mercoledì 11 settembre 2019

Lucio Battisti e Mina, il duetto è per sempre

di FRANCESCO TRONCARELLI 


Lucio Battisti in televisione ed è subito evento. Emozioni, brividi, ricordi. La puntata di Techetechetè dedicata all'artista laziale, ha suscitato un'ondata di entusiasmo impressionante che si è riversata sul web, come succede di solito quando c'è un avvenimento importante.

I social sono letteralemnete impazziti, a cominciare da Facebook, dove bastava scorrere la home per imbattersi in tutta una serie di "stati" che si riferivano a lui. Pensieri, foto, commenti, addirittura dirette che proponevano le immagini che stava mandanndo la Rai.

Improvvisamente i post sul governo, Salvini, i tramonti, le sensazioni della giornta erano spariti per magia, per la magia di riascoltare e rivedere questo genio che ha rivoluzionato la musica con i suoi brani.

Lo stesso accadeva su Twitter, dove nei 140 caratteri consentiti nel tweet, tutti stavano lanciando pensieri ed istantanee su quello che senza ombra di dubbio può essere considerato uno dei cantautori più amati di sempre. Un successo incredibile che i ventun anni della scomparsa non hanno minimamente scalfito. Anzi.

Basti pensare che l'argomento #Battisti è entrato subito nei trend topic raggiungendo le prime posizioni e che addirittura alle 2,30, a cinque ore di distanza dal termine dello speciale di Techetechete, nel cuore della notte, era ancora in tendenza. Incredibile ma vero.
Battisti in tendenza al nono posto alle 2e30 di notte

Ma non poteva essere diversamente, perchè le canzoni scritte insieme a Mogl e che Lucio ha cantato, sono senza tempo, capaci di emozionare oggi come allora, al di là delle generazioni di riferimento e delle nuove mode che si propongono. Battisti è immortale come le sue canzoni che tutti hanno ricantato riascoltandole a Techetechetè.

"Un avventura", "Mi ritoni in mente", "E penso a te, "Anna", "Emozioni", "Per una lira", "Io e te da soli", "Il tempo di morire", "Ancora tu", "Pensieri e parole" (stupendo il filmato tratto da Teatro 10 con l'invenzione del regista Antonnello Falqui con i due Battisti, in primo piano e sullo sfondo che si alternano nel cantato), "Eppur mi son scordato di te", "I giardini di marzo".

Poi l'apoteosi delle emozioni con il duetto tra Mina e Lucio, un'accoppiata da brividi forti entrata nella storia della televisione e che ha fatto epoca e che per certi versi ha segnato la fine di una stagione della nostra vita. Il momento del Techetechetè tenuto per ultimo, come gemma finale di uno scrigno pieno di tesori che ha entusiasmato più di tutti il pubblico.


Era domenica 23 aprile 1972, l'incontro avviene sul Secondo canale (superfluo dire della Rai, c’era solo lei allora) al Teatro delle Vittorie in Roma dove va in onda "Teatro 10". La trasmissione è in bianco e nero, anzi soprattutto nel bianco che più bianco non si può tipico delle scenografie dei grandi show di Antonello Falqui. Don Lurio si occupa delle coreografie e dei balletti.

Un varietà classico del sabato sera, ma spostato alla domenica per lasciare la vigilia del dì di festa al "Pinocchio" di Comencini, in modo che i bambini lo potessero vedere anche se arrivava dopo Carosello. Introdotti dal gran cerimoniere Alberto Lupo, a "Teatro" 10 sfilavano i nomi più importanti dello showbiz internazionale, incorniciati dalla voce di madama Mazzini che cantava da sola, duettava con un ospite e poi mandava tutti a nanna con "Parole parole parole".

Qualità garantita insomma, com’era la regola dell’allora deprecata e oggi rimpianta tivù bernabeiana. Quella sera in scaletta c'erano il re del rock francese Johnny Hallyday, Enrico Montesano con le sue macchiette e la sua comicità a 360 gradi, le gemelle Kessler per un annunciato, udite udite, spogliarello, che in cinque minuti mostrò meno epidermide di cinque secondi di un qualsiasi "Grande Fratello" e addirittura il grande violinista classico Salvatore Accardo.

E poi, naturalmente, i due mostri non ancora sacri, Mina e Lucio. Alle 21,47, scatta l’ora di questo evento eccezionale. Per la prima, unica e ultima volta cantano insieme i due giganti di quella che allora veniva chiamata "musica leggera", i due artisti più geniali e irregolari del Bel paese canterino, i due miti che poi sceglieranno di sparire dalle scene dopo averle occupate fino alla massima capienza, grazie a una combinazione eccezionale di genio e carisma.


Finalmente in coppia davanti alla grande platea televisiva, dopo i successi discografici di "Insieme", "Amor Mio" ed "Io e Te da Soli" e "La mente torna", firmati da Mogol-Battisti e interpretati dalla Tigre che hanno trionfato nelle classifiche di vendita. Sono questi gli ingredienti giusti per creare il duetto per eccellenza, quello che dopo quarantasette anni nessuno è riuscito ad eguagliare nè superare.

L’evento dura otto minuti e 59 secondi. Mina: "Senti Lucio, volevo dire una cosa. Tu, di solito, canti le tue canzoni, cioè: canti soltanto quelle, proprio. Io mooolto spesso canto le tue canzoni. Cosa dici: per una volta le cantiamo insieme queste canzoni?". Battisti: "Bè, io sarei anche d'accordo...", Mina: "Eh!?! Grazie". Battisti: "No anzi, sono d'accordo, perché, tra l'altro, mi hanno accompagnato cinque amici da Milano...". Mina: "Apposta". Battisti: "Proprio per questa cosa qui...". Mina: "Bene".

