7 e mezzo a Pedro Pedro Pedro Pè - La Lazio ha pareggiato una partita che avrebbe potuto vincere. Gli errori delle "seconde scelte" purtroppo si sono rivelati decisivi e dallo 0 a 2 si è passati cosi al pareggio finale. È la conferma che questa squadra ha una rosa senza petali che non permette il salto di qualità e che può addirittura condizionare il risultato. Copertina al meglio di Santa Fè e Trigoria che con la sua rete bellissima e ' corsara" aveva fatto sperare nel sogno.
7 e mezzo a Lisasken dagli occhi blu - L'Achille Lauro biancoceleste finalmente l'ha buttata dentro. Che gol. Che fucilata. Che destro. Anche senza le trecce ce piace lo stesso.
7 a Massimo Di Cataldi - Diciamolo il suo gioco è poco appariscente, ma c'è. Come quando ha lanciato il danese verso il gol. Bravo.
7 a Dio vede e Provedel - Nel primo tempo almeno due paratone da numero uno, e anche nella seconda frazione si è comunque superato quando je tiravano da tutti li pizzi.
6 e mezzo a senti che musica coi Tavares - È ripartita la freccia biancazzurra. Non solo quando parte dal primo binario ma anche quando fa deragliare gli avversari. Che recupero!
6 e mezzo a di padre in figlio nonno compreso - Una prova convincente. I timori e i dubbi sul suo impiego sono stati cancellati dalla qualità che ha gettato oltre l'ostacolo.
6+ a Liz Taylor - Un passo indietro rispetto la partita col Genoa. Dinamismo, tecnica, posizione ma è mancato nella conclusione. Ci voleva un bel "conclude il tema Enrico Maria Papes" dei Giganti (questa è per i boomers). Alla prossima.
6 a Prostamol - Ormai è una certezza. Come la tassa sulla mondezza.
6 a Gila il mondo gila - Là dietro è sempre il migliore. Nel brne e nel male. Perchè come sempre se perde, leggi rigore o immobile come un prosciutto appeso dal pizzicarolo in occasione del colpo di testa dello juventino che ha così segnato.
6 a Somarusic - Non ha combinato casini e questa è una notizia postiva.
5 a Viale dei Romagnoli - bruciato in occasione del pareggio. Altro che Arabia, a rabbia!
5 a Rosanna Cancellieri - Inutile. Come il programma di Gigi Marzullo.
5 a Basic Instinct - Ha fatto sapere che il prolungamento del contratto gli è stato solo proposto, a voce. Ma al momento di mettere nero su bianco l'hanno rimasto solo come Gassman-Peppe er pantera dei Soliti ignoti. Se continua così saranno le solite chiacchiere da bar.
4 a Dele ctrl canc alt - ha avuto sui piedi la palla per chiudere la partita. Un rigore in movimento sbagliato come un pivello. Come lui insomma.
4- - a Pighin-Sanguin-Noslin - E che sò da meno? Er gol me lo magno pure io. E così un altri errore clamoroso che grida vendetta. Della sua prova imbarazzante è rimasta solo quell'abat jour che ha sulla capoccia che come al solito non si è accesa. Sipario.
Ognuno ha il diritto di vivere come può, la verità ti fa male lo so
Quando una canzone diventa un successo immediato. Quando uno dei tanti diventa all’improvviso un nome importante. Quando Sanremo lanciava brani destinati a restare e personaggi di grande carisma. Questo e altro ancora è stato “Nessuno mi può giudicare”, il brano lanciato da Caterina Caselli nel Sanremo del 66 che proprio in questi giorni, esattamente 60 anni fa, scalava la classifica dei dischi più venduti, arrivando a sorpresa primo.
È la storia di un brano divenuto una sorta di inno generazionale di una gioventù che attraverso la musica cercava nuovi miti e nuovi riti da condividere, tra minigonne, capelli che si allungavano sempre di più e una voglia di vivere la vita senza condizionamenti e restrizioni. Molto prima del’68.
Ed è anche la storia di una cantante che andava controcorrente rispetto alle altre che affollavano la scena musicale di quegli anni, composta da ugole d’oro e signore della canzone, e non tanto perché aveva fatto la gavetta nelle balere emiliane, fucina e palestra di tanti artisti da sempre, dove suonava il basso insieme al suo gruppo, gli Amici, ma perché quando si esibiva con la sua carica vitale ed artistica, riusciva a rappresentare meglio di tutte quel vento di novità che molti sognavano e cercavano di praticare.
il 45 giri primo in classifica
Caterina Caselli era il beat coniugato al femminile, era la voce che stupiva più di tutti, era l’artista che si dimenava con le mani e le braccia a tempo di shake e lanciava messaggi rivoluzionari dal palco tradizionalista del festival: “ognuno ha diritto di vivere come può”. Una cosa incredibile e dal forte impatto, altro che amore che fa rima con cuore.
E pensare però, che la canzone ha una storia tutta sua, molto particolare, che fa capire come a volte, cambiando lo scenario, cioè protagonisti e modo d’esecuzione, possa cambiare tutto, compreso il significato originale del testo, decretandone così un successo imprevedibile al momento della ideazione.
“Nessuno mi può giudicare” infatti nacque su un’idea di Luciano Beretta per Adriano Celentano. Partendo da una frase musicale in cui è facile individuare una citazione del classico napoletano ‘Fenesta ca lucive’, realizzò insieme a Michi Del Prete un pezzo che doveva inserirsi nel filone “retrò” con cui Celentano aveva sfondato anche presso gli adulti, ossia tanghi alla Frankie Lane come ‘Grazie, prego, scusi’ o ‘Si è spento il sole’. Daniele Pace e Mario Panzeri con la collaborazione di Pilade, scrissero un testo in tema a quelle atmosfere e Celentano incise così il provino per il Festival.
Prima di presentarlo alla commissione però, il ripensamento. Celentano abbandona il tango e per Sanremo punta tutto sulla ballata folk “Il ragazzo della via Gluck” in cui crede di più. E la storia, anzi la musica cambia. Entra in scena la CGD della famiglia Sugar che decide di affidarlo alla giovane (20 anni) e sconosciuta al grande pubblico Caterina Caselli (due dischi alle spalle passati inosservati e una serie di esibizioni dal vivo fra cui il Piper), su cui punta molto e spera in un’affermazione. È un azzardo mandarla al festival, ma la mossa viene premiata.
