennon che con gli altri lo ascoltava nei momenti di pausa, impazziva per la sua voce, quando cantava "Pretty Woman" e "It's over", cavalli di battaglia del grande Roy Orbison, mito indiscusso per tutti quelli come loro che volevano intrapendere la carriera di cantanti.

E lì altri sorrisi e occhi levati al cielo come a dire "e vabè, ancora con questa storia...". Ironia e malcelato fastidio destinati ad incrinarsi però quando Paul McCartney venne ospite nell’ultima serata del festival di Sanremo del 1988, quello in cui Reitano arrivò sesto con quel suo inno all’"Italia" che sarebbe diventato la nuova colonna sonora degli italiani all’estero, che al termine della conferenza stampa, chiese "dov’è Benjamin?", a testimonianza inequivocabile che non aveva dimenticato la comune gavetta amburghese.

Cresciuto in  una famiglia composta da dieci figli in cui tutti suonavno uno strumento sull'esempio del padre Rocco, ferroviere amante del clarinetto, Mino virtuoso del violino che aveva studiato al conservatorio, costituì con alcuni dei fratelli un'orchestrina che aveva Gegè alla batteria, Franco alle tastiere e fisarmonica, Domenico e Antonio alle chitarre a cui si agggiunse come seconda voce e chitarrista, Franco Minniti, un'amico d'infanzia.

Il gruppo crebbe piano piano, serata dopo serata, prima facendosi conoscere in Sicilia alla celebre “Silvanetta” di Milazzo dove andavano ad ascoltarli Alberto Sordi, Silvana Mangano e il produttore. Dino De Laurentis che li ingaggiò per alcune feste nella sua villa in Costa Azzurra in Francia.

Poi il passaggio alla BBC, la televisione inglese, dove il loro nome “Beniamino e i suoi fratelli”, fu subito ribattezzato come “Benjamin and his Brothers” fu un ulteriore spinta alla loro carriera. Da lì, Amburgo. E lì, i Beatles. Successe allo Star Club, sulla Reeperbahnn la strada del quartiere a luci rosse che all’epoca era il centro di una delinquenza molto pericolosa e di un turismo amante del brivido.

In quel periodo John, Paul e George, con il batterista Pete Best e il bassista Stuart Sutcliffe, l'amico del cuore di Lennon fin dai tempi dell'Art School, si chiamavano Silver. Loro e i fratelli calabersi, dormivano in pensioni di terz'ordine ed entrambi si alternavano sul palco di quel locale dal tardo pomeriggio sino alle prime luci dell'alba, in un tour de force massacrante supportato da birre e wurstel.

Amburgo peraltro fu per i Beatles una tappa fondamentale e decisiva per spiccare il volo verso il successo internazionale, perchè nella città tedesca impararono veramente a suonare affinando la loro tecnica e perchè cambiarono anche il loro look a cominciare dalla celebre frangetta (il taglio alla Beatles) su consiglio della fotografa Astrid Kirchherr, che poi venne imitata dalla gioventù di mezzo mondo dando vita al fenomeno dei Capelloni.

I Beatles versione Silver ad Amburgo

Furono cinque i soggiorni dei Beatles ad Amburgo tra il 1960 e il 1962.  Il batterista Pete Best venne reclutato nella band nell'agosto 1960 in occasione del primo ingaggio nella città, dove suonarono per 48 serate all'Indra Club e in seguito per altre 58 serate al Kaiserkeller. I Beatles ritornarono in Amburgo nell'aprile 1961 per suonare al Top Ten Club per un ingaggio della durata di tre mesi.

Poi nel 62 lo Star Club, dove il gruppo inglese si esibì all'inaugurazione del locale in aprile tornandoci a novembre e dicembre con il il batterista Ringo Starr, che aveva rimpiazzato Best in agosto. E in questo periodo c'erano anche i Reitano brothers. E qui finalmente entra in scena la foto che conferma il racconto di Mino Reitano sulla comune gavetta e scapigliata amicizia giovanile fra sogni di gloria e musica suonata all'ennesima potenza.