I cinque amici che hanno accompagnato da Milano il cantautore sono Gianni Dall'Aglio alla batteria, sodale da sempre di Celentano e componente dei Ribelli. Angel Salvador al basso componente dello stesso gruppo, Gabriele Lorenzi organista della Formula 3, il trio che accompagnava nei concerti Battisti, Massimo Luca alla chitarra acustica e Eugenio Guarraia alla chitarra elettrica, entrambi turnisti alla "Numero Uno", la neonata etichetta discografica di Lucio.

 La magia ha inizio con "Insieme", ma non è Mina ad interpretarla, bensì Lucio Battisti che con la sua inconfondibile voce naïve conduce con garbo gli spettatori nel microcosmo del duetto. Subito dopo entra Mina, timbro sicuro e caldo, che intona "Mi ritorni in mente", un'esecuzione tecnicamente ed emotivamente perfetta, a cui si unisce Battisti.

Battisti e il suo gruppo con Mina

Il medley continua con "Motocicletta", "E penso a te", "Io e te da soli", "Eppur mi son scordato di te", in un alternanza e scambio di voci agli antipodi che però si fondano e si esaltano a vicenda che cattura tutti i presenti in sala e quelli davanti il piccolo schermo fino alla conclusione con la stupenda "Emozioni" che Mina sente sua interpretandola chiudendo gli occhi e facendosi accompagnare da qualche vocalizzo di Luicio.

All’ultima nota suonata dal chitarrista, il pubblico esplode in un applauso scrosciante pari all’intensità di quello evento a cui ha assistito. I due protagonisti si avvicinano, lei sussura qualcosa nell’orecchio di lui che la ringrazia e poi si tengono per qualche istante per mano.

Quella esibizione per molti cambiò l’immaginario collettivo degli italiani, non solo perché molto semplicisticamente la tv sarebbe diventata a colori dopo qualche tempo, ma anche perché il clima sociale stava cambiando, purtroppo in peggio, i famosi Anni di piombo erano in agguato.

Dalle metriche cantate da Mina e Battisti presto le parole ricorrenti divennero crisi economica, Brigate Rosse, assassinio di Calabresi, paura, austerity. In quell’inizio di anni Settanta l’Italia stava per perdere la propria innocenza e la parola fine di quel periodo quasi spensierato lo avevano interpretato proprio Mina e Battisti, i due amici amatissimi.

lunedì 2 settembre 2019

Lazio, il derby è stregato. Le Pagelliadi

di FRANCESCO TRONCARELLI




7 a Lupo Alberto - La Lazio ha provato a vincere il derby dopo aver letteralmente dato una mano alla seconda squadra della Capitale (rigore pa riomma, un classico). Ha provato, ma aveva fatto i conti senza le makumbe che erano state attivate da Max Giusti-Fonseca (altro che Zorro) e che si sono tramutate in 4, diconsi 4 legni presi dai biancocelesti, un record che a memoria d'essere umano non è stato mai raggiunto nelle stracittadine. Ma tant'è e non c'è stato nulla da fare complici un arbitraggio a senso unico (e meno male che è paesano de Ciro) e la serata no di alcuni uomini chiave. La squadra comunque c'è e lo potremo constatare nel prosieguo del campionato. Applausi all'ex ciuffo biondo che ha spezzato il sortilegio da buon Mago qual è, consentendoci il minimo sindacale del pareggio. Avanti Lazio!

7 a Correa l'anno 1900 - Con i suoi dribbling li ha mandati al manicomio. Gli è mancato però il colpo del kappao quando in almeno tre occasioni si è trovato a tu per tu con tal Sabata, alias Pau Lopez, che non è un protagonista degli spaghetti western di una volta ("Ei amico è tornato Sabata, preparati la bara"), ma il portiere dell'altra sponda. Speriamo che al ritorno sia lui a preparagli il funerale così rimedia pure una comparsata con Quentin Tarantino.

6 e mezzo a Lazzari alzati e cammina - La fascia è la sua. Na scheggia. Eppure davanti c'aveva due palloni d'oro, tre ciavatte d'argento e na manica de facce de bronzo. Se l'è magnati tutti.

6 e mezzo ad Antonio Elia Acerbis - Ministro della difesa. Ma non metteranno lui, ma qualche scalda poltrone. O scaldabagno, tanto è lo stesso.

6+ al Ciro d'Italia - Tanti palloni gettati oltre l'ostacolo e la traversa che grida vendetta, ma che è anche un gol sbagliato. Però l'ostinazione nell'azione del pareggio con l'assist vincente è sua. Daje.

6+ a Lucas 2.0 - Quando al terzo minuto la sua bomba si è stampata sul palo, i vecchi laziali hanno capito subito che nell'aria, oltre la cappa tropicale da Sud Est asiatico, c'era qualcosa che non andava. Quello che si è visto dopo ha dato ragione ai veggenti che sono andati oltre l'umidità.

6+ al Sergente - Aveva chiesto i "pieni poteri" come Salvini, forte dei sondaggi che lo davano come il miglior centrocampista della passata stagione e quello più richiesto dal mercato. Ma nella madre di tutte le partite ha fatto il botto. Come Salvini appunto, che dall'oggi al domani si è trovato fuori dai giochi. Non è tanto perchè gli ha dato una mano (mandandoli in vantaggio), ma perchè non è riuscito a guidare con le sue invenzioni la squadra come ha fatto a Genova e dovrebbe fare sempre. Insomma la luce non si è accesa a intermittenza. Dall'oroscopo di Branko la Luna consiglia: per non restare al buio munitevi di pile di scorta. Già, hai visto mai.

6 a dillo a Parolo tuo - Il quarto legno è il suo. Altri due e ce facevamo il sedile per il pedalò.