Vergottini la trasforma in Casco d'oro
Caterina entra in scena con un’acconciatura bionda e a caschetto in stile Beatles ideata appositamente per lei, castana e con i capelli lunghi, dai celebri stilisti Vergottini di Milano e fa subito colpo, da quel momento si guadagnerà il soprannome di “Casco d’oro”. La canzone riarrangiata dal suo pianista Ivo Callegari è tutta un’altra cosa, la lentezza del tango è soppiantata dal ritmo frenetico e incalzante del beat di cui Caterina è un’interprete collaudata. La sua foga si sposa così perfettamente con la musica travolgente e il pubblico stropiccia gli occhi mentre i giovani esultano. È un trionfo.
L’impatto del brano è di quelli destinati a fare epoca. Tutti cantano “Nessuno mi può giudicare”, titolo che echeggia antagonismo e rabbia giovanile e che diviene anche un tormentone nel lessico quotidiano. Il testo poi che dal maschile è passato al femminile, trasforma ovviamente l’idea base della canzone. Adesso è una donna ad essere la traditrice consapevole, dimostrando di avere in mano il futuro della coppia potendo scegliere tra un partner e l’altro. In quella Italia che si affaccia timidamente alla rivoluzione dei costumi, la canzone ha un effetto notevole.
Arrivato secondo a quel Sanremo presentato da Mike Bongiorno, “Nessuno mi può giudicare” sfonda nelle vendite, sarà in testa nella classifica per nove settimane consecutive e verrà scalzato solo da “Michelle” dei Beatles. Alla fine dell’anno avrà venduto oltre un milione di 45 giri e sarà il sesto singolo più venduto di tutti, oscurando l’interpretazione di Gene Pitney, il cantante americano con la voce alla Dan Peterson e gli acuti in falsetto con cui la Caselli era in coppia.
Gene Pitney
Il 5 febbraio 1966, sessant'anni fa esatti grazie a questa canzone nasce un’artista con la “a” maiuscola, futura manager e talent scout dal grande fiuto ed esplode contemporaneamente un messaggio molto forte che entra nella storia della nostra musica pop. Una canzone che è ancora attuale in tutti i sensi. Non a caso, un esempio fra i tanti, nel luglio del 2000 il brano è stato l’inno del primo Gay Pride mondiale che si è svolto a Roma. E in questi giorni la Treccani ha dedicato una voce della sua enciclopedia proprio alla Caselli e al suo brano storico per festeggiare l'anniversario di quel successo.
7 a Massimo Di Cataldi - La Lazio ha vinto col Genoa. E meno male. Ma la vittoria è stata sofferta, avvenuta grazie a un rigore sul finale quando il pareggio sembrava cosa fatta. Sono tre punti importanti arrivati al centesimo minuto in un Olimpico vuoto che ha reso tutto più difficile. I pinguini presenti hanno reso più gelida l'impresa. Bravo Danilo che si è preso sulle spalle la responsabilita di tirare il penalty. Si va avanti.
6+ a Lisasken dagli occhi blu- si è salvato dal suo solito "cupio dissolvi" per il rigore che ha trovato e l'assist per l'olandese. Daje.
6+ a Liz Taylor - Si comincia ad ambientare. Come Mammucari da Zia Mara. Il gol lo esalta e lui giustamente esulta.
6+ a Pedro Pedro Pedro Pè - Il meglio di Santa Fè e Trigoria dal dischetto non perdona. E meno male.
6 a Prostamol - Gioca come un veterano anche se di partite ne ha fatte più a briscola che con l'Aquila sul petto. Il fatto è che in mezzo a tutto sto casino che è il mondo Lazio è cresciuto in fretta.
6 senti che musica coi Tavares - Ha il merito di aver movimentato la scena. Avete presente Malgioglio a Tale e quale?
6- a Somarusic - Nè carne nè pesce. Nè.
6- a Dio vede e Provedel - Il miracolo l'aveva fatto su Vitinia nel primo tempo. Poi so arrivati Acilia e Dragona e s'è impicciato come chi va a Ostia la domenica sulla via del Mare.
5 e mezzo a Patrizia Pellegrini - Tanto fumo e un po' d'arrosto. Come Riccardo Rossi.
5 e mezzo a Gila il mondo gila - È il migliore. Pure a combinà casini però.
5 e mezzo a Di padre in figlio nonno compreso - Forse lo scrivano fiorentino l'ha buttato dentro perchè secondo le statistiche "ha sempre segnato all'esordio". Ma così non è stato. Provaci ancora Daniel Santacruz Ensamble (Soleado, 5 milioni di copie).
5 a Rosanna Cancellieri - Come il programma di Gigi Marzullo, inutile.
5 a Dele ctrl canc - S'è resettato.
5 a Basic Instinct - Miracolato dal triennale che ha rimediato dopo anni di anonimato per un paio di partite azzeccate, il chierichetto che studia da prete ha tirato i remi in barca e punta direttamente al soglio di Pietro.
5 a Rat Killer (l'ammazza sorci) - Stendiamo un velo sulla sua prestazione, questo e quello che passa il convento basti dire che Castellano e Pipolo che pure non era un bomber si muoveva meglio. Si è salvato dal naufragio personale per aver ottenuto il rigore. Almeno questo. Sipario.
Un secolo di Claudio Villa e per commemorarlo ora c'è un francobollo. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy in occasione del centenario
della nascita del grande artista, ha emesso un francobollo per rendere un omaggio a una delle voci più amate dal nostro Paese.
Il Reuccio della canzone italiana, come era stato ribattezzato da Corrado, era nato a Roma, a Trastevere, in via della Lungara, il 1 gennaio 1926, e per anni ha rappresentato il cosidetto "bel canto" all'italiana nel mondo oltre aver incarnato l’anima melodica del Bel paese.
Con oltre 45 milioni di dischi venduti, 4 vittorie al Festival di Sanremo e una carriera che ha attraversato cinema, radio e televisione, la sua voce potente e inconfondibile ha fatto da colonna sonora a generazioni intere.
Una voce tenorile che spaziava dalla musica leggera alla canzone napoletana fino agli stornelli della tradizione romana. Celebri le sue interpretazioni di "Granada", "O sole mio", "Un amore così grande" e "Non ti scordar di me" entrate nell'immaginario collettivo come masssima espressione di esibizione artistica.
Il francobollo disponibile negli uffici postali e nei negozi di filatelia, va incontro al desiderio e alle sollecitazioni dei tanti ammiratori che non hanno dimenticato l'artista e le sue canzoni intramontabili.
Sono stati infatti i suoi fan, a farsi parte diligente per questo riconoscimento, in particolare Anna Biagiotti, presidente del gruppo ‘A grande richiesta: tutto Claudio Villa’, che già in passato era stata artefice di diversi eventi per ricordare il cantante.
È stata lei a promuovere e spingere l'iniziativa filatelica a tutti i livelli, con richieste ufficiali, mail e telefonate varie in modo che il sogno e la richiesta di molti diventasse realtà.