E' una foto eccezionale e unica in tutti i sensi, perchè non ce ne sono altre a immortalare per le generazioni future un momento storico incredibile (all'epoca, soprattutto per i "saranno famosi" non si pensava di fotografare le esibizioni in locali per lo più di bassa categoria). L'immagine ritrae la facciata scrostata di un palazzo su cui svettano l'insegna del locale Star Club da una parte e quella di un'altra sala, L'Erotik, sorta di avanspettacolo con night club e programmazione di film.

Sotto le insegne, i cartelloni che annunciano le due attrazioni dello Star, The Beatles e Bengiamino and the Brothers poi sulla destra l'insegna del bar "Monica", approdo naturale degli artisti ingaggiati dallo Star e dei suoi scatenati avventori, per la birra con crauti come dessert.

Reitano e i fantastici quattro in cartellone dunque, la prova del nove di una vicenda sottaciuta che a distanza di quasi 60 anni fornisce una risposta definitiva agli scettici altezzosi e ai maldicenti increduli. Una storia incredibile, tra destini incrociati e incognite sul futuro, quando Mino, il generoso per antonomasia della canzone italiana, trionfatore delle classifiche e autore di talento (Una ragione di più), era il quinto Beatles senza esserlo, cantando con loro e spesso per loro. Una cosa che certamente sorprende. Ma vera come lui.



domenica 26 maggio 2019

Lazio già in vacanza e Inzaghi? Le Pagelliadi

di FRANCESCO TRONCARELLI



6 + al Ciro d'Italia - La Lazio ha perso col Toro l'ultima partita di un campionato che doveva proiettarla verso la Champions e che invece l'ha relagata ad un insignificante ottavo posto. Per fortuna c'è stata la Coppa Italia che ha salvato una stagione deludente e che la sconfitta coi granata, con la squadra con la testa e non solo già in vacanza, ha certificato impietosamente. Ora che è calato il sipario sul torneo, il tormentone sarà "Inzaghi resta o non resta?", domanda che avrà la sua risposta tra qualche giorno, intanto si celebra la fine dei giochi giudicando quello che si è visto (sic). Il migliore del match? Non c'è stato, ma il meno peggio è stato certamente il bomber al 15 sigillo personale e che coi suoi 8 legni colpiti è il miglior testimonial di un campionato da dimenticare.

6 al Sor Capanni - Appena entrato ha rimediato subito un cartellino giallo. E questo è senza dubbio un bel biglietto da visita per una carriera tutta da costruire e scoprire. Na botta da laziale storico pur essendo giovanissimo e proveniente dalla Primavera. Una rondine insomma più che un aquilotto. Staremo a vedere se spiccherà il volo come tutti ci si augura.

6 ad Antonio Elia Acerbis - Con le sue 50 partite quasi consecutive (una solo saltata per una  squalifica assurda), il roccioso e volitivo difensore è stato senza dubbio uno dei pochi acquisti azzeccati. E' uno tosto, che dà sempre il fritto, e anche in questa debacle nel gran finale ha comunque provato a tappare i buchi. Coi bruchi c'è riuscito alla grande nel derby di ritorno, stavolta qualcuno remava contro, nel senso che se ne stava col pedalò a mollo durante la partita. Bravo Ace.

6 a dal 753 il calcio a Roma si chiama Romulo - Se l'Alex Britti biancoceleste (separati dalla nascita col cantante) avesse giocato sempre, altro che Somarusic a pascolare. Ne avremo viste delle belle. Ma tant è e tocca accontentarsi. Come ha fatto Giordana ad Amici della De Filippi.

6 a veni, vidi, Lulic al 71° - Diciamolo, in occasione del primo gol s'è fatto uccellare come un pivello, ma siccome il 26 maggio (stesso giorno della partita) siamo nella storia grazie a lui, possiamo bocciarlo? Ma de che, gloria eterna. 

6 a Innamoradu - Pure lui è andato per farfalle come il compagno di merende storiche, ma è anche lui nella storia di una giornata che ha fatto piangere amaramente quelli che sono venuti dopo. Come dire gli anni passano, i bimbi crescono ma il 26 maggio è per sempre.

6- a Massimo Di Cataldi - Tanto fumo e poco arrosto. Avete presente Raul Cremona da Fazio?