6 a Bastos e avanzos - Appena entrato per rilevare l'acciaccato Felipe, molti hanno avuto un sussulto. Voi vedè che ce combina qualche casino? La domanda che rimbalzava dalla Tevere alla Monte Mario. E invece il cigno nero se l'è cavata egregiamente. Un po' come Toninelli che non rilascaindo da mesi alcuna dichiarazione ha cercato di farsi dimenticare finendo così nel dimenticatoio.

6 a chiedimi se sono Luis Felipe - Senza infamia e senza lode. Avete presente Beppe Convertini alla "Vita in diretta"?

6 a Innamradu e veni, vidi, Lulic al 71°- Tanto fumo e un po' d'arrosto entrambi, sicuramente ancora fresco dopo 13 stagioni il primo, sicuramente a corto d'ossigeno il secondo. Se riuscissero a scambiarsi le caratteristiche potremmo andare avanti all'infinito. Come Berlsuconi insomma, che sta sempre là.

6- a Sylva Strakoshina - Provaci ancora citofono, magari la prossima lo pari.

6- a Jony be good - Direttamente da Malaga, la città cantata da Fred Bongusto in tempi non sospetti, al prato verde dell'Olimpico. Abile e arruolato e subito gettato nella mischia nel finale. Vabè, s'è visto poco, un po' come Conte quando stava coì verdi-gialli. Staremo a vedere. Capace che diventa il salvatore della patria come Conte bis. Della serie c'avevamo un fenomeno e lo sapeva solo lui. Come il premier reincaricato appunto.



 Appunti di gioco
di Roberto Taglieri

Domenica, 1 settembre 2019

Finisce pari il 153simo derby della capitale. Nell’anticipo pomeridiano della seconda giornata i giallorossi vanno in vantaggio nel primo tempo grazie ad un calcio di rigore trasformato da Kolarov, ma vengono raggiunti nella ripresa con Luis Alberto per l’1-1 definitivo di una partita divertente che sarà certamente ricordata come il derby dei legni: tra pali e traverse alla fine saranno ben 6. La Roma di Fonseca, che nella prima di campionato aveva fatto bene davanti ma stentava dietro, cambia in difesa mettendo accanto a Fazio Mancini al posto di Jesus. Simone Inzaghi invece recupera Leiva e lo manda subito nella mischia al posto di Parolo, per il resto la formazione biancoceleste è la stessa che ha battuto la Samp domenica scorsa. Nel prepartita una grande coreografia laziale commemora anche il suo leader rimasto ucciso poche settimane or sono e subito dopo inizia una gara davvero emozionante. Subito al 3' Leiva colpisce il palo e sulla ribattuta Fazio manda in corner il tiro di Immobile. La risposta di Zaniolo dopo due minuti è un altro palo che pareggia il conto. In ripartenza Immobile su iniziativa di Correa sbaglia a calciare, poi Milinkovic tira sul portiere. Luis Alberto al 9’ mette a lato di poco e già ora si delinea una partita spettacolare, con capovolgimenti continui. Al 15’ però si spezza l'equilibrio: un pallone di Dzeko colpisce Milinkovic su una mano in area e Guida decreta il rigore. Batte Kolarov che spiazza Strakosha e la Roma si porta in vantaggio; un risultato bugiardo perché fino a quel momento la Lazio aveva dominato gli avversari per gioco e tenuta del campo. I biancazzurri però ricominciano ad attaccare: al 20º Immobile di testa impegna Pau Lopez, poi la traversa ancora di Immobile salva la Roma ed un palo di Correa un attimo dopo getta nella disperazione i tifosi laziali. Al 27’ arriva un altro legno ancora da parte di Zaniolo, risponde Immobile che calcia a lato dai 18 metri, poi Correa in diagonale spara sul portiere. Dopo il riposo subito al 46' il tiro da fuori area di Zaniolo va oltre la traversa, Lazzari al 57’spreca ma un attimo dopo Luis Alberto azzecca il tiro del pareggio dopo un azione in profondità di Immobile. Il suo calcione dai 18 metri è violento e preciso e s’insacca alla destra del portiere giallorosso. Poco dopo ancora Luis Alberto si mangia il secondo gol spedendo fuori dopo una serie di dribbling, ma l’azione più nitida ce l’ha in ripartenza Correa, che al 65’ si divora l’impossibile sparando su Pau Lopez da posizione perfetta. C’ è ancora tempo per un tiro di Immobile al 70’, cui segue un altro a lato di Correa, ma intanto i ritmi si abbassano. Nel finale il gran caldo e l’umidità fa uscir fuori la stanchezza, ma all’ 85’ Parolo sbaglia un rigore in movimento spedendo sulla traversa il pallone del 2-1 che conclude anche di fatto le occasioni della gara. Per i biancazzurri sarebbe stata legittima la vittoria; c’è grande rammarico perché la Lazio ha fatto la partita e per larghi tratti ha dominato, creando un sacco di palle gol. Purtroppo un po’ d’imprecisione sotto porta e la sfortuna non hanno portato i meritati 3 punti, ma la Lazio c’è, è viva e gioca a memoria con tutti i suoi calciatori. Questa è una importante prova d’orgoglio e di forza per la truppa di Inzaghi, nonostante qualche giocatore sotto tono, primo fra tutti Milinkovic. Senz’altro un ottimo viatico per dare energie e consapevolezza della propria forza alla Lazio in questo prologo di Campionato.