Quel piccolo rettangolo di carta diventa così un simbolo concreto di un tributo dovuto a un grande persinaggio del nostro Novecento, una testimonianza che viaggia per il mondo e che racchiude una voce unica e una stagione della nostra musica che ancora oggi provoca emozioni.
Dedicare un francobollo a Claudio Villa non significa solo volgere lo sguardo al passato. È un modo per riflettere su cosa rappresentava la musica come collante sociale, come linguaggio comune capace di unire generazioni e territori.
In un’epoca dove la velocità e l'usa e getta sono i totem su cui ruota tutto, questo omaggio ricorda un’Italia che sapeva fermarsi ad ascoltare, cantare insieme e riconoscersi in una sola voce.
La vignetta del francobollo presenta un ritratto dell'artista eseguito dalla disegnatrice Tiziana Trinca, che raffigura il cantante durante una performance musicale e riporta in basso sulla destra la sua firma olografa.
6+ a Dio vede e Provedel - La Lazio ha pareggiato a Lecce una partita da noia mortale. Come avrebbe detto Sandra Mondaini, che barba che noia. Con un primo tempo senza aver mai tirato nella porta avversaria e un secondo vivace come una tartaruga in catalessi. La mancanza di giocatori di qualità abbinata alla paura di sbagliare ha creato una prestazione imbarazzante dei sopravvissuti alle squalifiche e agli infortuni. Si salvano in pochi, tra questi il portierone che c'ha messo qualche pezza provvidenziale. Ma vedrete, venderanno pure lui...
6+ a Viale dei Romagnoli, 13 Ostia - È finita così senza un vero perchè, cantava Bobby Solo, già non si capisce perché ad altri il contratto l'hanno prolungato e a lui no. Ma così è e il difensore saluta e se ne va. Chi ci ha rimesso lo scopriremo a breve.
6 a Prostamol - È il più giovane ma si batte come un veterano. Sapete petchè? Giocando con questi compagni di merende è invecchiato de botto.
6 a Gila il mondo gila - Immotivata la sua sostituzione, non era lui che doveva andare a casetta. Ma ormai la Lazio è tutto un quiz come cantava Renzo Arbore.
6- a Dele ctrl canc alt - Qualcosa in più rispetto gli altri. Qualcosa proprio.
5 e mezzo a Lazzari alzati e cammina - T'ho detto arzate, a cornuto arzate, cit. Mario Brega.
5 e mezzo a Lisasken dagli occhi blu - Senza le trecce lo stesso non sei tu. Manco a Sanremo giovani.
5 e mezzo a Benigno Zaccagnini - Nella 0 della casella dei tiri in porta del primo tempo c'è anche la sua firma. Ha messo però un bell'8 nei falli subiti.
5 e mezzo a Miei cari amici Vecino e lontani - Salvatore della patria in più di un'occasione è rimasto coinvolto nella pochezza generale. Come Luca Abete nella nuova disastrosa Striscia la notizia.
5+ a Liz Taylor - Eppur si muove, come disse Galileo Galilei. Ma niente più.
5 a Rat Killer (l'ammazza sorci) - Chi l'ha visto? Speciale mercoledì prossimo nella trasmissione della Sciarellli sulla sua sparizione dal campo.
5 a Rosanna Cancellieri - Tanto fumo e poco arrosto. Avete presente Barbareschi?
5 a Basic Instinct - Un altro miracolato. Lui e Lourdes stanno a mezzi. Un paio di partite azzeccate e tre anni di contratto. Boh. L'affare de Maria cazzetta si dice a Rona, ma questi che ne sanno di Roma nostra. L'ultima partita l'aveva giocata a Lecce nel 2023 prima dell'epurazione. È tornato a Lecce ma è rimasto nello spogliatoio.
5 a Somarusic - So più i casini che combina che le cose buone. Come Pierluigi Diaco a Bella mà. Ma che je frega, tre anni de contratto li ha rimediati. Stiamo a posto. Come Diaco.
4 a Dio perdona pure Dia - La Lazio sui suoi social lo ha salutato come Campione della Coppa d'Africa col Senegal. Ma non ha precisato che il torneo che aveva disputato era riferito alle bocce. Lui faceva il boccino, immobile in mezzo al campo mentre gli altri giocavano e tiravano. E anche con noi ha confermato di essere una palla al piede dei compagni di merende che già di loro so' scarsi e con lui peggiorano per emulazione. Ha fatto rimpiangere pure quel tagliabosco di Nina Muriqui. E qui il sipario è definitivo.
6 a Dio vede e Provedel - Una Lazio inguardabile e senza un minimo di amor proprio ha rimediato una sonora sconfitta da un arrembante Como. Tre gol all"Olimpico sanno di disfatta e soprattutto di bocciatura a un progetto che non è mai decollato prima nè dopo con le cessioni pesanti rimpiazzate da prospetti acerbi e seghe internazionali. Questa Lazio del resto è mediocre, come squadra e come società perciò c'è poco da dire. E da da questo harakiri non si salva nessuno, nessuno tranne il portiere. Un paradosso certo, ma è anche vero che con un paio di parate e il rigore ha limitato il passivo. E questo è un merito.
5 e mezzo a Pighin-Sanguin-Noslin - C'ha provato. ma l'abat jour che porta sulla capoccia non si è accesa. E siamo rimasti al buio.
5 e mezzo Lazzari alzati e cammina - ma se non riesci a crossa è come se fossi Enrico Toti. Almeno lui la stampella jel'ha tirata agli austriaci.
5 e mezzo a Rovella per chi non si accontenta - Non ha la bacchetta magica per risolvere i problemi. Altrimenti si sarebbe chiamato Silvan.
5 a Lisasken dagli occhi blu - senza le trecce lo stesso non sei tu. Amen.
5 a Benigno Zaccagnini - L'arciere non segna più. Ma la cosa grave e che non tira più. Si è avvitato su se stesso come tutta la squadra. Sic.
5 a Gila il mondo gila e Viale dei Romagnoli, 13 Ostia - Colpiti e affondati nel naufragio generale. Con tre picchi in casa pure Facchetti e Burgnich della grande Inter sarebbero stati travolti, figurarsi loro che non lo sono. Chiedere ai superstiti del Titanic come hanno fatto a salvarsi.
5 a Patrizia Pellegrini - C'era una volta. Come Giorgio Mastrota che non pubblicizza più manco le pentole.
5- a Bella Janez (Sandokan, Rai 1) - Nè carne nè pesce. Nè.
5- a Liz Taylor - Ha i piedi buoni. Buoni per provocare un rigore.
5- a Massimo Di Cataldi - Neanche il compitino. Nulla e niente più. Avete presente Barbareschi?
4 e mezzo a Rosanna Cancellieri - Come il programma di Gigi Marzullo: inutile.