6- a Bruno Giordao de Trasteverao - Poco fumo e un po' d' arrosto. Avete presente il mago Forest sempre da Fazio?

5 e mezzo a Rodolfo Bada - Certa stampa lo sostiene, ma al dunque... Avete presente Fazio?

5 e mezzo a dillo a Parolo tuo - Lo stakanosvista del centrocampo biancoceleste ha staccato la spina. Ma non avendo ancora pagato la cabina al Tibidabo è rimasto sulla via del Mare. Figurarsi se faceva in tempo ad arrivare allo stadio per incontrare Belotti e gli altri gallinacci.


5 e mezzo a Bastos e avanzos - Ce l'hanno tutti con lui come con Calimero del mitico Carosello. Certo de frescacce ne ha combinate tante, ma qualche pezza ce l'ha messa spesso, come ha fatto coi torinisti. Gli manca però la continuità. Nè più nè meno di Enrico Lo Verso a Ballando con le stelle, che per un tango che azzecca si perde poi in un passo doble come un Giletti qualsiasi.

5 e mezzo a Protomartire - Secondo portiere di nome e di fatto. A cappellatte infatti arriva dopo Sylva Strakoshina, ma le sue però sono più clamorose coem le partone. E andiamo.

5 a Durmisi dove trovate posto - La telecamera assassina l'ha ripreso, occhi socchiusi verso il cielo e braccia aperte da santone ispirato, prima che entrasse in campo. Era il momento del ringraziamento, il rito che almeno una volta al giorno compie per omaggiare la buonasorte che gli ha fatto un regalo incredibile, farlo giocare in serie A con contorno di bei soldoni, vitto e alloggio compresi, senza esserne all'altezza. Come se un disoccupato riuscisse a centrare il Superenalotto pescando a caso la schedina giusta nel mucchio preparato dal tabaccaio. Una cosa incredibile. Appunto.
 