LAZIO  ROMA    1–1         17’Kolarov (r) 58’ Luis Alberto
LAZIO: Strakosha, Luis Felipe (40’ Bastos), Acerbi, Radu, Lazzari, Leiva, Milinkovic (71’ Parolo), Luis Alberto, Lulic (78’ Jony), Correa, Immobile.  All: Inzaghi
ROMA: Pau Lopez, Florenzi (89’ Diawara), Mancini, Fazio, Kolarov, Cristante, Pellegrini, Under (67’Pastore), Zaniolo, Dzeko, Kluivert (79’ Schick).  All: Fonseca
Arbitro Guida

lunedì 26 agosto 2019

Lazio, buona la prima. Le Pagelliadi

di FRANCESCO TRONCARELLI


8+ al Ciro d'Italia - Una grande Lazio ha steso con merito la Samp dell'ex allenatore prodigio DiFra (come lo chamano quelli dell'altra sponda), con una tripletta che ha entusiasmato i tifosi saliti a Genova e quelli spaparanzati davanti il televisore in attesa dell'evento. Insomma buona la prima, senza se e senza ma, l'Aquila c'è nonostante lo scettiscismo degli addetti ai lavori che alla vigilia non la filavano minimamente, ma soprattutto c'è il bomber de noantri che si è presentato con una doppietta con cui ha superato brillantemente la Quota 100 della Fornero: ora infatti siamo alla carica dei 101. Gol in serie A, 69 con noi. E scusate se è poco. Avanti Lazio!

7 e mezzo al Sergente - Sontuoso. Che detto fra noi nessuno sa cosa significhi esattamente ma lo si dice sempre quando uno je l'ammolla. Da buon militare li ha messi tutti sugli attenti e ha dato ordini guidando i suoi compagni. Se continua così e non ce lo scippano sta settimana, siamo a cavallo. Altrimenti saremo a somaro. Che è tutto n'artro animale, roba de ciucci.

7+ a Correa l'anno 1900 - Un Tucu di classe e Ferrero in tribuna è svenuto. Lui è abituato a pane e cicoria e l'argentino è caviale: non sa neanche come si mangia.

7 a Lupo Alberto - Il Ciuffo biondo (che faceva impazzire il mondo) non c'è più. Ora il look con cui si presenta, prevede dei baffetti da sparviero (ricordate D'Angelo e Greggio al Drive in?) che non sono la stessa cosa ma ai fini pratici fruttano ugualmente. Come le poltrone per i grillini passati dal verde salviniano al rosso zingarettiano senza soluzione di continuità pur di restare seduti.

6 e mezzo a Sylva Strakoshina - Rieccolo. Il citofono dal volto umano è tornato più bello (vabbè, si fa per dire) e più forte (vabbè, si dice per richiamare la citazione petroliniana) e si è confermato campione di burraco coi fotografi posizionati dietro la sua porta. Ha vinto a mani basse, come la Lazio sul campo e quando i doriani si sono ricordati di tirare in porta (33° e 36°) ha detto no. Come Mattarella alle elezioni anticipate.

6 e mezzo a Lazzari, alazati e cammina - I primi venti minuti in campo c'era solo lui col braccio ingessato. Poi è rimasto il gesso per disegnare azioni sulla lavagna del Ferraris. Buona la prima anche per lui, sicuramente.

6 e mezzo ad Antonio Elia Acerbis (Lazio del meno 9) - Il posto di Ministro della difesa per il nuovo governo è suo. Non scherziamo. E' un tecnico poi, quindi ci capisce. E tutti sappiamo quanto sia necessario che ci sia qualcuno che ci capisca qualcosa in politica.

6 + a Innamoradu e Veni, vidi, Lulic al 71° - La vecchia guardia non si arrende. Battiamo le mani ai veri laziali nei secoli fedeli.

6+ a dillo a Parolo tuo - Un altro vecchietto che volevano mettere da parte. Ma de che. La pensione può attendere. Vedi Pippo Baudo.

6 a chiedimi se sono Luis Felipe -Sicuramente sì, non c'è bisogno di chiedertelo. Se giochi nella Prima squadra della Capitale è tutta un'altra storia.

6 a Vavra e lo storico gol al minuto114 (Roma-Slavia Praga 19/3/1996) - E' entrato in corsa. Tornerà utile. Come l'ex premier Conte.
 