4 a Rat Killer (l'ammazza sorci) - Ha fatto rimpiangere Castellano e Pipolo e addirittura Nina Muriqui. E ho detto tutto.
4 a Somarusic - È tornato più bello e più superbo che pria, come avrebbe detto il grande Ettore Petrolini. Ovvero un boscaiolo applicato al calcio senza averne le basi. Sono anni che è così, lo sanno pure i bambini che sono cresciuti con le sue cappellate difensive e con i relativi incubi che hanno minato la loro infanzia. Ma la dirigenza non se ne preoccupa, tanto d'avergli prolungato il contratto per tre anni E lui giustamente festeggia favorendo il primo gol dei lariani. Grandissimo. Per loro. Sipario.
Se n'è andato Tony Dallara, il Re degli urlatori, aveva 89 anni, Era il vincitore più longevo della storia del festival di Sanremo. Un artista conosciuto e apprezzato in tutto il mondo a lungo protagonista dela scena musicale italiana.
Aveva una voce particolare, subito riconoscibie, nasale e molto potente e un carisma che lo rendeva unico e molto amato dal pubblico. Fu il primo in Italia a lanciare lo stile "terzinato", su ispirazione dei motivi interpretati dei Platters, quelli di "Only You", con il brano "Come prima" inciso nel 57 e che diventò un grande successo internazionale.
Il pezzo infatti si è trasformato in un evergreen eseguito da artisti del calibro di
Dean Martin, Perry Como, Cliff Richard, Connie Francis,
Dalida (“Tu me donnes”) ed anche dal grande tenore italo americano Mario
Lanza che insieme a Zsa Zsa Gabor girò un film musicale tratto proprio
dalla canzone e che aveva il titolo della cover in inglese “For the
first time”.
E fu cantato anche dai Platters, circostanza che rendeva Tony molto orgoglioso per ovvii motivi. Artista poliedrico per via della sua passione per la pittura con esposizioni delle sue opere anche in Giappone, Dallara era il leader degli urlatori, quei giovani cantanti come
lui, Mina, Celentano, Betty Curtis e Joe Sentieri, che sul finire degli
anni 50 irruppero nella scena musicale italiana (dominata dai melodici
Tajoli, Villa, Togliani), con la loro esuberanza artistica e le loro
voci a tutto volume.
La consacrazione alla sua carriera partita subito alla grande, la ebbe nel 1960 quando vinse Sanremo con "Romantica" il brano scritto da Renato Rscel che con la sua interpretazione "singhiozzante" e ritmata dette una scossa nel vero senso della parla alla nostra musica leggera.
Poi vennero altri successi come "La novia", "Bambina bambina", "Ghiaccio bollente", "Ti dirò" che aumentarono la sua popolarità al pari delle partecipazioni a Canzonissima e alle varie manifestaioni canore in voga negli anni Sessanta e Settanta.
Ultimo di cinque figli, nato a Campobasso dove era stato registrato all'anagrafe come Antonio Lardera (il vero nome) era cresciuto a Milano dove si era trsferita la famiglia. Dopo la scuola dell'obbligo inizia a lavorare, prima come barista e poi come fattorino in una casa discografica.
La sua passione per il canto lo portava ad esibirsi nei locali milanesi col gruppo dei Campioni. La notizia arrivò al direttore della Music Walter Guertler che dopo averlo ascoltato al Santa Tecla, lo promosse cantante e lo mise sotto contratto.
Incide così "Come prima" (musica di Vincenzo Di Paola e Sandro Taccani, parole di Mario Panzeri), già proposta alla commissione d'ascolto del Festival di Sanremo nel 1955, ma senza passare la selezione. Il 45 giri viene pubblicato nel dicembre del 1957 ed espolde letteralmente.
Col successo arrivano anche i musicarelli, "Sanremo, la grande sfida" di Piero Vivarelli, con Teddy Reno, Domenico Modugno, Sergio Bruni, Joe Sentieri, Gino Santercole, Adriano Celentano, Renato Rascel e Odoardo Spadaro, e "I teddy boys della canzone" di Domenico Paolella, con Delia Scala, Tiberio Murgia, Ave Ninchi, Teddy Reno e Mario Carotenuto. Con "Romantica" dopo il festival vince anche Canzonissima.
Col cambiamento dei gusti del pubblico sulla scia dell'avvento del Beat prima e dei Cantautori dopo, Dallara non riuscì più a entrare in classifica, anche la televisione e la radio, lentamente, si dimenticano di lui. Negli anni settanta, dopo un'ultima partecipazione a "Un disco per l'estate 1972" con Mister amore si ritira dal mondo della musica e si dedica alla pittura, esponendo i suoi quadri in diverse gallerie e conquistandosi l'amicizia e la stima di Renato Guttuso.
Dagli inizi degli anni ottanta Dallara decide di riprendere l'attività, per lo meno per quel che riguarda le serate e grazie anche al revival, torna, soprattutto nei mesi estivi, a riproporre i suoi cavalli di battaglia. Reincide, inoltre, i suoi vecchi successi con nuovi arrangiamenti.
L'ultima apparizione televisiva è stata due anni fa a "Domenica In", nel salotto di Mara Venier, dopo una lunga riabilitazione a seguito di un ictus. Un momento toccante, in cui l'anziano urlatore con la sua fragilità e umanità sembrava un nostro parente in difficoltà, un nonno che dopo tutto quello
che aveva passato stava tornando alla normalità tra timori e voglia di
vivere.
Una parentesi felice per l'ultimo applauso dopo una vita in musica. Addio Tony, sei stato un grandissimo.
7 a Lazzari alzati e cammina - La Lazio ha vinto a Verona una partita a lungo "giocata" a centrocampo, con poche azioni degne di questo nome, da entrambe le parti. Un match noioso nel primo tempo, più vivace nella seconda frazione. Certo è che per vincere i biancocelesti hanno comunque faticato e non per demeriti dei gialloblu, avversari modesti e messi malissimo in classifica. Ma i tre punti sono in ogni caso benedetti e servono per dire, con tutte le difficoltà che ha questa squadra, ci siamo. Copertina al Manuel Fantoni de noantri che ha vissuto il suo momento di gloria.
7 a Gila il mondo gila e Viale dei Romagnoli, 13 Ostia - Dio li fa e poi li accoppia, quando la coppia accoppa. Pio e Amedeo, Ale e Franz, Ficarra e Picone. Attenti a quei due.
6 e mezzo a Pedro Pedro Pedro Pè - il meglio di Santa Fè e Trigoria è il talismano. Daje campione.
6+ a Rosanna Cancellieri - Direttamente da Positano veste moda, collezione primavera-estate, l'assist per la nostra rete.