Giordao alza le braccia: mi arrendo


Appunti di gioco
di Roberto Taglieri

Domenica, 26 maggio 2019
Il Torino batte la Lazio nell’ultima della stagione. Allo stadio “Olimpico Grande Torino” per la 38sima giornata succede tutto nel secondo tempo: all’uno-due granata ad opera di Falque e Lukic risponde Immobile che illude i suoi, ma nel finale è l’ex De Silvestri a fissare il punteggio sul 3-1. Nessuna posizione da difendere od obiettivi da conquistare: oggi per tutte e due le squadre è giornata di passerella, l’ultimo scampolo di fatica prima delle ferie. Nel Toro Djidji è indisponibile, Mazzarri opta per il 352 con Iago Falque e Belotti. La Lazio invece si presenta con tanti indisponibili: a parte lo squalificato Correa non saranno della partita Strakosha, Luis Felipe, Leiva, Milinkovic, Luis Alberto e Caicedo. Spazio quindi a Proto tra i pali, centrocampo con Badelj e Jordao dall’inizio, Cataldi nell’insolito ruolo di trequartista ed Immobile unica punta. Le due squadre un po’in disarmo si affrontano comunque a viso aperto ma senz’altro a ritmi blandi. Qualcosa in più prova il Toro, ma il primo tiro in porta di Aina arriva solo al 24’: Proto blocca tranquillamente; poi un contropiede iniziato da Cataldi non è finalizzato da Immobile dopo la mezz’ora. Finisce tra gli sbadigli un primo tempo sporifero, ma non ci si poteva sicuramente aspettare altro. Nella ripresa il Torino è più intraprendente e subito un salvataggio provvidenziale di Acerbi non consente a Iago Falque di battere a rete davanti alla porta. Ora i granata stanno per cambiare la partita: sull’azione seguente da un passaggio di Aina è ancora Falque davanti alla porta col sinistro di collo pieno a battere Proto e portare i suoi sull’1-0. Passano solo 2’ e il Toro raddoppia: Meite confeziona un perfetto passaggio a favore di Lukic, che supera in corsa Proto e deposita in rete indisturbato. La Lazio prova a svegliarsi ed al 65’ il guizzo di Immobile è decisivo. Spalle alla porta, tallonato da Nkoulou il centravanti biancazzurro si gira improvvisamente e mette in porta sul palo lontano un diagonale difficile che accorcia le distanze. Al 74’ sempre Immobile col piatto destro non inquadra lo specchio da buona posizione. Dal possibile pari laziale all’80’ Proto respinge su Zaza, ma l’ex De Silvestri in arrivo sulla destra deposita con lo scavino il pallone del 3-1 per il Torino, che chiude virtualmente la partita. Chi viene, chi va: da segnalare l’esordio in serie A del giovane brasiliano Capanni, che appena in campo prende anche un cartellino giallo, poi la sostituzione di Izzo con Moretti, che disputa in granata l’ultima partita prima dell’addio al calcio giocato. All’85’ Sirigu è molto bravo sul bel tiro dalla distanza di Immobile, poi Capanni sfiora il palo ed infine ancora Sirigu è pronto su Parolo; nel recupero per due volte Proto è impeccabile sul nuovo entrato Rincon e con questi ultimi guizzi si conclude la partita con la vittoria del Torino. Una sconfitta della Lazio si commenta sempre a malincuore, ma oggi a parte l’agonismo latitante, uscito fuori in parte solo dopo il doppio svantaggio, nella squadra biancazzurra era diffusa solo l’idea di smobilitazione. Peccato, perché il 26 maggio andava onorato in modo migliore. E’ tempo comunque di bilanci: la squadra biancazzurra chiude questo campionato all’ottavo posto con 17 vittorie, 8 pari, ben 13 sconfitte e 59 punti all’attivo. Una stagione negativa, accompagnata dal rimpianto di aver buttato al vento la possibile qualificazione in Champions con alcune partite da suicidio, ma ribaltata nel giudizio dalla conquista della settima Coppa Italia, che consentirà di disputare l’Europa League. Alla Lazio sicuramente cambieranno molte cose: Simone Inzaghi se ne andrà probabilmente e con lui anche alcuni importanti pedine, come  Luis Alberto e Milinkovic Savic. Se però sarà rivoluzione, dovrà avvenire in modo da migliorare concretamente questa squadra, senza mezze figure ma con uomini già pronti per fare la differenza.
    
TORINO LAZIO   3–1    51’ Falque  53’ Lukic  66’ Immobile  80’ De Silvestri
TORINO: Sirigu, Izzo (83’ Moretti), Nkoulou, Bremer (78’ Rincon), De Silvestri, Meite, Lukic, Baselli, Aina, Iago Falque (68’ Zaza), Belotti. All.: Mazzarri.
LAZIO: Proto, Bastos, Acerbi, Radu (81’Capanni), Romulo, Parolo, Badelj, Jordao (57’ Durmisi), Lulic, Cataldi, Immobile. All Inzaghi 
Arbitro Abisso

giovedì 23 maggio 2019

Una canzone da Oscar

di FRANCESCO TRONCARELLI


Ci sono alcune canzoni che per i più svariati motivi, trovano una seconda vita nel Cinema perchè vengono inserite da registi e sceneggiatori nelle colonne sonore delle pellicole in lavorazione, insieme a quello che poi sarà il leit motiv originale e che accompagna di solito i titoli di testa e alcune fasi salienti della storia narrata nel film.

Le scelte possono essere tante, le principali sono legate ai ricordi personali dell'autore, all'epoca a cui le situazioni che vengono raccontate fanno riferimento e ovviamente, alla bellezza riconosciuta del brano che lo fa preferire ad un altro, nella sterminata marea di quelli in circolazione.

Nel nostro cinema, al di là dei cosidetti Musicarelli in cui tutto, dal titolo in poi, era basato su una determinata canzone di successo del momento, è stato annotato che l'uso di brani di successo con un criterio ragionato in modo di dare maggiore forza a una storia, fu fatto per la prima volta su larga scala ne "Il sorpasso" di Dino Risi, in cui ad accompagnare il road movie interpretato da Gassman e Trintignant, ci sono otto brani in voga nel 1963.