Appunti di gioco
di Roberto Taglieri

Domenica, 25 agosto 2019
Al “Ferraris” è buona, anzi ottima la prima. Nella prologo del Campionato i biancocelesti sbaragliano la Samp con una doppietta di Immobile ed una rete di Correa: 0-3 il perentorio risultato finale che non ammette discussioni. Il neo mister blucerchiato Di Francesco è senza Depaoli, fuori per squalifica e Maroni infortunato: a centrocampo c’è Vieira ed Ekdal ed in attacco con l’inossidabile Quagliarella si presentano Caprari e Gabbiadini. Inzaghi invece può fare affidamento sul nuovo acquisto Lazzari a destra, nonostante la recente frattura della mano. C’è Luis Felipe invece di Vavro  in difesa ed in mezzo al campo Leiva, fino all’ultimo in dubbio alla fine non ce la fa: lo sostituisce Parolo. Inzaghi chiede ai suoi aggressività e la Lazio s’impegna subito a tenere a bada gli avversari ed affondare quando possibile. Il primo tiro di Lulic al 7’ va alle stelle, poi una grande conclusione di Milinkovic rasoterra finisce deviata da Audero in corner. Al 15’ grande imbucata di Lazzari, su cui Immobile prontissimo batte a rete e Audero respinge ancora in angolo. Luis Alberto colpisce di testa al 19’ ma manda di poco fuori. Poi un paio di contropiedi laziali non si concretizzano, la Samp retrocede e non è mai pericolosa, mentre la squadra capitolina sembra avere l’entusiasmo giusto per vincere. Alla mezz’ora un rasoterra di Lazzari è preda del portiere, poi in ripartenza Correa serve Immobile, che non inquadra la porta da buona posizione. Al 33’ il primo tiro della Samp è di Gabbiadini, ma Strakosha lo neutralizza e fa altrettanto con la conclusione di Quagliarella poco dopo. Al 37’ finalmente Immobile sblocca: è una vera perla quella del centravanti laziale, che riceve da Luis Alberto e supera Audero con un pallonetto morbido e perfetto, portando i suoi in vantaggio e siglando la sua centesima rete in serie A. La risposta della Samp è di Vieira, che stoppa col destro, tira di sinistro ma trova una parata strepitosa di Strakosha. Ancora l’estremo laziale è protagonista, bloccando su Gabbiadini e con questa opportunità finisce anche il primo tempo. Nella ripresa subito Audero salva i suoi dal raddoppio deviando un tiro d’Immobile lanciato a rete. Al 52’ Gabbiadini da oltre 30 metri prova la botta e Strakosha non si fa beffare, ma al 55’ in contropiede arriva il raddoppio. Luis Alberto strappa un pallone a centrocampo e dopo aver perso un rimpallo serve ugualmente Correa, che in diagonale batte il portiere e fa 0-2. Ma la Lazio non è paga: è il 62’ e sul cross di Milinkovic di prima intenzione si avventa Immobile, che sbaglia il controllo ma si ritrova la palla tra i piedi e supera ancora Audero per il tris biancazzurro. Al 72’ Milinkovic tira piano e non trova il poker, ma ormai la Lazio è tranquilla, la Samp sembra essersi arresa e rischia ancora con Correa al 78’. Il nuovo entrato Bonazzoli all’81’  la mette a lato di poco ma si attende solo il fischio finale, che sancisce la prima vittoria laziale in trasferta. Grande impresa della Lazio contro una squadra un po’ troppo leggera in difesa ma molto insidiosa in avanti; una bella prova d’orgoglio, di carattere e di forza per la truppa di Inzaghi. La Lazio dimostra solidità, mentalità vincente e merita ampiamente questa affermazione, ottimo viatico per il Derby di domenica prossima, da giocare con la stessa maturità di oggi ma senza montarsi la testa.

    
SAMPDORIA  LAZIO  0–3    37’ 61’ Immobile  55’ Correa

SAMPDORIA: Audero, Bereszynski, Colley, Murillo, Murru, Vieira, Ekdal, Linetty (66’ Leris), Gabbiadini (75’ Bonazzoli), Quagliarella, Caprari (66’ Jankto).All. Di Francesco
LAZIO: Strakosha, Felipe, Acerbi (69’Vavro), Radu, Lazzari (65’ Marusic), Parolo, Milinkovic (76’ Cataldi), Luis Alberto, Lulic, Correa, Immobile. All Inzaghi
Arbitro Rocchi 

venerdì 16 agosto 2019

La calda estate del 69

di FRANCESCO TRONCARELLI 



Faceva caldo in quell'estate del 69, l'ultima del Decennio, l'ultima dei favolosi Sessanta, gli anni del boom, degli elettrodomestici in ogni casa, delle automobili comprate a rate, dell'autostrada del Sole che univa il Bel paese mentre la televisione in bianco e nero faceva sognare a colori coi suoi protagonisti, Mina, Walter Chiari, Vianello, Johnny Dorelli, le gemelle Kessler, l'esordiente Villaggio, Raffaele Pisu con Provolino, Ric e Gian.

Era un Italia che sognava ad occhi aperti, sperando che quel momento magico in cui tutto girava al meglio durasse per sempre e l'estate, notoriamente stagione del divertimento tra rotonde sul mare, falò in spiaggia, grigliate in pineta e amori in libertà, faceva vivere quel fremito ardentemente a tutti, sulla scia di quel relax agognato e rincorso tutto l'anno.

Faceva caldo quell'estate di 50 anni fa, un po' come adesso, tra speranze di un mondo migliore come auspicavano i giovani capelloni e certezze di un futuro appassionante come assicuravano commentatori e giornalisti vari.
Massimo Ranieri trionfa al Cantagiro
Ed era così ovunque, in America infatti si celebrava la festa di Peace and Love con la musica di Woodstock mentre da noi, molto più modestamente ma con gli stessi numeri (500mila partecipanti nelle varie serate) si festeggiava con il Cantagiro del patron Ezio Radaelli: là Santana qui Massimo Ranieri, là Jimi Hendrix qua Celentano, là Joe Cocker qua i New Trolls. A ciascuno il suo, senza snobismi ma con tanto entusiasmo a prescindere.

Se si dà un'occhiata alla Hit parade del 16 agosto del 1969, quindi di 50 anni fa esatti, si possono ritrovare canzoni entrate nella storia del nostro pop alcune delle quali ancora coinvolgenti come al momento del primo ascolto. Tutti brani comunque vendutissimi e gettonati nei juke box che facevano ballare nei locali e nelle feste tra amici in casa come si usava una volta.


Rose Rosse
con cui Ranieri scugnizzo ormai in orbita nel mondo dello spettacolo stravinse al Cantagiro, Soli si muore di Patrick Samson e Pensiero d'amore di Mal, due lenti da paura per tentare l'aggancio con la fanciulla tampinata al mare, Ti voglio tanto bene del debuttante Rossano che ti entrava dentro per la sua melodia coinvolgente.

Ancora Mina che nella sua etichetta Pdu poteva scegliere quello che voleva, a cominciare da Non credere che Roberto Soffici e Mogol avevano scritto per lei portandola così in classifica.

E che dire della "canzone regina" come  precisava il grande Lelio Luttazzi, la numero uno in assoluto, non solo del 16 agosto di 50 anni fa ma dell'intero anno: 1969, Lisa dagli occhi blu.