6+ a Patrizia Pellegrini - Un gol salvato a portiere battuto. E questo basta.
6+ a Dio vede e Provedel - Una grande parata nel primo tempo, una svista nel secondo, un recupero nel finale. In perfetta media Muslera.
6 a miei cari amici Vecino e lontani - un passo indietro rispetto alla bella prova coi viola. Sarà l'emozione, del resto ha na certa età. Guardate Bruno Vespa.
6 a Danilo Cataldi - Due più due quattro, tre per tre nove. Siamo tornati al compitino. Il meraviglioso gol coi viola è come Vittorio Sgarbi dei bei tempi, uno sbiadito ricordo.
6 a Liz Taylor - Esordio positivo per il nipote della diva del cinema di cui porta il nome. Ha dimostrato personalità e piedi buoni. Staremo a vedere se i suoi film saranno all'altezza della nonna.
6- a Somarusic - Non ha combinato casini e già è tanto, ma non ha fatto una percussione che è una. Troppo poco la punizione. E su.
6- a Rovella per chi non si accontenta - Bentornato. Ma niente di più.
5 e mezzo a Lisasken dagli occhi blu - senza le trecce lo stesso non sei tu. Come si dice a Roma, je manca sempre un sordo pe fa na lira. Finte de qua, finte de là, poi quando se tratta de tirà, nisba. Non ne azzecca una, come Teo Mammucari.
5 a Rat Killer (l'ammazza sorci) - Come il rilevamento della temperatura di Santa Maria di Leuca: non pervenuto.
5 a Pighin-Sanguin-Noslin - Ha avuto sulla testa la palla buona per metterla dentro nei primi minuti di gioco, ma quella imbarazzante abat jour che porta sulla capoccia ha inevitabilmente proiettato il pallone alle stelle vanificando un'occasione d'oro. Lavateje la corrente e spegnetelo. Sipario.
Se n'è andato in silenzio, chiedendo ai familiari di non farlo sapere. Era malalto e per lui lasciare questa vita che aveva vissuto a cento all'ora significava una sconfitta, anche se aveva ormai 80 anni. La realtà è che Ricky Shayne, il Leone del beat, pur con i capelli bianchi e qualche ruga e chilo di troppo a invecchiare un volto da bel tenebroso e un fisico ateltico, era rimasto giovane dentro anche da grande.
Se mi cercano dite che sono in Canada, le sue disposizioni, e così è andata, fino a che è stato possibile raccontare questa innocente ma significativa bugia di un sogno proibito, poi la notizia che era scomparso alla fine è uscita destando ovviamente clamore, anche perchè è stata diffusa un anno dopo la morte che era avvenuta dopo una breve ma inesorabile malattia a novembre del 2024.
Ma la notizia è uscita solo in Germania, dove era una popstar, mentre in Italia dove peraltro aveva iniziato la carriera diventando popolarissimo tra Cantagiri e Musicarelli vari è stata ignorata. Non l'ha data nessuno.
Ma si sa che il nostro è uno strano paese che dimentica in fretta artisti e personaggi che hanno lasciato il segno nello spettacolo rendendo le stagioni della vita di ognuno più lievi e dove chi fa il mestiere di cronista non ha le basi per farlo nè si applica preferendo il copia e incolla dettato dagli uffici stampa.
la notizia data dal quotidiano tedesco BILD
Eppure Ricky Shayne è stato un’icona della gioventù ribelle degli anni Sessanta che infiammava gli animi dei ragazzi e colpiva i cuori delle ragazze. Nell'immaginario collettivo era “Uno dei Mods”, come da omonima canzone incisa in quel laboratorio di idee e musica che era la RCA di quegli anni in cui l'Italia andava a 45 giri, mentre i capelli iniziavano a crescere, le gonne ad accorciarsi e i primi fermenti di contestazione cominciavano a diffondersi.
Sguardo assassino, criniera col ciuffo, giubbotto di pelle, jeans e voce
intonata e potente, fece subito colpo. Era il ribelle della porta
accanto che tutti avrebbero voluto avere come amico per sentirsi importanti, il James Dean dei capelloni che stazionavano sulla scalinata di piazza di Spagna,
un archetipo fra i più unici e singolari di quella gioventù che sognava
ad occhi aperti l’Inghilterra e il nuovo che stava avanzando.
E
poi c’era il fascino del mistero che lo avvolgeva e alimentava la
curiosità dei fan. Chi sosteneva fosse un italiano, pugliese per la
precisione, che giocava a fare lo straniero, chi che arrivasse dalla
Francia, chi più informato dal Libano, in realtà George Albert Tabett,
questo il vero nome, era nato al Cairo nel 44 da padre libanese (manager
in una società petrolifera) e madre egiziana (pittrice), cresciuto
nella “Svizzera del medio Oriente” fino ai 15 anni, poi a Parigi per
studiare, per approdare infine da noi nel ’65.
“Uno dei Mods”, il brano che lo fece esplodere nel panorama musicale, si riferiva a un episodio molto enfatizzato dai media, una vera e propria “battaglia” tra Mods e Rockers nei dintorni di Londra (sulla spiaggia di Clacton nell’Essex, il 29 marzo 1964), con numerosi contusi e feriti al termine dei tafferugli a colpi di catene e bastoni.
La cosa strana che all’epoca dell’uscita del disco in pochi rilevarono, è che Migliacci e Meccia gli autori insieme a Mantovani del pezzo o perché avevano informazioni scarse (le notizie non viaggiavano in tempo reale come oggi) o per scelta, falsarono la realtà dei fatti, ambientando la vicenda a Liverpool patria dei Beatles, e soprattutto invertendo nella canzone i ruoli delle due bande giovanili inglesi. Erano infatti i Rockers ad adottare un look di ispirazione USA, evoluzione di quello dei Teddy Boys degli anni ’50.
E quindi giubbotti di pelle nera, blue jeans stretti e accessori vari da duro, mentre i Mods (da Modernism, termine usato per definire il jazz più attuale) invece, adottavano uno stile dandy e raffinato fatto da soprabiti eleganti, impermeabili parka, giacche attillate e cravatte. I Mods poi giravano in Lambretta o Vespa e ascoltavano musica ska e soul. Lo stile per intenderci del protagonista di Quadrophenia, l’opera rock (di quasi 10 anni dopo, 1973) degli Who.
Ricky in copertina, Ringo Starr e Polnareff di spalla
Ma tant’è al pubblico di bocca buona quel brano cantato da Shayne piacque tantissimo, la sua presenza scenica sottolineata dal ritmo vivace del brano col rullare dei tamburi e i rumori in sottofondo di piatti della batteria che evocavano il rumore degli scontri, fu una trovata geniale che decretò il boom del disco e di lui stesso.