Da lì in poi, spesso e volentieri, in tanti film si è ricorso all'utilizzo di brani più o meno conosciuti, ripresi direttamente dalla versione dei rispettivi 45 giri. In questo contesto raramente uno stesso pezzo è stato riascoltato in due film diversi, sono pochissimi infatti a potersi vantare di un bis del genere. Ma che addirittura si possa ascoltare la stessa canzone in sei film diversi per genere e naturalmente data di uscita è sicuramente un record.

E' il caso questo di "Che vuole questa musica stasera" cantato da Peppino Gagliardi, brano melodico di grande respiro e interpretato magistralmente dall'artitsa napoletano, che ha avuto una fortuna cinematografica eccezionale e che ciclicamente torna alla ribalta in un nuovo film come è capitato questa volta ne "Lo spietato" per la regia di Renato De Maria e interpretato da Riccardo Scamarcio, uscito nei giorni scorsi.
 
Il brano peraltro quando venne lanciato nel 1967, non ebbe un successo di vendite notevole al pari di altri pezzi di quell'anno come "A chi" di Fausto Leali, "Cuore matto" di Little Tony, "Nel sole" di Al Bano o "L'immensità" di Dorelli, per citarne alcuni dei più gettonati, ma ha avuto comunque nel tempo, un riscontro costante che lo ha fatto divenare un longseller. La sua entrata nelle classifiche in Giappone addirittura nel 2004 testimonia questa sua longevità commerciale.


La prima volta sullo schermo di "Che vuole questa musica stasera", si è avuta nel 68, per il film di Sergio Capogna "Plagio" con i giovanissimi Ray Lovelock, Mita Medici e Alain Noury alle prese con un menage amoroso controverso fra ragazzi nell'anno della Contestazione. Qui è chiaro il legame temporale per l'utilizzo, essendo il disco in circolazione da poco e quindi ancora nella possibilità e facilità di ascolto da parte del pubblico.



La canzone infatti musicata dal grande Roberto Murolo e scritta da Gaetano Amendola, paroliere storico di Gagliardi con cui il cantante successivamente firmerà pezzi come "Settembre", "Come le viole, "Sempre sempre" tra i più noti del suo repertorio e con cui ha partecipato a Sanremo e al Disco per l'Estate, era stata presentata l'anno prima dell'uscita del film al Festival delle Rose, kermesse musicale romana molto popolare in quegli anni.

 
Discorso diverso invece per la seconda pellicola in cui la canzone è stata utilizzata ovvero il famoso "La prima notte di quiete" di Valerio Zurlini, filmone di culto con protagonista il divo Alain Delon (in scena spesso con un cappotto di cammello che ritroveremo nel tango parigino sulle spalle di Marlon Brando) che è del 1972.


Il richiamo strettamente temporale alla canzone è evidente che non c'è più, ma c'è piuttosto il richiamo a Peppino Gagliardi che in questo periodo è in piena auge e miete successi uno dopo l'altro.
Il terzo film che dà un'ulteriore popolarità a questo pezzo rinfrescandone il ricordo al pubblico, è "Profumo di donna" di Dino Risi del 1974, con un Vittorio Gassman in forma strepitosa tanto da confermarsi il Mattatore dello spettacolo con la vitttoria a Cannes per la "Migliore interpretazione maschile" a cui si aggiungono il David di Donatelllo, il Nastro d'argento, la Grolla d'oro e il Globo d'oro come attore protagonista.


Con lui in questo famoso film che poi sarà riproposto in America con Al Pacino protagonista ("Scent of woman), ci sono Agostina Belli e il giovane Alessandro Momo già visto in "Malizia", che non potrà godere del successo della pellicola perchè morirà subito dopo le riperse in un incidente con la moto che gli aveva prestato Eleonora Giorgi.


Negli anni 90 il brano torna a farsi sentire nelle sale con la commedia un po' triller un po' i Soliti ignoti,  "L'amico di Wang" (1997) del regista indipendente americano Carl Haber prodotta dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, un film interpretato da Stefania Rocca e Steven Gevedon e da una serie di caratteristi del calibro di Tiberio Murgia (Ferriborre dei Soliti ignoti), Vincenzo Crocitti, Angelo Orlando, Nicola Pistoia, Venantino Venantini e attori come Massimo Bonetti e Mita Medici, che per la seconda volta appare quindi in un film con questa canzone nella colonna sonora.