Un boom, un successo enorme tanto da farne un musicarello col prode Mario e la bionda Silvia Dionisio. "Classe Seconda B il nostro amore è cominciato lì" cantava Tessuto e tutti con la memoria volavano alla loro Seconda B delle medie o del liceo, per rivivere momenti indimenticabili dei primi flirt con la propria "Lisa" (un nome simbolo) alla ricerca della giovinezza perduta appresso a due occhi blu e a delle lunghe trecce.


Pace, amore, rock e spinelli a Woodstock, gavettoni, cocomero, ferragostano pollo coi peperoni e nazionali senza filtro a Ostia, la magia di quella calda estate era nelle semplici cose, nei sogni che si rincorrevano tra un bacio e un tuffo dove l'acqua è più blu mentre il sole picchiava duro e lo sbarco sulla Luna leggitimava ogni speranza tanto da far sembrare la vita una festa continua.

Sembrare. Le cambiali che avevano lanciato l'Italia verso la felicità stavano arrivando all'incasso. L'autunno caldo era alle porte, implacabile, drammaticamente spietato nel riportare tutti coi piedi per terra.  Quella calda estate del 69  ballava Lisa dagli occhi blu come l'orchestra del Titanic, non sapendo infatti che dietro l'angolo c'erano gli anni di piombo con le stragi e il terrorismo.

Mario Tessuto dominava e incantava il pubblico ma non sapeva che avrebbe "ballato una sola estate" come la protagonista del celebre film di Arne Mattison.
L'estate del 69, caldissima, l'ultima del Decennio, l'ultima dei favolosi Sessanta. Poi di colpo ci si svegliò all'alba tutti sudati e il sogno di pace amore e musica finì come nelle favole.



lunedì 12 agosto 2019

Woodstock, 50 anni fa il sogno di Pace, amore e rock

di FRANCESCO TRONCARELLI


Tra il pomeriggio del 15 agosto e la mattina del 18 agosto del 1969, quasi 500 mila giovani si riunivano sulla collina di Bethel nello stato di New York per una tre giorni di pace, amore e musica rock: la Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock, o più semplicemente Woodstock.

Quei tre giorni furono il punto più alto per chi credeva che quella musica potesse contribuire a cambiare il mondo. Un sogno che durò poco però, anzi che in pratica non si realizzo mai, visti gli accadimenti che di lì a poco si susseguirono.Furono decine le star della musica in scena, nomi che ancora oggi sono conosciuti tale è stata la loro bravura o perchè sono in attività. Una lista interminabile che accrebbe la risonanza dell'evento e che a distanza di tempo gli ha conferito il titolo di leggendario.

Richie Havens, Ravi Shankar, Arlo Gutrie, Joan Baez, Santana, Canned Heat, Sly and The family Stone, Creedence Clearwater Revival, The Who, Jefferson Airplane, Joe Coker, Janis Joplin, Ten Years After, Blood Sweat and Tears, Crosby, Stills Nash and Young, Jimi Hendrix, Johnny Winter e i Mountain per citarne solo alcuni.

Artisti che fecero impazzire i presenti che avevano invaso la zona e dove si erano accampati, e che ciascuno col proprio stile, lanciarono messaggi ma anche rivoluzioni musicali. Ci riferiamo ad esempio al carismatico "We shall overcome" con cui la Baez al sest mese di gravidanza commosse tutti, e al travolgente "With a little help from my friends" dei Beatles che Joe Cocker urlò a piena gola trasformando quella deliziosa marcetta in un inno esistenziale.
Joe Cocker tra l'altro e Santana trovarono su quel palco il trampolino di lancio per la loro straordinaria carriera. I Ten Years After di Alvin Lee conobbero proprio grazie a Woodstock il successo mondiale, Richie Havens entrò nella leggenda con un brano improvvisato, "Freedom", un inno ancora oggi, i Grateful Dead si trovarono ad affrontare una performance funestata da problemi tecnici tanto da rifiutare di concedere i diritti per l'album e il film, Janis Joplin (morirà poco più di un anno dopo) stabilì il suo ruolo di mito del rock al femminile.



Pace, amore e rock and roll, il sogno di una gioventù in fermento e per i cosidetti benpensanti, ribelle, un sogno destinato a scontrarsi con la realtà di una società consumista e guerrafondaia che voleva i ragazzi irrigimentati nei suoi dogmi. Altro che peace and love.

Era il 1969, cinquant'anni fa. A gennaio il ventenne Jan Palachsi era dato fuoco in piazza San Venceslao a Praga, studenti e operai marciarono uniti, l'Italia si avviava verso gli anni di piombo, il neo presidente americano Richrd Nixon rivedeva la strategia dell'infinita guerra in Vietnam, il mondo cambiava. Tutto sembrava possibile a Woodstock. Ma fu solo un sogno, alimentato da tanta musica e fumo libero a dosi massicce.

Proprio il 15 agosto, Sky Arte (canale 120 e 400 di Sky) ha programmato una serata speciale per celebrare i 50 anni dal raduno che ha segnato un punto di svolta nella storia dei festival musicali, unendo la musica al senso di comunità e di rivoluzione sociale.

Si comincia alle 21.15 con Come Together. Da Woodstock a Coachella di Charlie Thomas, un documentario che svela gli antesignani della leggendaria tre giorni musicale, il Newport Jazz Festival del 1954 e il Newport Folk Festival del 1959, che hanno aperto la via a Woodstock e ai grandi eventi di oggi, dal californiano Coachella Valley Music & Arts Festival all’Isle of Wight.