Quell’estate di fuoco del 65 insomma lanciò il Leone del beat fra i nomi più in voga, i vari Jimmy Fontana con "Il Mondo" e Petula Clark con "Ciao Ciao", portandolo al successo ovunque si esibisse. E così il Festivalbar, la grande amicizia con Bobby Solo e Dino, la love story con Grazia Maria Spina, le avventure a ripetizione con le groupies che lo aspettavano al varco, lo schianto su un albero con la sua fiammante Maserati, i nuovi successi con “Vi saluto amici Mods”, “Number One”, “Come Moby Dick”, fino al trasferimento all’estero in cerca di nuovo stimoli.
Ai primi posti in Germania con la versione tedesca di “A chi” di Fausto Leali e “Mamy Blue” di Dalida, guest star nella serie "Derrik" col mitico Horst Tappert e una fiction tv sulla sua vita coi figli Tarek e Imran che sono spiccicati a lui da ragazzo, con tanto di filmati del Cantagiro con un travolgente Mario Carotenuto che lo presenta al pubblico in visibilio.
Con l’Italia sempre più lontana sino alla rentrèe a "Una rotonda sul mare" di Red Ronnie che dette il via negli anni Novanta al revival dei migliori anni musicali e un'incursione a Torino Beat nel 2016 per una rimpatriata con concerto dei Camaleonti, Dik Dik, Ribelli, Alberto Radius e Gian Pieretti.
È morto a Berlino, ultimo buen retiro di una vita che lo ha visto passare dalle stelle di hit parade alle stalle di una pensione da 151 euro, circostanza che non gli pesava più di tanto, bastava un'esibizione qua, un'ospitata là e i conti tornavano a quadrare. Ma non bastavano mai per andare in Canada come avrebbe voluto. Ti saluto amico Mod.
8 e mezzo a Massimo Di Cataldi - È finita in parità una partita che una volta sì sarebbe definita da infarto. Per il susseguirsi di colpi di scena soprattutto nel finale che hanno messo a dura prova le coronarie dei tifosi biancocelesti. Ma al di là di queste considerazioni di colore, bisogna dire che la Lazio seppur con le attenuanti delle squalifiche e degli infortuni, ha stentato a imporre il suo gioco a una modesta Fiorentina. Ha sudato insomma pur giocando contro una squadra che staziona nei bassifondi della classifica. Il pareggio perciò va stretto ovviamente anche per un rigore in meno non concesso per noi e per colpa di quello inesistente concesso ai viola. Copertina d'obbligo al Metronomo del nostro centrocampo che ha fatto un gol meraviglioso. Un gol che se avesse indossato una maglia diversa qualche giornale ci avrebbe fatto il DVD.
8 e mezzo a Pedro Pedro Pedro Pè - la freddezza nell'eseguire il penalty e soprattutto la scelta del meglio di Santa Fè e Trigoria di caricarsi sulle spalle la responsabilità del tiro. Grandissimo.
6+ a Viale dei Romagnoli 13 Ostia - Ha dato tutto là dietro. Ma non è bastato perchè c'ha pensato l'arbitro a stravolgere la partita.
6+ a Guendo è bello esse laziali - una sorta di addio alle armi in salsa turca. Guendo sarebbe stato meglio continuare la strada insieme magari fino a Castelporziano per un bel bagno. Quello che si fa per festeggiare qualcosa di importante che però non c'è stato. Adieu.
6 a Gila il mondo gila - Protagonista nel bene e nel male del match. Ha subito un fallo da rigore, non dato e ne ha provocato uno dato ma che non c'era.
6 a miei cari amici Vecino e lontani - Tanta esperienza buttata nella mischia. Come Gerry Scotti che ha risollevato il preserale di Canale 5.
6 a Patrizia Pellegrini - All'inferno e ritorno. Uscito groggy dall'1-2 del Napoli, il terzino si è ripreso bene dimostrando professionalità e attaccamento alla maglia.
6 a Dio vede e Provedel - Incolpevole sui gol. Per i miracoli rivolgersi a Padre Pio.
6 a Benigno Zaccagnini - L'arciere non segna più. Prende solo botte. Ma viene ammonito. Si rifà all'ultimo per fortuna nostra.
5 e mezzo a Lazzari alzati e cammina - È partito in quarta è finito in folle. Nè più nè meno di Teo Mammucari da Zia Mara.
5 a Rosanna Cancellieri - Ma sto damerino col cerchietto ce serve o nun ce serve? Perchè se ce serve non se capisce a che, ma se nun ce serve mandamolo a Portofino veste moda, sfila sulla passerella e rimediamo qualche euro.
5 a Basic Instinct - 30 minuti di niente. Anzi no, perchè una palla buona sui piedi ce l'ha avuta ma ha tirato una mozzarella che manco Pettinicchio sarebbe riuscita a confezionare. Chierichetto vero finto sacrestano con aspirazione da prete, s'è cuccato sto triennale e sta bene così. Tra un Pater, Ave e Gloria da messa vespertina.
4 a Lisasken dagli occhi blu - senza le trecce lo stesso non sei tu. Ma un segone imbarazzante. Che se magna i gol, sbaglia i passaggi, non pressa e soprattutto se fa uccellà come un fringuello dal viola che pareggia. Na disfatta. Manco al Tibidabo quando giocano scapoli contro ammogliati. Sipario.
Anche questo primo gennaio c'è stato il tuffo nel Tevere come da tradizione e tutti i media hanno rilanciato la foto e il video di Mister Ok che si tuffa con tanto di presenza delle Iene.
Qualcuno ha precisato che si trattava dell'erede, nessuno ha ricordato però chi fosse l'originale, ovvero l'autentico Mister Ok, quello che per sbarcare il lunario si inventò il tuffo propiziatorio per "l'anno che verrà".
Allora vediamo. La tradizione del tuffo del primo dell'anno nel Tevere fu inaugurata nel 1946 da Rick De Sonay, un belga giunto a Roma dopo la fine della Guerra. Anni difficili per tutti, della ricostruzione e della voglia di voltare pagina. Magari anche con un tuffo spettacolare.
la torta dopo il tuffo
Quello che fece il baldo Rick per la prima volta nel 46, tra due ali di
folla festante e sempre più numerosa. Iniziò cosi ogni anno a lanciarsi in
costume e cilindro per festeggiare in modo beneaugurante il suo
compleanno, che cadeva proprio il primo di gennaio.
Un salto a volo d'angelo perfetto da vero atleta pur non avendo mai
fatto sport acquatici nè esercizi preparatori particolari, solo una gara
di nuoto, vinta, nella Senna a Parigi. Quel volo lo proiettava nelle
acque gelide del Tevere allo sparo di mezzogiorno del cannone del
Gianicolo.