Deve passare qualche anno poi, perchè la malinconica e coinvolgente "Che vuole questa musica stasera" torni a diffondersi dal grande schermo. Ma è un attesa che vale la pena attendere perchè il film che la riproporrà a sorpresa nel Terzo Millennio, è una produzione americana che diventerà un successo internazionale, portando nuovi estimatori del brano ad interessarsi anche al suo interprete (andate a leggere i commenti degli americani su youtube).

La pellicola s'intitola "The man of U.N.C.L.E.", in Italia "Organizzazione U.N.C.L.E." diretta da Guy Ritchie con protagonisti Henry Cavill (il nuovo Superman del cinema) e Armie Hammer (The Lone Ranger) ed è ispirata alla serie televisiva omonima interpretata da Robert Vaughn (uno dei Magnifici 7) andata in onda dal 1964 al 1968 in ben 105 episodi trasmessi dalle Tv di mezzo mondo.

Si tratta di una Spy story condita da humor e tanta avventura ambientata negli anni della Guera fredda e che vede il protagonista Napoleon Solo, agente della Cia ed ex ladro di opere d'arte, muoversi tra inseguimenti rocamboleschi, sparatorie a raffica come i colpi di scena e intrighi internazionali, tra Berlino e Roma.

In una delle scene iconiche del film molto apprezzata dal pubblico, per creare un effetto particolare e di suggestione con un camion che dalla banchina del porto si inabissa nel mare sullo stile di James Bond, si è ricorso al pezzo di Gagliardi che è suonata per intero. Il brano col suo ritmo melodico contrasta con la dinamica dell'azione (in cui tra l'altro il protagonista mentre intorno si spara, si mangia un panino con il prosciutto) e la accompagna in modo mirabile, come ha sottolineato la critica.

Ultimo, ma non l'ultimo, perchè questa serie di film arricchiti dalla presenza del disco di Peppino "prossimamente su questi schermi" come diceva una volta la pubblicità, sarà certamente increnentata, è quello con Scamarcio protagonista uscito di recente, che racconta la vicenda di un malvivente legato alla Ndrangheta nella Milano da bere degli anni 90.

Sei film di generi diversi quindi, commedia, azione, spionaggio, drammi esistenziali, storie di amori poibiti, poliziottesco, di tutto e di più, pellicole in cui "Che vuole questa musica stasera" diventa il brano per tutte le stagioni che riesce a camaleonticamente ad adattarsi tanta è la sua bellezza e musicalità.

Sì perchè il brano è una piccola gemma di quella che una volta veniva chiamata musica leggera ed ora pop, con un testo che introduce una domanda che molti si sono fatti ascoltando una canzone che rievoca tempi e storie andati "che vuole questa musica stasera,che mi riporta un poco del passato", una poesia intimista sull'amore che non c'è più in cui Amendola si liberava dall'aridità dei numeri dei bilanci che la sua professione di commercialista doveva far quadrare, per scatenare la sua vena creativa.

Perchè la musica scritta dal grande Roberto Murolo esalta nella melodia struggente ed armoniosa quel senso di malinconia che è il fil rouge della canzone e che l'arrangiamento eseguito da Ezio Leoni rende perefettamente. E perchè Peppino Gagliardi, il Charles Aznavour italiano, regala con la sua voce calda e graffiante a cui fa da contrappunto il panoforte, un' interpretazione vibrante e intensa che colpisce al primo ascolto e che a distanza di anni continua ad emozionare.

Un'interpretazione apprezzata da sei registi per i propri film e che ha dato a questa canzone una popolarità enorme nel tempo facendola diventare il brano per eccellenza del Cinema. Un'interpretazione con cui Peppino Gagliardi si è meritato idealmente l'Oscar dal pubblico cinematografico che ha imparato a conoscerlo e stimarlo come artista di razza qual è.

Quella calda estate del 66

Riderà, Strangers in the night, Io ho in mente te: una Hit parade piena di successi. Da Little Tony all’Equipe 84, da Morandi a Sinatra. Q...