Alle 23.00 la serata continua con Jimi Hendrix. Live at Woodstock, la straordinaria esibizione – l’ultima nel programma del raduno – dell’icona insieme alla band “Gypsy Sun and Rainbows” con Mitch Mitchell alla batteria, Billy Cox al basso, alle percussioni Juma Sultan e Jerry Valez e Larry Lee alla chitarra ritmica.
Le immagini restituiscono, tra la folla in attesa, tutta la caotica e colorata atmosfera del concerto e, soprattutto, la potenza ed il carisma di Hendrix, attraverso i suoi brani più celebri: Message to Love, Fire, Red House e l’indimenticabile Star Spangled Banner, la versione dell’inno nazionale americano con la quale Jimi denunciò in modo spiazzante la violenza della guerra in Vietnam.

sabato 27 luglio 2019

Peppino di Capri 80 anni in musica

di FRANCESCO TRONCARELLI



I capelli sono bianchi e anche la voce è cambiata, nel tempo si è fatta più armoniosa, ma lo sguardo è rimasto lo stesso, quello di un ragazzo che sognava di fare l'artista per regalare emozioni al pubblico.
E c'è riuscito perfettamente, perchè Peppino di Capri che oggi compie 80 anni, è un mito assoluto della nostra musica conosciuto ovunque. È partito come versione partenopea di Buddy Holly è arrivato come Peppino di Capri, ambasciatore della melodia italiana nel mondo e gran signore dello spettacolo.

La sua del resto è stata una carriera straordinaria. Ha modernizzato la canzone napoletana, ha portato il twist in Italia, ha vinto Sanremo e cantato coi Beatles, passando senza soluzione di continuità dalle luci soffuse dei night all’acustica perfetta della prestigiosa Carnegie Hall di New York.

È insomma uno degli artisti più amati e popolari del Bel paese, re della canzone confidenziale ma anche dei balli più in voga nel tempo nei locali notturni, dal cha cha passando per l’hully gully sino ovviamente al lento cheek to cheek. Un artista di rilevanza internazionale apprezzato per i suoi brani evergreen che hanno accompagnato generazioni su generazioni.

 
Peppino con i suoi Rockers e i Beatles

Ha cominciato da piccolo, vero bambino prodigio e figlio di musicisti, suonando il piano per gli americani di stanza nell’isola Azzurra nel periodo bellico. Poi seguendo quella che ormai era la sua strada, l’esordio a metà dei 50 con l’amico Bebè Falconieri al “Rancio fellone” di Ischia che lo porterà a partecipare alla trasmissione televisiva “Primo applauso” condotta da Enzo Tortora, sorta di talent ante litteram per gli esordienti.

A quel debutto seguì la formazione del gruppo che lo accompagnerà passo dopo passo sulla via del successo, composto oltre a Bebè dal chitarrista Mario Cenci (autore di tanti suoi brani come ad esempio “Saint Tropez twist”), Pino Amenta e Gabriele Varano.


Erano i Capri boys guidati da lui, Giuseppe Faiella (così registrato all’anagrafe), che scoperti dai discografici milanesi della Carish, divennero ben presto Peppino di Capri e i suoi Rockers.

Occhiali con la grande montatura nera, ciuffo pronunciato, voce caratteristica a singhiozzo, Peppino con le sue interpretazioni che richiamano un po’ Paul Anka un po’ Don Marino Barreto jr, si fa subito notare e al terzo disco, “Nun è peccato”, capolavoro firmato da Ugo Calise (Si mme suonne 'int''e suonne che faje, nun è peccato, e si, 'nzuonno, nu vaso mme daje, nun è peccato...) arriva nella classifica dei brani più venduti.

 E’ il 1958, l’Italia scopre questo ragazzo dinoccolato che ha la musica nelle vene e che da quel momento inanellerà una serie interminabile di successi diventando così uno dei beniamini del pubblico.


“Nessuno al mondo”, “Luna caprese”, “Let’s twist again”, "Sainr Tropez twist" (un milione e 200mila dischi in soli tre mesi, record), “Don’t play that song” (memorabile la scena ne “Il Sorpasso”, in cui Tirtignant osserva la gente che balla in spiaggia col suo brano diffuso da un juke box), “Speedy Gonzales”, “Malatia”, “Roberta” (dedicato alla prima moglie, sposata in un matrimonio da favola e con la stampa alle calcagna) , “E sera”, “Me chiamme ammore” (vittoria al Festival di Napoli), “Frennesia”.

E ancora i brani con cui ha vinto Sanremo “Un grande amore e niente più” firmato dall'amico di sempre Franco Califano e Non lo faccio più” e poi la fortunata sigla di Rischiatutto scritta da Paolo Limiti “Amare di meno”,  la avvolgente “Incredibile voglia di te”, la romantica“ Il sognatore” e ovviamente “Champagne” firmata da Depsa e il maestro Mimmo Di Francia, che è diventato un successo internazionale e il suo cavallo di battaglia applaudito ovunque.

Peppino nel 1976 ottiene la sua seconda vittoria al Festival di Sanremo

Canzoni che hanno fatto nascere amori e storie indimenticabili e che a distanza di tempo oltre ad emozionare ancora, sono per così dire “migliorate”, come la voce di Peppino, che non ha più quell’intonazione nasale e sincopata degli esordi ma una timbrica speciale, molto suadente e profonda, che lo fa apprezzare ancora di più.

40 milioni di dischi venduti, 500 brani incisi (l’ultimi “I miei capelli bianchi”) con tutti i supporti fisici, ovvero 78, 33 e 45 giri, per proseguire con le cassette e i CD e che ora si fruiscono tramite i supporti digitali come Spotify e I Tunes, veterano di Sanremo con quindici partecipazioni, protagonista sia nel Cinema degli anni del boom coi vari musicarelli e sia in quello recente col successo al botteghino del divertente “Natale col boss” insieme a Lillo e Greg, Peppino di Capri ha superato con la sua classe mode e tendenze, resistendo alle ondate del nuovi miti con la sua professionalità che alla lunga è stata premiata.