Si lanciava dalla balaustra marmorea di Ponte Cavour a
due passi dall'omonima piazza e nei pressi di Castel Sant'Angelo. Tutte
le volte, riaffiorato incolume dall'acqua, rassicurava i presenti con il
caratteristico gesto della mano che rappresentava l'ok, di lì il
soprannome inventato dai cronisti dell'epoca.
bagnanti sul Tevere
Il buon Rick ufficialmente era un fotografo che si guadagnava la
giornata con gli scatti ai turisti nelle strade e a tavola nei locali
caratteristici e che poi se ne andava al barcone del Ciriola, quello
dove venne girato Poveri ma belli, a fare il bagno e giocare a carte. Come facevano molti.
Era un Roma ancora de noantri, con le osterie, l'avanspettacolo con le
ballerine in carne, Fanfulla e Trottolino allo Jovinelli, le canzoni di
Claudio Villa in sottofondo e i fusti come Maurizio Arena e Renato Salvatori con Lorella
De Luca e Alessandra Panaro che sfoggiavano i primi bikini
negli stabilimenti lungo le sponde del Biondo Tevere.
Mister Ok divenne così popolare che nel 1968 Dino Risi lo immortalò
nel suo film "Straziami, ma di baci saziami" dove al suo consueto tuffo
seguiva in rapida successione quello di Nino Manfredi che si voleva suicidare. Ecco la scena
E
quella non fu l'unica esperienza sul set. Manfredi lo volle nel suo
pluripremiato film d'esordio alla regia, il celebre "Per grazia
ricevuta", dove interpretava col suo barbone il ruolo di un frate.
Poi
Roma e il Tevere cambiarono. Smog, inquinamento, traffico e con la
morte del genero di Totò, il produttore cinematografico Gianni Buffardi
per leptospirosi contratta dopo una nuotata a fiume, il divieto di bagni
al Tevere da parte del Sindaco chiuse una stagione felice della città.
Ma
il mister continuava a tuffarsi nonostante il divieto, evitando denunce
e multe perchè era benvoluto da tutti, pizzardoni compresi. Sino a
quando si fece male entrando in acqua dopo il volo dei 18 metri dalla
spalletta e venne recuperato dal battello dei vigili del fuoco che gli
imposero lo stop.
il Mister all'Elmi a Ostia
Si trasferì a Ostia e ogni giorno si immergeva sotto il pontile per recuperare dai piloni le cozze che poi portava a Roma col trenino per venderle ai ristoranti. Simpatico, paffutello e l'erre moscia, con la barba lunga da santone era un vero personaggio.
Gli acciacchi degli anni se li portava tutti appresso, era finito su una carrozzina. Faceva tenerezza ma non compassione perchè nonostante tutto non aveva perso quel modo di fare spigliato da giocarellone. Arrivava allo stabilimento Elmi, vedeva il mare e come per incanto si riprendeva, lasciava la carrozzina ed entrava in acqua, anche col mare mosso per nuotare.
Mister Okay è sepolto al cimitero di Ostia Antica e sulla sua tomba c'è una lapide che lo ricorda con affetto e nostalgia. L'hanno pagata i suoi eredi artistici, maestri del tuffo a volo d'angelo come lui con in testa l'ex bagnino del Kursaal Maurizio Palmulli. E il cerchio si è chiuso.
6 a Benigno Zaccagnini - Non c'è stata storia. Al di là dei gol subiti, due, la Lazio si è dimostrata nettamente inferiore al Napoli. Un gap tecnico fra le due squadre abissale, ha segnato il corso di una partita iniziata con un lampo biancoceleste ma proseguita subito dopo con un "uno-due" nel giro di mezz'ora che ha fatto capire come sarebbe andata a finire. E non cambia nulla che la punizione da cui è scaturito il raddoppio non c'era, si è perso, punto. Certo si è perso contro i campioni d'Italia ma questa sconfitta gira il coltello nella piaga della mediocrità in cui galleggia questa squadra (rosa senza petali, un solo attaccante peraltro modesto, record infortuni...) e questa società (mercato bloccato, cessioni, chiacchiere). Si salvano in pochi dalla prima botta del 2026 tra questi l'arciere che non segna più, subisce sempre falli, ma comunque ci prova ed è il meno colpevole della debacle.
6 a Lazzari alzati e cammina e Lisasken dagli occhi blu - Hanno portato freschezza in una formazione in bambola e senza una qualsiasi Patty Pravo a cantarla. E scusate se è poco.
5 e mezzo a Guendo è bello esse laziali - Primo tempo con la testa altrove per seguire le voci di mercato, poi ha scelto quello di Porta Portese e sì è svejato.
5 a Viale dei Romagnoli, 13 Ostia - Anche i veterani possono perdere i colpi se davanti hanno i corpi speciali. Maduro docet.
5 a Massimo Di Cataldi - Neanche il compitino. Ma non sarebbe bastato. Gli avversari avevano tutti la Laurea.
5- a Gila il mondo gila (Jimmy Fontana, Cantagiro 1965) - Come può uno scoglio arginare il mare diceva Battisti, e aveva capito tuttoo. Lo hanno travolto.
5- a Basic Instinct - Tre Pater, Ave e Gloria e il chierichetto che studia da prete è stato perdonato in confessione per una prestazione imbarazzante.
5- a Dio vede e Provedel - Per i miracoli rivolgersi in parrocchia.
5- a Bella Janez (Sandokan, Rai 1) - È partito in quarta è finito in folle. Come Vittorio Sgarbi.
5- a Rosanna Cancellieri - Tanto fumo e poco arrosto. Avete presente Teo Mammucari?
5- - a Patrizia Pellegrini - Ha fatto più danni lui a sinistra che l'ex deputato Rizzo con le sue uscite degli ultimi tempi. È sempre stato un combattente ma questa volta se lo so' rigirato come un pedalino. La prossima volta metta i calzettoni che sono più difficili da sfilare.
5- - a Somarusic - Ha lasciato i compagni di merende in 9. Ma almeno j'ha mollato na pezza.
4 a Pighin-Sanguin-Noslin - Dai tre gol ai napoletani lo scorso campionato alla espulsione in questo. Dalle stelle alle stalle. Come Valeria Marini messa alla porta da Diaco a "Bella ma". Sipario.
Il più grande di tutti, il più popolare di tutti, il più battagliero di tutti, un artista dotato di una voce eccezionale e un vero e prorio personaggio da rotocalco per la sua vita privata, le sue polemiche, le sue iniziative politiche e sociali. Questo era Claudio Villa.
Il numero uno del bel canto all'italiana, lo strenuo difensore della melodia, l'amante della comunicazione diretta e senza filtri perchè convinto delle sue idee e di ciò che rappresentava sul palcoscenico quando le luci in sala si spegnevano, piombava il silenzio e il pubblico iniziava a fremere.