Sono passati 60 anni dal suo esordio, una vita, che Peppino ha vissuto da numero uno senza mai sgomitare e quasi chiedendo permesso a tutti, da gran signore qual è e da musicista vero che conosce il mondo e rispetta il pubblico.

Artista di razza e di lungo corso che ha dato tanto ricevendo in cambio l’affetto della gente e la stima degli addetti ai lavori. Un protagonista assoluto della nostra musica. Doveroso quindi fargli gli auguri per questi 80 anni passati al pianoforte con tanta classe e per la gioia di tutti ed anche se è scontato è proprio il caso di dire, cameriere Champagne!




venerdì 12 luglio 2019

Battisti, il suo canto è libero

di FRANCESCO TRONCARELLI

 


Adesso Lucio Battisti è veramente di tutti. Cade l’ultimo tabù che sino ad ora impediva al pubblico, sopratttto le nuove generazioni, di usufruire anche on line della sua musica. Lucio infatti sarà finalmente «scaricabile su Spotify o Apple»

Il suo canto torna ad essere libero. Senza costrizioni o impedimenti di sorta che di fatto avevano messo a tacere l'artista più amato del nostro pop, autore insieme a Mogol di brani entrati nella storia e che hanno emozionato gnerazioni su generazioni.

Che sia "libero", lo ha deciso il liquidatore della società «Edizioni Musicali Acqua Azzurra» che custodisce il «tesoro» dei 12 album storici Battisti-Mogol valutato sui 14 milioni di euro circa. E' molto propabile però che gli eredi del cantante, la moglie Grazia Letizia Veronesi e il figlio Luca, detentori della maggioranza di Acqua Azzurra e che da sempre impongono la diffusione del repertorio solo attraverso i vecchi supporti fisici, salgano sulle barricate e facciano opposizione. Ma la loro ormai è una maggioranza senza poteri.

Il «commissario» nominato dal Tribunale di Milano, Gaetano Presti, ha formalmente comunicato alla Siae nei giorni scorsi, l’estensione del mandato anche all’incasso dei diritti sul web. Vuol dire che esattamente 50 anni dopo il primo 33 giri uscito il 5 marzo 1969 e che conteneva i suoi primi successi storici come «Un’avventura», «29 settembre» e così via, tutte le più imortanti canzoni firmate dalla coppia Battisti-Mogol saranno disponibili sulle piattaforme di streaming musicale come Spotify, Apple Music o Deezer.


Dove in sostanza attualmente oggi si realizza circa la metà dei ricavi del mercato discografico e soprattutto dove ascoltano musica le nuove generazioni e proprio là dove invece, l'artista di Poggio Bustone è totalmente assente, salvo qualche imitazione o base musicale o pezzo piratato su YouTube.

Su Spotify infatti esiste un "Lucio Battisti" che ha già 190mila ascoltatori mensili, ma quelle indimenticabili melodie come "Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi..", "In un mondo che , non ci vuole più...", o "Tu chiamale se vuoi, emozioni...", sono farlocche, interpretate da tribute band o nomi sconosciuti ai più su basi musicali, che scimmiottano la voce e le atmosfere di quelle mitiche canzoni. Adesso sarà la volta buona di dare a Lucio quello che è di Battisti.

Naturalmente insieme alla lettera recapitata alla Siae, sono stati avvisati anche i soci di Acqua Azzurra,  Grazia Letizia Veronese, 75 anni, e Luca Battisti, 48 che hanno il 56% del capitale della società, l’autore dei testi Giulio Rapetti-Mogol, 82 anni che ne setiene il 9% e la casa discografica Universal Ricordi del gruppo francese Vivendi che ne possiede il 35%.

Mogol peraltro è l’attuale presidente della Siae, la principale società che gestisce i diritti di autore e quindi attento e scrupoloso "esecutore" della normativa vigente. Acqua Azzurra ogni anno intanto incassa tra gli 800 e i 900 mila euro di diritti. A questo punto è possibile che gli eredi stiano studiando una contromossa legale. Ma il liquidatore Presti che è un avvocato e docente di diritto commerciale all’Università Cattolica, ha tutti i poteri (delegati dal giudice), per agire oltre al dovere di salvaguardare e valorizzare il patrimonio della società.
Come è noto al tribunale delle imprese si è arrivati per la guerra tra i soci che ha paralizzato la gestione della cassaforte dei dodici album (dal primo del 1969 a «Una giornata uggiosa» del 1980) incisi e realizzati da Lucio Battisti.

Mogol aveva fatto una causa civile nel 2016 per la gestione troppo conservativa del catalogo, ottenendo oltre 2 milioni e mezzo di risarcimento. Chiudere la liquidazione per ora è impossibile perché altre cause legali in corso, con Sony e il figlio di Lucio che vive a Londra, tengono alla larga possibili acquirenti.

Dominus assoluto di tutta la vicenda del "dopo Battisti", è stata fino a qualche anno fa la moglie di Battisti. E fu proprio lei, ritenendo di interpretare lo spirito e la volontà del cantante scomparso nel 1998 a soli 55 anni, ad opporsi sempre a qualsiasi tipo di «mercificazione a scopo di lucro» dell’opera del marito e a qualsiasi sfruttamento ritenuto svilente della sua opera.

Per esempio l’uso delle canzoni per la pubblicità o dei film. «Devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso», aveva detto Battisti nella sua ultima intervista del 1979. Quando ancora si infilavano le cassette nell’autoradio. Ma era un altro mondo. E il vento della musica adesso suona in modo diverso.
 


Quella calda estate del 66

Riderà, Strangers in the night, Io ho in mente te: una Hit parade piena di successi. Da Little Tony all’Equipe 84, da Morandi a Sinatra. Q...