Claudio Villa è stato tutto questo, un artista a tutto tondo che rispettava il pubblico a cui doveva tutto e a cui dava tutto e ricordarlo nel giorno che avrebbe compiuto 100 anni non è solo un mero dovere di cronaca, ma un piacere per tutto quello che ha rappresentato, da gigante della musica leggera e della cultura popolare del 900 quale è stato.
Modugno e Villa amici/rivali col record di vittorie a Sanremo
Nato a Trastevere, a due passi da Regina Coeli, da una famiglia di umili
origini il primo gennaio del 1926 e registrato al comune di Roma come Claudio Pica (questo il vero nome), dopo aver fatto vari mestieri, vinse un concorso canoro che lo
porterà a cantare dai microfoni della Radio e diventare nel giro di
qualche anno, molto conosciuto.
I primi dischi, i primi successi, una
lunga malattia che lo costrinse a cantare con un solo polmone
funzionante e infine il successo sempre più nazionale sino alla
consacrazione definitiva di divo della canzone degli anni 50.
Non a
caso è stato il primo cantante ad avere dei fan club in Italia, come fu
per Frank Sinatra in America, una circostanza singolare che lo accomuna
a The Voice, lui che sulla sua voce inconfondibile aveva costruito il suo successo.
The Voice e il Reuccio, i più grandi di tutti
50
milioni di dischi venduti, 30 film, successi indimenticabili come
"Binario", "Luna rossa", "Non ti scordar di me", "Vecchia Roma", "Buongiorno
tristezza", "Non pensare a me", "Un amore così grande" e l'evergreen
"Granada" che è legato indissolubilmente al suo nome, una storia che merita d'essere raccontata.
Una canzone scritta da Agustin Lara che ha fatto il giro del mondo e che
il Reuccio (fu Corrado, amico di sempre, a chiamarlo scherzosamente
così per via dell'altezza), presentò a un'edizione speciale di
“Canzonissima” chiamata "Scala Reale", condotta dal grande Peppino Di
Filippo che lanciò in quella occasione la macchietta di Pappagone.
Villa la presentò alla finale del 6 gennaio del 67 a cui arrivò insieme e
contro Gianni Morandi, beniamino di un pubblico eterogeneo e cantante
del momento (era in Hit parade con la canzone che presentava, “La
fisarmonica”).
Un duello che appassiona i telespettatori, uno scontro generazionale
seguito dalla stampa specializzata (Sorrisi e Canzoni, Giovani, Ciao
Amici, Big) che propende per il ragazzo di Monghidoro e quella nazionale
rappresentata dalle grandi testate, che invece è più equidistante.
i protagonisti di Canzonissima
Morandi
è il nuovo, Villa il vecchio. Nonostante abbia solo 40 anni, un’età che
ai giorni nostri apparirebbe sicuramente ininfluente per qualsiasi
giudizio artistico (si pensi ai 62 anni di Ramazzotti, ai 73 di Vasco,
agli 87 di Celentano), è considerato il simbolo di tutto quello che i
giovani contestano, ovvero l’autorità, i genitori, i professori.
Ma i dissensi al suo modo di cantare furono messi a tacere. I preventivati
ed attesi fischi si tramutarono in applausi a scena aperta non solo al
Teatro delle Vittorie dove si svolgeva in diretta la finale, ma anche
nelle case degli italiani perché tutti furono conquistati dalla sua
“Granada”. Con un’interpretazione entrata nella storia dell Tv infatti,
“il combattente” Villa si superò davanti a venti milioni di
telespettatori.
La sua voce, possente e forte, a tratti
tenorile ma più armoniosa di quella di un tenore e che non aveva uguali
colpì tutti, quella voce suscitò brividi e ammirazione, raggiungendo
l'apoteosi nell'acuto finale interminabile che prima di quel momento
nessuno aveva ascoltato da un “semplice” cantante di musica leggera in
relazione a questo brano. E il Reuccio vinse la sfida con Morandi e
"Scala Reale".
Villa, Corrado e Morandi
Villa è rimasto nella memoria collettiva del Paese per la sua trentennale carriera e per le partecipazioni ai vari festival della canzone italiana e napoletana e a quelle Canzonissime che appassionavano il pubblico a casa davanti la tv. Solo lui tra le innumervoli apparizioni televisive e partecipazioni ad eventi, ha cantato alla manifestazione ufficiale per il Centenario dell'Unità d'Italia, ma non solo.
È stato il primo artista occidentale a superare quella che era definita la "Cortina di ferro" per tenere concerti appunto nei paesi dell'Europa dell'Est e il primo cantante italiano a esibirsi in Cina dopo una trionfale tournèe in Giappone.
Applaudito da intellettuali come Pier Paolo Pasolini, attori come Armoldo Foà e giornalisti come Enzo Tortora e Maurizio Costanzo, idolatrato dai suoi fan e al tempo stesso criticato da chi non accettava i suoi atteggiamenti senza filtri, Villa ha spesso combattuto in prima persona battaglie sociali e di costume.
Come quando si fece portavoce con Bracardi, Philippe Leroy, Marisa Laurito e Italia nostra di una protesta contro l'apertura di un McDonald a piazza di Spagna a Roma. Come dire sì alla carbonara no all'hamburgher.
No al Fast Foud a piazza di Spagna
Con Domenico Modugno, suo rivale storico ma amico vero, detiene il record di quattro vittorie a Sanremo, manifestazione a cui ha partecipato per 12 edizioni e di cui era comunque un habituè a prescindere, perchè quando il suo brano non era ammesso alla kermesse, si faceva promotore di ricorsi, proteste e asssemblee con i colleghi esclusi per una gestione trasparente della gara a beneficio di tutti.
E Sanremo è stato presente nella sua vita sino all'ultimo. Perchè quando morì nel 1987 Pippo Baudo fermò il festival per annunciare in diretta televisiva a milioni di spettatori la sua scomparsa. Una notizia che colpì tutti a cominciare da Gianni Morandi, vincitore con Ruggeri e Tozzi della gara, che dall'Ariston rese un omaggio sincero al suo nemico storico, nel momento della proclamazione della vittoria.
Per il Centenario di Claudio Villa, le Poste hanno deciso di emettere un francobollo in suo ricordo. Un tributo doveroso fortemente voluto dall'associazione che riunisce i suoi ammiratori con in testa Anna Biagiotti, che da sempre si batte per custodire la memoria del Reuccio della canzone italiana.
Ecco la trionfale interpretazione a Scala Reale di "Granada": al termine dell'esibizione anche il personale Rai presente al Delle Vittorie per la diretta televisiva, applaude convinto...